Daniè! Dall’altra parte, dove c’era la Lazio, ora ci sarà il River Plate…

Daniè! Dall’altra parte, dove c’era la Lazio, ora ci sarà il River Plate…

di Simone Balocco

di Simone Balocco – 

Da ieri Daniele de Rossi è un nuovo giocatore del Boca Juniors: contratto di anno nella squadra straniera che lui ha sempre tifato di più. Per l’ultimo capitano della Roma (il nuovo dovrebbe essere Alessandro Florenzi), una nuova opportunità professionale entusiasmante nel campionato del Paese “dall’altra parte del Mondo” (Jorge Bergoglio dixit), la Superliga.

De Rossi, 36 anni festeggiati mercoledì, diventa così il quarto calciatore nato in Italia a militare nel massimo campionato argentino. Per trovare i suoi “predecessori”, c’è da andare indietro nel tempo: il primo fu Mario Busso (tra il 1918ed il 1927) seguito poi da Vittorio Giovanni Bratina (stagione 948/1949) e Nicolas Novello (dal 1966 al 1975). L’ultimo italiano “italiano” a giocare in Sudamerica è stato Marco Osio, già “sindaco” del “Parma dei miracoli” di Scala, con la maglia dei brasiliani del Palmeiras “targati” Parmalat nella stagione 1996/1997.

Per la squadra boquista, un nuovo campione del Mondo in rosa a distanza di ventidue anni, quando in azul y oro c’era niente meno che Diego Armando Maradona: era il biennio 1995-1997 quando l’allora Pibe de oro (capitano della Albiceleste campione a Messico ’86) decise di chiudere la sua carriera nel club xeneize che lo aveva consacrato al grande calcio nella stagione 1981/1982. Quando DDR aveva annunciato che avrebbe salutato la Roma, per l’ex Capitan Futuro si erano aperte tante possibilità: dalla scrivania della stessa Roma alla Fiorentina al Milan, fino alla MLS americana alla Cina oppure entrare nello staff della Nazionale italiana.

Un amore profondo quello tra Daniele de Rossi e la squadra giallorossa nato il 30 ottobre 2001 in quel Roma-Anderlecht di Champions League, ultima partita del girone A: l’allora 18enne de Rossi fu gettato nella mischia da Fabio Capello al minuto 71 al posto di Ivan Tomic. Un amore poi terminato, senza interruzioni, lo scorso 26 maggio dopo 616 partite (secondo nella classifica di sempre della squadra, dopo Francesco Totti) e sessantatre reti segnate. De Rossi, fino alla scorsa stagione, era il “giocatore bandiera” per antonomasia: era il giocatore da più stagioni nella stessa squadra, davanti a Sergio Pellissier del Chievo Verona (17 stagioni) e alla coppia Magnanelli-Chiellini di Sassuolo e Juventus in squadra da 14 stagioni. Ora, con l’addio di De Rossi e Pellissier, saranno proprio il centrocampista umbro ed il capitano della Juventus i “giocatori bandiera” della Serie A.

Cos’è il “giocatore bandiera”? Quel calciatore che decide di rimanere a vita con una sola squadra: un po’ perché tifoso, un po’ perché il giocatore più forte, un po’ perché se andasse via romperebbe un incantesimo. De Rossi per due stagioni aveva preso sulle spalle (e sul braccio sinistro) un peso non indifferente: la fascia di capitano della Roma dopo le diciannove stagioni consecutive di Francesco Totti. Un peso che gli ha dato oneri ed onori. Sul “giocatore” Daniele de Rossi nulla da eccepire: fedeltà alla causa, tifoso romanista da sempre, capitano per antonomasia, leader in campo e fuori, uno che molti tifosi avrebbe voluto strappare per averlo nella propria squadra.

Come mai una scelta così radicale di cambio vita? Il fu Capitan Futuro ha sempre vissuto di stimoli e ha deciso di ripartire dall’Argentina, affermando, già in tempi non sospetti, di seguire con interesse le sorti del Boca Juniors, la squadra più titolata di Argentina e la terza del Mondo (alla pari con il Milan) con diciotto trofei.

A spingere sul tesseramento dell’ex Campione del Mondo, anche il suo ex compagno di squadra Nicolás Burdisso, attualmente direttore sportivo del club xeneize. E i tifosi boquisti sono rimasti entusiasti dell’arrivo dell’ex numero 16 della Roma sin da subito, tanto da aver esposto striscioni in suo onore e aver riempito i social, esprimendo massima gioia sull’arrivo a La Boca di uno dei centrocampisti europei più forti della sua generazione. Ed il suo arrivo all’aeroporto è stato caratterizzato dal giocatore che camminava a fatica tra la folla festante.

Da una boutade estiva alla firma nero su bianco: Daniele de Rossi è il nuovo volante central della squadra di Gustavo Alfaro, nuovo tecnico del club blu e oro dopo l’esperienza all’Huracán. Alfaro, classe 1962, ha preso il posto di un grande “cuore” Boca, Guillermo Barros Schelotto, passato ai californiani dei L.A. Galaxy.

DDR vivrà nel barrio di Puerto Madero, nella zona orientale della capitale, e potrà continuare ad indossare la maglia numero 16 sia in Superliga sia in Copa Libertadores. I suoi nuovi compagni di squadra sono tra i più forti ed iconici del Paese albiceleste: da Cristian Pavon a Dario Benedetto, da Mauro Zarate a Carlos Tevez. Chi lo avrebbe detto che un giorno il romanista de Rossi avrebbe giocato in Argentina con l’ex laziale Zarate? Che de Rossi abbia fatto un qualcosa di eroico nell’accettare un trasferimento così lontano, nulla da dire: non è da tutti fare armi e bagagli, prendere compagna e figli e salire su un aereo “Fiumicino-Buenos Aires”. E’ stata una scelta ponderata da parte del giocatore, molto ponderata, e lui è molto convinto della scelta e non vede l’ora di iniziare a giocare.

Il giocatore è atterrato in Argentina carico e con un buon allenamento alle spalle, anche se si è allenato da solo. Non va in una sorta di buen ritiro quindi, ma va a giocare in un campionato tosto indossando una maglia pesante e storica, la più “pesante” di Argentina. E tutti vorrebbero che Daniele de Rossi possa fare la storia del club argentino come ai tempo hanno fatto Mouzo, Rattin, Maradona, Palermo e Riquelme (solo per citare i più mainstream). E l’Argentina, terra di tango, pampas e mate è un Paese che vive il calcio forse più che l’Italia. Sicuramente alla pari con la città di Roma. E gli stadi argentini, nelle immagini di repertorio che ci arrivano da quella parte di Mondo, sono ricchi di torcide, avalanche e curve che sono arrivate a minacciare le famiglie di non andare allo stadio perché in curva si deve cantare ed incitare la propria squadra dall’inizio alla fine. L’Argentina è da sempre terra di fútbol e la sua capitale, Buenos Aires, vive di calcio 24 ore su ventiquattro, 7 giorni su sette.

E quando si parla di fútbol argentino, la partita clou è il Superclásico tra il Boca Juniors ed il River Plate.

La partita delle partite, la partita più attesa di tutte, sia alla “Bombonera” (altresì detto “Estadio Alberto José Armando”) sia al “Monumental” (noto come “Estadio Antonio Vespucio Liberti”). Motivo? Le botte da orbi in campo e sugli spalti i “numeri” coreografici delle due Curve. Una partita mai banale, per cuori forti: “La Doce” contro “Los Borrachas del Tablòn 14”, il tifo più caldo della curva boquense e platense. Boca-River è sempre una partita bella, fantastica, storica, entusiasmante e mai banale tanto che tempo fa un giornale inglese l’aveva collocata tra le 50 cose da vedere nella vita.

Boca-River è una sfida tra due scuole di pensiero, due stili di vita, due modi di tifare, di modi passionali di vedere il calcio. Un sentimento che supera ogni cosa. E’ “genovesi” contro “milionari”, popolo contro ricchi, bosteros contro gallinas, pueblo trabajador contro millionaros. Però c’è un però: con la riforma del nuovo campionato argentino, Daniele de Rossi se giocherà il derby di Baires lo farà solo al “Monumental” e non alla “Bombonera” perché la nuova riforma del campionato vede solo partite di andata…e il sorteggio ha decretato che la partitissima di Baires si giocherà al “Monumental”.

De Rossi è da sempre abituato alle partite tra Roma e Lazio, ma un conto è il derby del Colosseo (che il nuovo numero 16 boquista ha giocato 30 volte tra Campionato e Coppe Italia, senza però mai segnare un gol), un conto è il Superclásico. Perché se il livello tecnico argentino non sarà eccelso, laggiù la differenza la fanno gli stadi. E giocare partite come il Superclásico (oppure uno dei tanti derby di Baires o contro le altre grandi del Paese) non è da tutti, ma per cuori (e piedi) forti. Il derby romano è la stracittadina più sentita di tutte in Italia, ma il Superclásico ha un altro appeal.

De Rossi a 36 anni ha deciso di cambiare vita e di lottare per vincere il primo titolo nazionale della carriera, visto che con la Roma, in diciotto stagioni, ha avuto come best position nove secondi posti (ma anche due Coppe Italia e una Supercoppa italiana vinte). In bocca al lupo, Danie’. Stai tranquillo che moltissimi italiani, non solo romanisti, seguiranno le partite con la tua nuova maglia e tutti si sentiranno ancora più orgogliosi di essere italiani.  E chissà mai che un giorno giocherai il Superclásico alla “Bombonera”.

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