un derby campo donald trump vs megan rapinoe

un derby campo donald trump vs megan rapinoe

di Redazione Derby Derby Derby

di Giuseppe Livraghi –

Un derby statunitense -seppur a distanza- si sta giocando al Mondiale femminile di calcio: protagonisti l’attaccante della Nazionale a stelle e strisce Megan Rapinoe e il presidente yankee Donald Trump. Il “pomo della discordia” è stato il non cantare l’inno USA (“The Star-Spangled Banner”) da parte della Rapinoe prima della vittoriosa (2-1) sfida dello scorso 24 giugno con la Spagna; un gesto che ha stizzito non poco l’inquilino della Casa Bianca, il quale ha senza giri di parole affermato: «Megan non dovrebbe mai mancare di rispetto al nostro Paese, alla Casa Bianca o alla nostra Bandiera, soprattutto perché è stato fatto tanto per lei e per la squadra. Sia orgogliosa della bandiera che indossa».

La calciatrice, orgogliosamente attivista in difesa dei diritti e contro le disuguaglianze, non aveva cantato l’inno yankee quale protesta verso il presidente: non è la prima volta che l’attaccante della selezione USA adotta comportamenti simili, giacché in alcune partite della sua compagine di club (i Seattle Reign) al momento dell’inno si era inginocchiata, imitando le proteste dei giocatori di football americano. Orbene, lottare per i diritti, per l’eguaglianza e contro le discriminazioni è certamente nobile e lodevole, mentre non lo è il non cantare l’inno. Per quale motivo? Perché non cantando l’inno non si va a “colpire” solamente il numero 1 della Casa Bianca, bensì tutto il popolo statunitense (327 milioni di anime), quindi anche le persone delle quali Rapinoe s’atteggia a paladina.

Non cantar l’inno significa mancare di rispetto anche ai malati che non possono permettersi l’assicurazione sanitaria, ai lavoratori che si alzano alla 4 di mattina per andare a guadagnarsi da vivere nelle aziende automobilistiche, ai poliziotti che sono a “proteggere e servire” i cittadini, a coloro i quali hanno lottato affinché il South Bronx non fosse più quell’inferno che era negli Anni Settanta, eccetera, eccetera. Evidentemente, tante persone non sanno (o, peggio, fingono di non sapere) che Paese e Governo non sono la stessa cosa: per esempio, Pinochet non era il Cile e il Cile non era Pinochet (con questo non si vuole affatto paragonare Trump al dittatore cileno, intendiamoci). Ultima considerazione: se Rapinoe non canta l’inno per protesta, cosa dovrebbero fare i pellerossa (i veri americani, peraltro)?

Al di là delle idee (tutte rispettabili, se non infrangono la legge), la scelta dell’attaccante yankee appare fuori luogo: semmai, in caso di successo nella kermesse iridata, Rapinoe potrebbe rifiutare l’eventuale convocazione alla Casa Bianca, oppure accettarla senza stringere la mano a Trump. Pur essendo una superpotenza e democratici (“demoplutocratici” affermava qualcuno di importante), gli Stati Uniti hanno ovviamente anch’essi i loro pregi e i loro difetti: tuttavia, il non cantarne l’inno è un modo sbagliato per portare avanti un’idea giusta.

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