Zero alibi: Gattuso dall’emergenza infortuni alle nuove scelte

di Max Bambara –

Esistono momenti in cui il ricorso all’alibi è la via più semplice da percorrere. D’altronde, in certi casi, sarebbe sufficiente stare ad esaminare i fatti per rendersi conto che il periodo non è particolarmente propizio. Nelle ultime settimane, in riferimento al suo Milan, Rino Gattuso ha però scelto una strada diversa rispetto a quella più semplice della giustificazione.

Di fronte ad un Milan massacrato dagli infortuni, il suo allenatore ha preso a schiaffi gli alibi e li ha rifiutati. Lo ha fatto mettendo in campo un grandissimo orgoglio, nonostante il suo regista titolare, Biglia, sarà costretto ad uno stop lunghissimo, nonostante Jack Bonaventura sia assillato da una infiammazione al ginocchio, nonostante lo stoico Kessiè ultimamente venga messo in campo in condizioni non ottimali (quand’anche non critiche), nonostante Caldarastarà fuori a lungo, Calabria sia alle prese con una distorsione alla caviglia e Calhanoglu sia tormentato da un pestone che non gli consente di esprimere al meglio il suo calcio.

Ecco, nonostante tutto questo, Rino Gattuso ha scelto la via del coraggio, della perseveranza e della volontà. Nessun pianto sulle contingenze negative: le mani avanti non devono esistere nella visione dello sport dell’allenatore del Milan. E la squadra, mai compartimento stagno rispetto all’umore del tecnico, ha assorbito questa mentalità ed ha capito che doveva farla sua in maniera piena.

Senza dubbio non abbiamo assistito alle migliori prestazioni del Milan sul piano del gioco in queste ultime quattro partite. L’onestà intellettuale impone di dirlo. Tuttavia, altrettanta onestà intellettuale dovrebbe mostrare ai critici in servizio permanente di Rino Gattuso, una realtà che viene dal campo e che non può essere ignorata, ossia il fatto che nelle ultime due settimane l’allenatore rossonero ha trasformato un problema molto serio (l’emergenza infortuni) in una grande opportunità da cogliere per il gruppo, al fine di consentire ai suoi giocatori di fare quello step mentale necessario per acquisire convinzione nei propri mezzi.

Il Milan è così andato oltre sé stesso ed ha capito, nel breve volgere di qualche giorno, che poteva mettere in soffitta anche i propri punti di forza come il 4-3-3 (il modulo che tuttora dà più equilibrio alla squadra e garantisce il miglior sviluppo di gioco), il possesso da dietro sempre e comunque, la palla bassa come mantra non derogabile.

Si è quindi passati ad altre strutturazioni di campo (il 4-4-2 per tre partite di campionato, fino al 3-5-2 di giovedì sera, diventato 3-4-3 nel secondo tempo con l’avanzamento di Calhanoglu sulla linea delle punte), a qualche palla lunga in più in deroga al fraseggio continuo e si è potuta ammirare una determinazione nella ricerca del risultato che, fino ad ora, non si era mai vista. Sembravamo la classica squadra condannata a giocare bene per portare a casa la posta ed invece ad Udine ed a Siviglia questa stessa squadra ha dimostrato di poter divenire anche qualcosa di diverso, di essere cioè capace anche di andare a far la guerra agli avversari con armi, fino ad un mese fa, poco note.

Il messaggio è stato molto chiaro. Non si vive di solo bel gioco o di calcio esteticamente puro. Una stagione sportiva dura 9 mesi ed in quei 9 mesi conta mettere in gioco tante componenti che vanno oltre i principi di gioco. La svolta mentale del Milan è stata questa. La squadra ha reagito con grande agonismo e carica combattiva ad un periodo molto sfortunato. Ha preso esempio dal suo allenatore ed ha scelto di andare a prendersi i punti anche mettendo in campo uno sguardo meno nobile del solito. Più cattiveria, qualche fallo in più, più attenzione alla compattezza fra i reparti, maggiore predisposizione al sacrificio: il Milan, per la sua storia secolare, non può essere solo questo; ma per ottenere un rapido ritorno alla competitività doveva partire assolutamente da questi presupposti.

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