Zola, il derby di Magic Box fra Maradona e Terra sarda

di Davide Capano –

Gianfranco Zola, doppio ex di Napoli e Cagliari, si è raccontato ai microfoni del Canale Ufficiale YouTube della Serie A, parlando di sè e del Derby personale in programma stasera al San Paolo.

L’avventura nel calcio di uno dei più grandi numeri dieci della storia, l’erede di Diego Maradona a Napoli, l’orgoglio di tutta la Sardegna, capace di mostrare il suo talento in Inghilterra anche al Chelsea, dove è tornato la scorsa estate come assistente di Maurizio Sarri, è iniziata da un piccolo paese sardo: Oliena.

“Lì dove sono nato – racconta – il calcio era quello che tutti quanti volevano fare. Mi chiamavano ‘il maghetto di Oliena’ perché ero piccolino, però ero molto bravo tecnicamente, veloce… ero anche ‘rompiscatole’. A 18 anni ero ancora tra i dilettanti e poi a 23 mi trovavo a giocare in Serie A, in quel momento nella squadra più forte in Italia. È stata un’esperienza straordinaria”.

All’ombra del Vesuvio il momento più importante della carriera. L’occasione per dimostrare, non solo il talento, ma anche la possibilità di imparare da uno dei giocatori più grandi di sempre.

“Napoli – spiega Zola – è stato il posto dov’è iniziato tutto e ho imparato di più. Con Maradona avevo un rapporto ottimo; è sempre stato bravo con me a spendere tempo. Anche dopo gli allenamenti, a palleggiare, tirare, fare delle cose assieme. Per me che avevo voglia d’imparare fu molto importante. Diego era un ragazzo semplicissimo, di cuore, ragione per cui tutti i suoi compagni lo adoravano; un personaggio estremo per come giocava a calcio. Lo era anche in alcuni suoi atteggiamenti, ma rimarrà sempre straordinario. Quando lui andò via si poneva il problema di chi dovesse prenderne il posto. Si fecero dei nomi, ma lui disse che non c’era bisogno. A Napoli un ragazzo stava crescendo bene e aveva fatto bene. Quell’investitura da parte di Maradona fu fondamentale anche per me stesso perché mi diede ancora più fiducia nei miei mezzi e nelle qualità”.

Zola, però, è orgoglioso della sua terra; Cagliari è il capoluogo e rappresenta l’unica squadra sarda che mai abbia giocato in Serie A. Naturalmente Gianfranco ha avuto un ruolo importante nella storia del club.

“Il Cagliari all’inizio mi scartò perché fisicamente non ero grandissimo (vero!), però ero ancora più piccolo di quanto sono ora (non molto!) e anche un po’ più fragilino. Ne feci un vantaggio, sviluppai altre qualità. Il fatto che io adesso faccia parte della Hall of Fame del Cagliari è un orgoglio. Chiudere la mia carriera a Cagliari l’ho sempre avuto in testa. Ho chiuso, per bravura e fortuna, nel modo migliore, facendo due gol a Torino alla Juventus nell’ultima partita che ho giocato in Serie A col Cagliari. La chiusura perfetta”.

14 anni dopo il suo ritiro, il Casteddu rimane una solida realtà del campionato. Nuovo stadio e nuovi talenti. Il futuro di squadra e società è assicurato.

Quest’anno è una squadra con potenzialità a cui Maran sta cercando di dare un’impostazione tattica. A breve sarà sempre in zona UEFA. C’è Pavoletti che sta facendo davvero bene, ha fatto tanti gol. Gli altri giocatori importanti sono Barella e João Pedro. La prima volta che vidi Nicolò fu quando giocammo in Coppa col Parma ed esordì come titolare con me, quando feci la mia parentesi in panchina a Cagliari. Lui giocò con grande personalità, sicurezza e mezzi”.

A Fuorigrotta il Napoli di Ancelotti, certo del secondo posto in classifica, ha il favore del pronostico. Il Cagliari è ormai salvo: condizione ideale per provare a ripetere l’unica vittoria al San Paolo ottenuta negli ultimi 34 anni. Il 26 agosto 2007 decisero i gol di Alessandro Matri e Pasquale Foggia.

“Il Napoli, giocando in casa – chiude il vice di Sarri –, avrà il vantaggio e la predominanza nel gioco, ma deve stare attento alla squadra di Maran che è ben organizzata, pericolosa e tosta. Non sarà facile da battere”.

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