La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo?

di Max Bambara –

L’indimenticato Giovanni Falcone sosteneva che la cultura del sospetto non fosse l’anticamera della verità, bensì l’anticamera del khomeinismo. Aveva perfettamente ragione e questa sua mirabile lezione, esposta dinanzi ad una Commissione del CSM nell’ottobre del 1991, avrebbe dovuto rappresentare un punto di partenza fondamentale per chi, nella vita, è chiamato a svolgere un ruolo che può condizionare la vita degli altri. Valeva e vale per i magistrati e vale, ovviamente, anche per i giornalisti. Quel che sta avvenendo sul Milan negli ultimi mesi invece, è esattamente la negazione di quel meraviglioso concetto espresso dal giudice Falcone circa 27 anni fa. Il sospetto viene elevato a prova indiziaria in un plotone di esecuzione pubblico di portata figurata che è stato ormai da mesi allestito con le dovute attenzioni del caso. L’idea è stata fatta ormai passare nell’immaginario collettivo: nella cessione del Milan c’è qualcosa di sporco, di non cristallino, forse addirittura di illecito. Non importa che i fatti siano antitetici a quest’idea. Quel che conta è soltanto lanciare la pietra nello stagno, smuovere le acque, rimescolare nel torbido. A furia di scrivere ed instillare dubbi qualcosa rimane. Nel I secolo d.C., Plutarco scriveva di un tale chiamato Medio. Era un adulatore di Alessandro Magno e raccomandava ai suoi seguaci di attaccare e mordere senza paura con calunnie tutti nemici, spiegando che, anche se la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice. Nonostante siano passati secoli su secoli, il metodo diffamatorio non è cambiato nel principio ispiratore. Qualcosa è però cambiata, soprattutto con l’avvento della rete, delle nuove tecnologie, della possibilità di avere accesso a plurime fonti di informazione. C’è infatti, oggi, la possibilità di informarsi con maggiore pertinenza rispetto anche a soli 30 anni fa. Ed allora, quel che il tifoso milanisti medio può e deve fare diventa semplice: rimanere legato ai fatti, ad una cultura della realtà che non va vissuta in maniera dogmatica, bensì scettica. Chiunque vuole, fra i giornalisti, discutere in ordine a qualcosa di losco, sporco o finanziariamente precario in ordine alla cessione del Milan, deve fare soltanto tre cose. Deve in primis spiegare in maniera chiara e convincente com’è possibile che importanti advisor finanziari e legali abbiano seguito, garantito e sovradimensionato l’intera operazione. Deve inoltre farci capire per quale ragione il fondo Elliott abbia concesso un prestito di rilevante consistenza ad un debitore non solvibile come Li. E deve, infine, dare una spiegazione logica sul come possano essere stati concessi i requisiti di onorabilità al nuovo proprietario del Milan da parte della FIGC. Sono stati tutti corrotti e c’è dietro un Grande Fratello che muove i fili? La tesi potrebbe anche ispirare un prossimo film o un romanzo di nuova uscita, ma giornalisticamente deve essere sostenuta con fatti precisi. Altrimenti siamo dentro quella vergognosa cultura del sospetto che Giovanni Falcone descriveva come anticamera del khomeinismo.

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