Per Andrea Agnelli il FPF è una regola equa: facile però parlare da una torre d’avorio

Per Andrea Agnelli il FPF è una regola equa: facile però parlare da una torre d’avorio

Le dichiarazioni rese ieri dal presidente bianconero Agnelli evidenziano l’incongruenza fra quanto dichiarato oggi dalla Juventus sul FPF e quanto ottenuto invece negli anni post Calciopoli grazie ad investimenti a pioggia, oggi non consentiti dalla normativa Uefa

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Sembrano quasi passate sotto traccia dal punto di vista mediatico, eppure le considerazioni di ieri espresse da Andrea Agnelli all’Università Bocconi di Milano, sono emblematiche dello stato dell’arte attuale del calcio europeo.

Il massimo dirigente bianconero ha testualmente detto quanto segue: “Nel 2012 la UEFA ha iniziato a pensare come salvaguardare i conti dei club. Nel corso degli anni con il FFP ha limitato le spese, spesso più grandi degli introiti, perciò ecco che ha posto un occhio di riguardo sui bilanci. Il club pensa a quanti anni siano necessari per vincere, ma la regolamentazione è importante, le sanzioni sono importanti allo stesso modo. Adesso dobbiamo solo capire come evolvere ulteriormente per il bene dei club europei e per un calcio più equo. Oggi il FFP è una regola uguale per tutti. Uno standard al quale fare riferimento. La trasparenza è essenziale anche per i piccoli club e le piccole leghe“.

In sostanza, a detta del presidente della Juventus, la situazione attuale del calcio europeo va bene così com’è ed il FPF non rappresenta una normativa borderline per ciò che concerne i risultati ottenuti e l’applicazione pratica, bensì una regola uguale per tutti. Agnelli si è addirittura spinto ad auspicare sanzioni più rapide in stile Tribunale militare per i club che non sono in regola con questa normativa.

Sarebbe facile evidenziare come il primo dirigente della Juventus, nelle sue affermazioni, non tenga conto di quanto una norma non statuale come il FPF vada a disciplinare, illegittimamente, situazioni molti differenti. Basti a tal proposito evidenziare i diversi regimi di tassazione sul reddito presenti in Europa, la diversa regolamentazione che i vari stati offrono a tutela del marchio e delle conseguenti attività di merchandising dei club calcistici e, soprattutto, la possibilità per i club spagnoli con azionariato, di imputare gli aumenti di capitale come ricavi e non come mere ricapitalizzazioni.

Il FPF, alla luce di queste discrepanze, non può essere una regola uguale per tutti, in quanto le diverse regolamentazioni statali ne aumentano a dismisura le componenti di iniquità e di disarmonia. Rimane però, a margine, il problema fondamentale, ossia un’assoluta evidenza che supera i limiti costituzionali, per arrivare a lambire le rive dorate del Trattato di Nizza (anche conosciuto come Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) che, all’articolo 17, disciplina il diritto di proprietà. “Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporre e di lasciarli in eredità. L’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale”.

Orbene, come si può sostenere che la normativa Uefa attuale sul FPF non sia invasiva e palesemente irrispettosa del diritto di proprietà? Come può l’Uefa sindacare in ordine alle scelte che il proprietario di un club, legittimamente, dopo averne acquisito la proprietà, vuole compiere in ordine agli investimenti ed alle ricapitalizzazioni propedeutiche agli stessi?

Probabilmente il presidente Agnelli ha avuto una lieve dimenticanza. La sua Juventus, modello di gestione spesso elogiato in molte sedi, nasce da investimenti a pioggia che sono stati resi possibili da due componenti: la disponibilità della Exor, controllante del club e l’assenza della normativa sul FPF. La Juventus infatti, a cavallo fra il 2007 ed il 2012 (ossia dopo la retrocessione in Serie B e l’immediata risalita in Serie A), ha investito in entrata oltre 300 milioni di euro. Tale cifra va contestualizzata al livello dei prezzi dell’epoca per capirne la portata. Oggi il miglior talento under 20 (Mbappe) è costato circa 180 milioni di euro al PSG. Nel 2007, il Milan campione d’Europa andava a prendere il più grande talento Under 20 del momento (Alexander Pato) per 22 milioni di euro. I prezzi, in dieci anni, sono quasi decuplicati e ciò dà rilievo ancora di più agli sforzi della famiglia Agnelli.

La Juventus insomma ha potuto investire a pioggia per tanti anni prima di trovare il “filone” giusto che le ha consentito di aprire un ciclo e di incamminarsi poi su un sentiero di crescita industriale. Prima di arrivare al Cristiano Ronaldo attuale e al pagamento clamoroso della clausola di Higuain nel 2016, è passata dai Diego, dai Felipe Melo, dagli Andrade, dagli Amauri, dai Martinez, dai Tiago, dai Krasic e da molti altri investimenti non azzeccati, sopportati dalle casse del club solo grazie alla presenza dell’azionista di maggioranza Exor, pronta a ripianare le perdite ed a ricapitalizzare il club. Nel 2011 ci fu addirittura una ricapitalizzazione da oltre 120 milioni di euro nelle casse di una Juventus che ne fatturava 170 e che aveva costi per quasi 200 milioni. Parliamo, in sostanza, di un club tecnicamente fallito senza il contributo dell’azionista di maggioranza ed al quale oggi l’Uefa imporrebbe condizioni molto gravose, sanzioni e limitazioni di ogni tipo sul mercato.

Alla luce di ciò, pertanto, non si capisce sulla base di quali argomentazioni logiche e giuridiche Andrea Agnelli sostenga l’equità di questo sistema di norme e non si chieda per quale ragione gli altri club che, oggi, vogliono fare semplicemente degli investimenti (come li fece la sua Juventus nel passato per molti anni) devono subire limitazioni, sanzioni e letterine di richiamo (vedasi il Milan dopo l’acquisto di Paqueta) come se stessero commettendo reati finanziari gravissimi e non si stessero solo limitando ad esercitare il diritto di proprietà, saldamente riconosciuto dal Trattato di Nizza. Probabilmente la Juventus esprime il suo punto di vista da una torre d’avorio e si rende conto che il FPF è una norma che salvaguarda la sua posizione di vantaggio nel campionato italiano dove ormai si gioca da molti anni dal secondo posto in giù.

Per troppi il detto “dura lex sed lex” è diventato un utile paravento contro ogni contestazione logica verso questa follia normativa chiamata FPF. Nella storia dell’uomo però non sempre l’esistenza di una norma ha sancito l’esistenza di un principio ineccepibile. Anzi, a volte, le norme hanno giustificato il peggio della storia. Per usare un paragone volutamene iperbolico, i treni nazisti che conducevano gli ebrei ai campi di concentramento erano formalmente giustificati dall’esistenza di una norma ad hoc. Questo ci dice che non sempre l’aspetto legalitario coincide con l’aspetto dell’equità e della giustizia. Qualcuno pertanto dovrebbe iniziare a porsi qualche domanda sull’argomento, ragionando in un’ottica diversa, che prenda in considerazione la competitività ed il diritto di tutti ad investire come valori imprescindibili per un sistema calcio sano ed assolutamente credibile agli occhi di tutti gli appassionati di calcio.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy