Dalla battaglia legale alla sanatoria: il FFP e le scelte legali Milan

di Max Bambara –

L’accordo conciliativo tra UEFA e Milan, reso noto dal TAS nella forma del consent award, prevede l’abbandono da parte della UEFA della sanzione di dicembre 2018 e del nuovo deferimento di aprile 2019. Nel contempo è prevista l’esclusione del Milan dalle competizioni europee nel 2019/20. La squalifica dall’Europa League, pertanto, rappresenta l’unica sanzione cumulativa da applicare al club, e la Camera Giudicante dovrà ratificare il contenuto di questo accordo. Non viene esplicitato altro nel consent award reso pubblico dal TAS.

Formalmente, pertanto, il Milan continuerà ad essere monitorato ed a marzo/aprile 2020 dovrà discutere con la UEFA. A meno che i contenuti dell’accordo, che oggi sono coperti da riservatezza, non prevedano l’interruzione dei monitoraggi pregressi o particolari clausole d’uscita al momento non note. Appare difficile immaginare un’altra puntata di questa vicenda fra qualche mese, ma ad oggi possiamo soltanto fare delle ipotesi in quanto il Milan e l’UEFA hanno scelto di non rendere pubblica la parte operativa dell’accordo, svelando solo quella sanzionatoria.

Quel che invece è possibile fare è provare a capire il perché di questo accordo che, più di qualcuno fra i tifosi rossoneri, fa fatica a digerire, definendo questo consent award una sorta di “calarsi le braghe” da parte del fondo Elliott dinanzi alla massima istituzione del calcio europeo. Chi scrive pensa tutto il peggio possibile sul piano normativo e valoriale del fair play finanziario e pensa ancora più male dell’inasprimento di questa normativa voluto dal nuovo presidente Ceferin da circa 2 anni a questa parte.

Tuttavia bisogna avere la lucidità di separare le opinioni dalle azioni che, non sempre, possono coincidere. Si può ritenere sbagliata una normativa, ma si può scegliere un’altra strada per contrastarla rispetto a quella diretta. Sarebbe ed è saggio farlo se la via della battaglia legale, in questo momento, può danneggiare il Milan, aspetto che è stato accuratamente valutato dai legali del fondo Elliott.

Spesso infatti abbiamo sentito parlare di una frase molto di moda ma poco conosciuta nella sua portata reale: “Elliott li porta in tribunale” dicevano in molti fra i milanisti, quasi orgogliosi del fatto che il fondo proprietario del club aveva ed ha la forza economica e giudiziaria per affrontare l’UEFA nelle sedi competenti. Quel che molti ignorano però è che il tribunale dove la normativa va contesta sul piano della legittimità e della sua aderenza alle norme comunitarie, non è e non può essere il TAS che, nella scorsa stagione, restituì al Milan la possibilità di partecipare all’Europa League.

Il TAS di Losanna infatti è un tribunale autonomo cui vengono affidate le controversie giuridiche, regolamentari e, finanche, finanziarie, in materia di sport, la cui soluzione non è prevista dalla Carta Olimpica. Non è, come qualcuno erroneamente può credere, un tribunale ordinario. Il TAS quindi ragiona sulle sanzioni all’interno della normativa del FPF senza porsi il problema della sua legittimità o meno in armonia con le norme del diritto comunitario, anche perché non ha la competenza per affrontare la questione sul piano della costituzionalità delle norme.

Qualora il fondo Elliott avesse voluto (o volesse farlo) contestare la normativa sul FPF avrebbe dovuto intraprendere la via giudiziaria della giustizia ordinaria, sino ad arrivare, nel tempo, dinanzi alla Corte di Giustizia Europea al fine di contestare l’assunto normativa. In tali sedi il fondo Elliott avrebbe certamente potuto contestare la non aderenza del dettato normativo del FPF alla normativa sulla concorrenza e sul libero mercato, oltreché la violazione palese del diritto di proprietà. La tempistica per fare questo però varia dai 5 ai 10 anni. Sono tanti, troppi per ritenere questa la migliore soluzione alla vicenda.

Di certo il Milan è stato molto sfortunato nella tempistica perché il FPF voluto da Platini (per quanto contestabile) fino al 2016, prevedeva la possibilità per le nuove proprietà di avere un Voluntary Agreement che permettesse di non rispondere dei passivi accumulati in precedenza dai vecchi proprietari del club, in presenza d’un piano industriale credibile e di una solidità forte della proprietà.

Se il piano industriale presentato da Marco Fassone e rigettato dall’UEFA nel dicembre del 2017 poteva avere degli elementi di criticità legati ai ricavi ed alla fumosità della proprietà alle spalle del Milan, un eventuale VA chiesto dal fondo Elliott avrebbe dovuto avere tutt’altra attenzione e tutt’altra pregnanza. Ed invece, probabilmente, il fondo di Paul Singer si è reso conto che l’inasprimento della normativa del FPF voluta dal presidente Ceferin, arriva anche a inerire lo strumento del VA che, in futuro, potrebbe addirittura essere eliminato. Spazi per questa concessione per il Milan non ve ne erano e difficilmente ce ne saranno per altri club in futuro.

In questo contesto, il fondo Elliott aveva due strade dinanzi a sé: la prima era quella di fregarsene altamente dei conti e continuare ad investire nel Milan a piacimento, provando a costruire una squadra fortissima. Dinanzi a questa strada però, anche il TAS nulla avrebbe potuto contro le reiterazioni delle condotte (già il triennio 2016-19 presenta conti peggiori degli ultimi due trienni) ed il Milan avrebbe dovuto accettare squalifiche su squalifiche dalle competizioni europee nei prossimi anni che, purtroppo, sarebbe arrivate puntuali.

C’era il rischio molto serio di ritrovarsi a novembre fuori dai giochi scudetto (in Italia c’è una squadra che fa 90 punti di media da tanti anni), dovendo affrontare una stagione intera senza obiettivi (immaginate la demotivazione dei giocatori) perché arrivare secondi o dodicesimi nulla cambia senza poter disputare le coppe europee. Quali giocatori sarebbero rimasti nel Milan con questa prospettiva? Quali giocatori, altresì, sarebbero venuti al Milan con questo scenario davanti? Che credibilità avrebbe avuto inoltre il club nella ricerca di nuovi sponsor nel tentativo di alzare il fatturato?

Insomma stando così le cose, l’unica strada percorribile era quella di un accordo doloroso (rinunciare ad una competizione europea è sempre un dolore per chi ama lo sport) che permettesse al club di ripartire sanando le situazioni del passando e, magari, sottoscrivendo un Settlement Agreement con meno vincoli e meno limitazioni di quanto preventivato (questa però al momento è solo un’ipotesi). Tutte queste sono state le traiettorie e le dinamiche con cui si sono dovuti confrontare il fondo Elliott, i suoi legali e la società rossonera. I tifosi quindi non devono abbandonarsi a critiche vuote e pretestuose, ma devono stare vicini al club e capire che ci sono mali necessari, in certi momenti, che debbono essere espiati se si vuol provare a ripartire.

 

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