La Uefa come la UE: il Fair play finanziario contrasta i principi ispiratori

di Max Bambara –

Spesso vi è la sgradevole sensazione di ascoltare tanti pareri, in ordine all’argomento del FPF, che non tengono conto realmente di ciò di cui si parla; è come se si preferisse discettare più sulla base di conoscenze ascoltate, non verificate ed effettivamente acquisite. Ne viene fuori, troppe volte, una discussione monca, non esaustiva, povera di contenuti reali e ricca di concetti non pertinenti. Raramente è capitata una confusione così vasta su un argomento importante e di rilievo pubblico. In tanti infatti, tendono a credere, errando, in un principio strettamente legalitario che, in sé, nasconde un grande pericolo. Nella concezione più liberale ed aperta del diritto, questo pericolo conduce inevitabilmente alla cosiddetta tirannia assoluta della norma.

Di che cosa stiamo parlando? L’esistenza di una norma, in qualsiasi contesto, ne presuppone ovviamente il rispetto da parte di tutti coloro che sono sottoposti alla stessa. Ciò è abbastanza lapalissiano. Tuttavia quel che invece non è chiaro è che una norma non è un testo sacro. Rimane solo una norma e può essere discussa, contestata, criticata sulla base del principio ispiratore (la cosiddetta ratio) celato dietro la stessa. Giustificare una norma e stabilire di principio che essa non possa essere discussa in quanto vigente (c’è e va rispettata senza discuterla sostengono in molti) è una tesi inaccettabile che pone il dato legalitario in una dimensione superiore al dato valoriale. La legge non è sacra e mai può venire prima dei valori e dei principi ispiratori di una società.

Chi sostiene tale argomentazione, evidentemente, non considera che ci sono stati l’illuminismo e il positivismo razionalista e, per restare nel nostro seminato, che i padri costituenti italiani previdero nel 1946 che venisse istituita la Corte Costituzionale, proprio perché si pensava che l’arbitrio dell’uomo potesse condurre all’emanazione di norme non rispondenti ai valori più alti. I treni nazisti che conducevano gli ebrei ai campi di concentramento, ad esempio, erano perfettamente legali. Se applichiamo l’ottica strettamente legalitaria alle cose dovremmo arrivare a giustificare anche quell’orrore della storia dell’umanità.

Ovviamente così non può essere ed a questa regola non può sfuggire il contestato FPF: anche perché l’attuale normativa, con le sue modifiche ed i suoi adattamenti interpretativi di natura restrittiva, è andata ad inficiare in maniera alquanto profonda lo spirito positivo e pienamente “di servizio” che aveva invece ispirato la nascita del FPF. Nel 2009 infatti, in base alle idee dell’Uefa, il FPF doveva essere uno strumento utile, atto a venire incontro alle esigenze dei club, ad aiutarli, ad assicurare loro un contesto serio in cui proporre modelli di calcio fedeli al concetto della sostenibilità.

Quali erano gli obiettivi che si prefiggevano coloro che hanno ispirato la normativa sul FPF? Li elenchiamo qui di seguito: 1) introdurre più disciplina e razionalità nelle finanze dei club calcistici; 2) ridurre la pressione su salari e trasferimenti e limitare gli effetti dell’inflazione; 3) incoraggiare i club a contare solo sui propri profitti; 4) incoraggiare investimenti a lungo termine sul settore giovanile e sulle infrastrutture; 5) tutelare la sostenibilità a lungo termine nel calcio europeo; 6) assicurare il tempestivo pagamento dei debiti da parte dei club.

Se rileggete con attenzione tutti e 6 gli obiettivi ed i principi ispiratori della normativa originaria, potrete senza dubbio dar merito all’Uefa. Si trattava di fini assolutamente meritori e, altresì, la scelta della terminologia usata dal massimo organo calcistico europeo fu molto accorta, parca, rispettosa al massimo dell’autonomia delle società che, comunque, rimanevano club privati e non enti pubblici. Quanto avvenuto negli ultimi anni, ed in particolare subito dopo il 2016, anno in cui vi è stato l’avvento della presidenza dell’Uefa da parte di Ceferin, è invece assolutamente in contrasto con questi principi.

Prendiamo a titolo di esempio il punto 3 che, fra tutti, è quello maggiormente interessato dai dibattiti contemporanei: “incoraggiare i club a contare solo sui propri profitti” è una dizione aperta, in cui il verbo introduttivo iniziale “incoraggiare” non è sinonimo di imposizione. Tale formulazione lascia semmai aperta la strada ad un venirsi incontro, ad una disponibilità dell’Uefa nel favorire un piano di rilancio di un club, nell’ottica di un approdo finale verso un autofinanziamento, visto, a ragione, come obiettivo di primaria importanza valoriale.

L’obiettivo in sé però dovrebbe lasciare i club liberi di scegliere la strada migliore per arrivare ad esso. L’Uefa, con questo principio ispiratore, doveva porsi inizialmente come organo ausiliario, utile nel fornire consigli, pareri, nel mettere a disposizione i suoi esperti per provare a vagliare soluzioni alternative. Mai però il verbo “incoraggiare” (le parole non vengono usate mai a caso nella redazione di una normativa) avrebbe potuto lasciare il campo alle imposizioni e alle sanzioni di un organo ormai divenuto decisorio, che impedisce ad una nuova proprietà di investire nel club per renderlo più forte sul piano tecnico e per portarlo nel corso degli anni verso un normale livello di autofinanziamento.

Questo, purtroppo, sta accadendo al Milan ed al fondo Elliott che chiede esclusivamente di poter investire soldi propri nel club, senza incorrere in violazioni di chissà quale norma e senza diventare, per questi motivi, vittima di un sistema sanzionatorio che non ha ragione d’esistere in virtù di quelli che erano i principi ispiratori della normativa del FPF. Se in passato altre società hanno preferito passare dalle forche caudine del Settlement Agreement per non varare immediatamente un piano di rilancio che portasse i proprietari ad immettere risorse proprie nei club (scelta assolutamente legittima e rispettabile), ciò non significa che l’Uefa debba poter pensare che possa esistere un piano di crescita unico per tutti i club e che, soprattutto, si possa vietare ad una nuova proprietà di investire risorse nel calcio.

Tale luciferina presunzione può condurre nel tempo al crollo del castello dell’Uefa. I massimi vertici dell’organo europeo ritengono probabilmente di trovarsi dentro una fortezza inespugnabile, ma forse farebbero bene a capire che, continuando a promuovere norme apertamente in antitesi col diritto di proprietà, col diritto alla concorrenza e con il libero mercato questa fortezza potrebbe, presto o tardi, trasformarsi in un castello di carta. Se l’Uefa dovesse continuare, nel tempo, ad essere sommersa da ricorsi al TAS di Losanna provenienti da più parti, il rischio reale è quello di perdere credibilità agli occhi degli appassionati di calcio di tutta Europa.

Qualcosa di simile, mutatis mutandis, è avvenuta ad un livello politico più alto negli ultimi anni. L’Unione Europea infatti, non viene più vista dalla maggioranza dei cittadini europei come un qualcosa di credibile. Ciò è accaduto perché l’UE ha tradito gli ideali originari che avevano portato alla firma del Trattato di Roma nel 1957 e si è trasformata da organo che doveva garantire la pace, la sicurezza, la libertà e la libera circolazione delle persone, dei capitali e delle merci in un organo supremo che pretende, inopinatamente, di condizionare la politica economica di tutti gli stati membri.

Questa follia di pensiero che ha causato la nascita dei sovranismi. La sospensiva della procedura contro il Milan, in attesa del giudizio del TAS, potrebbe essere intesa come un segnale importante da parte dell’Uefa. Esistono infatti le ragioni di un nuovo proprietario (Elliott) che non può veder bloccato in partenza il suo piano industriale sulla base dei passivi di bilancio di due trienni amministrati da altri, le cui perdite comunque sono state ripianate. Se l’Uefa dovesse prendere atto di tale evidenza, probabilmente verrebbe posta la prima pietra per la costruzione di un calcio europeo diverso, più sostenibile ma, al contempo, rispettoso delle esigenze dei club e delle loro proprietà. Viceversa, non potrebbe escludersi l’affermazione di una specie di sovranismo calcistico.

D’altronde, il diritto di proprietà, il libero mercato ed il diritto alla concorrenza sono e saranno sempre valori troppo alti e nobili per accettare che vengano oltraggiati e calpestati in maniera così pervicacemente assurda.

 

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