Il sogno di Sofia Goggia e la malattia del tifo

di Dario Claudio Bonomini –

Nel giorno del meraviglioso oro coreano di Sofia Goggia una riflessione si impone, come dopo le recenti vittorie della Fontana e della Moioli e ai piazzamenti di tutti gli altri italiani in gara. Nel nostro paese, tendenzialmente consideriamo questi atleti solo quando vincono ogni quattro anni una medaglia, oppure quando primeggiano in un mondiale o in un campionato continentale.

Visto che parliamo di sport invernali, bisogna riconoscere che lo sci, gode di una copertura mediatica importante ormai dai tempi di Thoeni e della Valanga Azzurra. E’ uno sport da noi molto praticato, che ha regalato negli anni enormi soddisfazioni al nostro Paese, fin dai lontani anni ’50 con Zeno Colò. Anche in tema di sport invernali però, la maggior parte delle altre specialità ottengono minimi spazi televisivi, vengono relegate su terze e quarte reti, senza ovviamente godere dello spazio monopolizzato quasi esclusivamente dalle vicende pallonare nostrane o internazionali.

Il calcio è da sempre il nostro sport nazionale, ed inoltre il più telegenico. Da anni le partite si giocano quasi ogni tre giorni, le Coppe, il calciomercato senza interruzione, la Nazionale, trasmissioni e rubriche quotidiane che a volte, purtroppo, scivolano anche nel gossip.

Vedendo pertanto i nostri atleti, e soprattutto in questa ultima Olimpiade le nostre ragazze, di cui domani molti faticheranno a ricordarsi il nome, gioire, soffrire, vincere ed esultare anche per un bronzo, in specialità poco conosciute come biathlon o short track, o poco glamour come il fondo, arrivare al traguardo sfiniti o dopo aver rischiato davvero la pelle a oltre 100 chilometri orari in discesa, viene inevitabilmente da pensare a molti, troppi dei nostri viziati calciatori, italiani o stranieri che siano.

Ragazzi che passano il tempo, quando ovviamente non si ammazzano di allenamenti faticosissimi, dal parrucchiere o dal tatuatore, che vivono sui social twittando più di Donald Trump, che escono dal campo sbuffando o scalciando tutto ciò che capita a tiro solo perché il mister si è azzardato a sostituirli dopo prestazioni penose, che vivono di notte girando per locali a caccia di presunte show-girl o veline, che distruggono alla guida macchine da centinaia di migliaia di euro perché mezzi ubriachi, che due anni prima che scadano i contratti vanno a batter cassa supportati da una corte dei miracoli composta da procuratori e agenti famelici, allora capisco perché mi emoziono solamente quando vedo sul podio un nostro atleta di qualsiasi altra disciplina che non sia il calcio, anche la più sconosciuta, che presuppone fatica vera, ore e ore di allenamenti monotoni e massacranti, dedizione, concentrazione e levatacce mattutine.

Ecco perchè ci si emoziona meno quando gioca la Nazionale e invece si continua a soffrire e gioire, inveire, arrabbiarsi, discutere, comunque a seguire la propria squadra del cuore.

Ma questo si chiama tifo, che è appunto una malattia.

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