Klopp-Pochettino, il derby della pazienza vs stereotipi italiani

di Max Bambara –

Sarà un derby inglese la prossima finale di Champions League. Liverpool contro Tottenham, Jurgen Klopp contro Mauricio Pochettino. Difficilmente si poteva prevedere qualcosa di simile dopo gli accoppiamenti successivi agli ottavi di finale. Al momento del sorteggio infatti, la finale più quotata era quella fra Juventus e Barcellona, una sorta di duello rusticano con Cristiano Ronaldo di nuovo contrapposto a Messi, stavolta però con una maglia diversa da quella storica del Real Madrid.

Sembrava una storia già scritta ed invece è stata clamorosa ed inaspettata l’eliminazione della Juventus, subita in casa da un Ajax giovane, sbarazzino e che ha praticamente dominato la squadra che si laurea campione d’Italia da ormai 8 anni consecutivi. Nel turno successivo, il Barcellona si sentiva già in tasca il biglietto per la finale del Wanda Metropolitano di Madrid dopo il 3-0 netto dell’andata con cui aveva liquidato il Liverpool ed era sicuro di poter chiudere la pratica con una prestazione gestionale.

In pochi avevano fatto i conti con la magia e con la storia di Anfield Road ed in pochissimi avevano considerato l’incredibile cuore della squadra di Klopp, due elementi che hanno prodotto una delle più clamorose eliminazioni della storia del calcio moderno. Sarà dunque un derby inglese il prossimo 1° giugno a sancire la squadra che avrà l’onore di alzare al cielo la Champions League. L’ultima volta era accaduto nel 2008, con il Chelsea ed il Manchester United che arrivarono fino ai rigori, dove poi trionfò la squadra di Ferguson.

Negli ultimi 20 anni sarà la settima volta che due squadre della stessa nazione potranno affrontarsi in una finale di Coppa dei Campioni: è già avvenuto infatti altre 6 volte, precisamente nel 2000, nel 2003, nel 2008, nel 2013, nel 2014 e nel 2016. Il Liverpool ed il Tottenham, le finaliste del 2019, hanno molte più cose in comune di quanto si possa pensare. Entrambe queste società forniscono una via da seguire per chi, soprattutto in Italia, predica la fretta come maestra e vorrebbe sacrificare gli allenatori sull’altare pagano delle polemiche ad oltranza.

Il prossimo derby in finale potrebbe invece essere presentato come il derby della pazienza. La pazienza di due società che hanno preso due allenatori di valore, ma ancora in piena formazione e che hanno investito su di loro e sul loro lavoro, permettendo ad entrambi di sbagliare e di crescere. Il Liverpool ha preso Klopp nell’autunno del 2015: ad oggi, nonostante i tanti soldi spesi dai Reds sul mercato, il tecnico tedesco non è ancora riuscito a portare a casa un trofeo, perdendo addirittura tre finali europee consecutive.

Klopp tuttavia non è mai stato in discussione, perché il club ha sempre dato fiducia a lui ed all’importanza del suo lavoro. La società del Liverpool ha sempre ritenuto che la grande qualità di gioco data dal suo allenatore, prima o poi avrebbe pagato. L’anno scorso, Klopp è arrivato in finale di Champions League contro il Real Madrid, riuscendo a mettere in grandissima difficoltà la squadra allenata da Zidane. Perse, immeritatamente, a causa di due clamorosi errori del suo inesperto portiere, ma uscì dal campo fra gli applausi.

Il calcio ha una sua giustizia, ma te la rende col tempo, non prima di averti fatto assaggiare il significato della parola crudeltà sportiva che non uccide, ma fa davvero male come uno squarcio nel petto. Entri poi in un vortice dal quale devi essere bravo ad uscirne da solo. Il Liverpool lo ha fatto: questa finale è una sorta di ricompensa del destino verso uno dei club storici del calcio europeo, uno di quelli che conserva una sorta di alone di magia, che non è spiegabile con delle semplici parole o con qualche metafora.

Quasi analogo, anche se con minori acuti europei, il percorso del Tottenham di Mauricio Pochettino. L’allenatore argentino è arrivato a Londra nel 2014 dopo una positiva esperienza nel Southampton ed è, oggi, al suo quinto anno alla guida degli Spurs. La casella dei titoli conquistati, anche qui, è ancora a quota zero, ma dopo un quinto posto giudicato non positivo nel 2015, Pochettino è riuscito ad arrivare 3 volte sul podio della Premier League (due secondi posti ed un terzo posto).

In Italia sarebbe stato definito senza ombra di dubbio un perdente di successo (etichetta appiccicata addosso e poi ritirata nel corso degli anni a tecnici di livello che hanno allenato in Serie A come Sven Goran Eriksson e Carletto Ancelotti). In Inghilterra no: lì le discussioni vertono sul calcio, ci si divide sullo stile di gioco e sulla crescita delle squadre. La sconfitta o il non raggiungimento degli obiettivi viene sempre accettata ed analizzata, mai imputata come capo d’accusa verso qualcuno.

Esiste la pazienza, non solo come mera virtù, ma soprattutto come elemento valoriale, necessario per chi ha l’obiettivo di costruire qualcosa. Le sconfitte e i momenti negativi non vengono così mai esasperati e l’orgoglio di appartenenza prevale sempre sul doveroso diritto di critica. C’è una base di rispetto verso il lavoro dei tecnici che è fondamentale per dare senso all’intero movimento calcistico. Da noi, probabilmente, i Pochettino e i Klopp sarebbero già stati messi alla gogna, consegnati al ludibrio di un pubblico affamato di colpevoli, cui lanciare idealmente dei pomodori.

Quattro o addirittura cinque stagioni senza vittorie non sono concepibili nel modo italiano di vedere le cose, in base al quale, ad esempio, la stagione calcistica di Ancelotti al Napoli va valutata negativamente solo perché non ha vinto nulla (come se arrivare secondo dietro la Juventus di Cristiano Ronaldo fosse un’onta di cui vergognarsi). Il prossimo derby inglese che andrà in scena nella finale di Champions League del 1° giugno, ci indica invece la pazienza e il rispetto del lavoro degli allenatori come basi assolute per arrivare in fondo alle competizioni e per riuscire a dar vita ad un progetto.

Costruire, d’altronde, è un verbo particolarmente complesso. Gli strepiti e gli esoneri sono soluzioni figlie della disperazione e degli umori. Finché penseremo che il risultato è l’unico parametro per giudicare rimarremo sempre indietro: nel calcio e, probabilmente, anche in tutto il resto.

 

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