Non tutti gli usi dell’informazione possono essere legittimati

di Max Bambara

Sentiamo spesso parlare di diritto all’informazione e di lotta alle fake news. Detto che l’informazione è un diritto dei cittadini ed un dovere dei giornalisti, è opportuno soffermarsi sul concetto di fake news. Un tempo si chiamavano bufale. Oggi, in preda ad una americanizzazione continua, è più di moda chiamarle così. La sostanza non cambia ed il rapporto fra diritto all’informazione e fake news è, soprattutto oggi, particolarmente stretto. Accade spesso infatti che, sull’altare della libertà d’informazione, vengano inventate di sana pianta notizie che non hanno poi un minimo riscontro reale. In tal caso vengono violati due principi sacrali: il diritto dei cittadini ad una informazione quanto più possibile corretta ed il rispetto verso la persona che, in tanti casi, viene messo in secondo piano maldestramente dalla diffusione di notizie false, tendenziose, contrarie al vero e capaci di produrre danni più grandi di quanto è possibile immaginare.

Prendiamo il caso dell’articolo uscito nella giornata di sabato 13 gennaio sul quotidiano La Stampa. Secondo l’autore del pezzo, c’era in corso un’indagine sul Milan in riferimento alla trattativa che aveva portato alla cessione delle quote del club da Silvio Berlusconi a Yonghong Li. Ipotesi di reato: riciclaggio. Questioni serie dunque, non certo liquidabili con una condanna risarcitoria. Il riciclaggio è un reato penale per il quale è previsto il carcere. Nella stessa mattinata del 13 gennaio, il procuratore della Repubblica di Milano smentisce tutto. Non c’è nulla sul Milan-a suo dire-nemmeno una semplice notizia di reato. Nessuna marcia indietro però da parte del quotidiano torinese. Anzi, conferma delle sue certezze in base a due sconosciute quanto fantomatiche fonti.

Il giornalismo è una cosa troppo seria per essere macchiato da comportamenti del genere. Come può un quotidiano continuare a sostenere una tesi che non ha riscontri reali e che addirittura viene categoricamente smentita da chi potrebbe confermarla? Qualcuno ha provato ad immaginare i danni patrimoniali e d’immagine che un simile atteggiamento può portare? Le parti coinvolte infatti sono tante. C’è Silvio Berlusconi, impegnato incampagna elettorale, che si vede scaricato addosso un fumo grigio sulla propria persona e sulla propria condotta imprenditoriale. C’è la proprietà cinese che, dall’altra parte del mondo, si sveglia e non riesce a darsi una spiegazione di quel che avviene in Italia. E magari, in Oriente, qualcuno inizia a pensare che senso abbia investire in un paese in cui non esiste il rispetto per chi viene ed immette soldi in un settore in crisi come il calcio.

C’è poi il management rossonero, con a capo Marco Fassone, che sta conducendo una importante trattativa sul rifinanziamento del debito e che, per una notizia del genere, potrebbe rischiare di veder andare a monte il lavoro certosino di tanti mesi. C’è la Fininvest che è un’azienda italiana che dà lavoro a tanti italiani e la cui principale controllata, Mediaset, è quotata in Borsa. C’è infine la squadra rossonera che, come tutte le squadre, non è compartimento stagno rispetto all’ambiente e respira umori, negatività, tensioni e notizie. Possibile che, in Italia, troppo spesso, la libertà di stampa diventi sovrapponibile, quasi simbiotica, con la libertà di dileggio e di diffamazione gratuita? Una informazione così è destinata a perdere il senso stesso della propria esistenza e della propria legittimazione. Si tratta di un vulnus troppo grave. Per l’Italia e per i suoi cittadini.

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