L’era del Fair Play finanziario: vincono sempre e solo le stesse squadre!

di Max Bambara –

Il fair play finanziario, da tutti elogiato come panacea di tutti i mali, negli ultimi anni è diventato la rovina di quel meraviglioso concetto denominato competitività nel calcio. Era nato con l’obiettivo di creare più opportunità per tutti, ma i suoi effetti si sono rivelati completamente opposti. Italia, Francia e Germania sono le vittime principali di questo sistema folle che impedisce a chi vuole crescere di poter investire e tutela in maniera quasi protezionistica le posizioni di vantaggio legittimamente raggiunte dai club già al top nei risultati da qualche anno.

Da quest’analisi rimangono ovviamente escluse la Liga spagnola e la Premier inglese. La Liga infatti ha da sempre un sistema di redistribuzione dei proventi televisivi molto iniquo, atto ad avvantaggiare Real Madrid e Barcellona. La Premier League invece ha potuto attenuare molto gli effetti di questo assurdo provvedimento in quanto divide la torta televisiva in maniera equa fra i 20 club della sua lega ed i suoi ricavi superano i 5 miliardi di euro l’anno. Utopia,ad esempio,per la Serie A italiana che combatte da tempo per riuscire ad avere poco più di un miliardo.

Ma torniamo al punto dolente. Da quanto è stato introdotto il FPF (sostanzialmente dal 2012), in Italia, Francia e Germania ha sempre vinto la stessa squadra negli ultimi 6 anni. La Juventus, il PSG ed il Bayern Monaco. L’unica eccezione è stata rappresentata dal Monaco che, nella stagione scorsa, è stato capace di vincere il campionato con un’impresa incredibile.

Si tratta però della classica eccezione che conferma la regola. Anche in Napoli quest’anno ha sfiorato l’impresa, così come il Lipsia nella scorsa stagione è stato un avversario ostico. Alla lunga però i valori veri emergono e l’impossibilità di investire per migliorarsi priva i club concorrenti del normale diritto alla competitività.

In base al FPF infatti, se i conti non sono in regola i club in questione devono essere sottoposti ad un regime particolare definito settlement agreement, in base al quale ad ogni entrata deve corrispondere un’uscita, pena l’inutilizzabilità del giocatore nelle competizioni europee ed una serie di sanzioni contestuali.

Rimanendo al seminato del campionato italiano, basti pensare all’esempio della Roma che negli ultimi anni ha dovuto cedere pezzi pregiati come Benatia, Pjanjic, Gervinho e Salah per mere esigenze di bilancio. Tutti bravi a far la morale a Monchi per la cessione dell’egiziano al Liverpool: se però sei obbligato a fare una cessione remunerativa entro il 30 giugno (in base al FPF), è chiaro che non puoi che subire il prezzo e non di certo imporlo a chi ti paga un giocatore il quale, nei fatti, ti sta quasi facendo un favore.

Adesso vi voglio citare un numero importante: 331 milioni di euro. Si tratta del totale degli investimenti in entrata operato dalla Juventus a cavallo fra il 2007 ed il 2012. Il club torinese cioè, per tornare grande, ha investito tantissimo per ben 6 stagioni e la cifra va rapporta alle condizioni dell’epoca. Oggi uno dei migliori talenti mondiali, Mbappe, è stato pagato oltre 150 milioni dal PSG. Nel 2007 il Milan campione d’Europa andava a prendere il più grande talento del momento (Pato, che aveva già giocato una finale di coppa del mondo per club) per 22 milioni di euro. I 331 milioni di euro spesi dalla Juventus a cavallo fra quelle sei stagioni sono quindi una cifra enorme che ha rappresentato il suo lasciapassare per il ritorno ai vertici.

Come potrebbe oggi riproporsi una situazione del genere se tutti i club vogliosi di concorrere con la Juventus in Italia non possono investire più di quanto incassano?Oggi in tanti si strappano le vesti in pubblica piazza per gli oltre 200 milioni di euro investiti dal Milan (con un fatturato sopra i 230) nella scorsa sessione estiva di mercato. Però nel 2011 quando la Exor varò una ricapitalizzazione da oltre 120 milioni di euro nelle casse di una Juventus che ne fatturava 170 ed aveva costi per quasi 200, nessuno mosse critiche.

La morale di questa storia è abbastanza scontata: sino a quando qualcuno in sede europea non prenderà atto che il FPF è una folle barriera d’entrata nel sistema della competitività dei campionati nazionali, il problema permarrà e tenderà ad ampliarsi.

I campionati nazionali di Serie A, Bundesliga e Ligue 1 rischieranno di diventare (o forse già lo sono) dei romanzi col finale già scritto. Ci sarà sempre minore interesse ed il livello di partecipazione del pubblico non potrà che diminuire.

Nel frattempo, in Italia, si continuerà imperterriti a fare le pulci al mercato del Milan e ad i suoi acquisti sbagliati o presunti tali. Esiste tuttavia un diritto all’errore nello sport che la Juventus ha avuto garantito nel lungo periodo (Almiron, Tiago, Diego, Melo, Krasic, Andrade, Martinez e tanti altri); diritto all’errore che, invece, oggi non viene più tutelato per le sacre esigenze del FPF. A mio giudizio, questa è una grande ingiustizia e tradisce il valore più alto e supremo dello sport: la competitività.

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