Andata, tradimento e ritorno: Glenn Murray, l’uomo che attraversò due volte il M23
Il 27 settembre 2011 Glenn Murray torna a Brighton e segna. Non indossa più la maglia biancoblù con cui, pochi mesi prima, aveva conquistato la League One. Quella sera gioca per il Crystal Palace, la squadra che i tifosi del Brighton detestano più di qualsiasi altra. Il suo gol arriva nel recupero, quando la partita è già stata ribaltata: Craig Mackail-Smith aveva portato avanti i padroni di casa, Wilfried Zaha aveva pareggiato, Darren Ambrose aveva completato la rimonta. Murray aggiunge il terzo gol, quello che fissa il risultato sull’1-3 e consegna al Palace una vittoria destinata a occupare un posto particolare nella storia del nuovo Amex Stadium.
L’impianto è stato inaugurato in estate, dopo anni trascorsi dal Brighton a inseguire una casa degna delle proprie ambizioni. La squadra di Gus Poyet ha cominciato bene il campionato, lo stadio è pieno, l’atmosfera è quella delle occasioni attese a lungo. Per ottanta minuti sembra che la prima visita del Crystal Palace possa concludersi con una festa. Poi la partita cambia e il Brighton subisce la prima sconfitta casalinga di campionato all’Amex. A chiuderla è proprio il centravanti che aveva contribuito a portare il club fin lì.
Il trasferimento di Murray al Palace risale soltanto a tre mesi prima. Non c’è stato nemmeno un indennizzo da pagare: il suo contratto con il Brighton era scaduto e il giocatore aveva scelto di firmare con i rivali. La promozione appena conquistata, i ventidue gol dell’ultima stagione, gli applausi ricevuti al Withdean Stadium sono diventati improvvisamente materiale per una discussione assai meno sentimentale. Murray aveva il diritto di scegliere il proprio futuro. I tifosi del Brighton avevano deciso che quella scelta non gli sarebbe stata perdonata facilmente.
Per capire perché un trasferimento tra due squadre distanti quarantacinque miglia potesse provocare una reazione simile, bisogna tornare a un’altra partita, disputata molto prima che Murray nascesse. E a un rigore che, a Stamford Bridge, fu necessario calciare due volte.
Un derby senza confini cittadini
Brighton si affaccia sulla Manica, con il lungomare, il molo e una tradizione turistica che ne ha fatto una delle località più riconoscibili della costa inglese. Il Crystal Palace appartiene invece al sud di Londra, a un territorio urbano cresciuto intorno a quartieri residenziali, strade trafficate e stazioni ferroviarie. Le due squadre non dividono una città e nemmeno una contea. La rivalità, perciò, ha sempre richiesto qualche spiegazione ai tifosi stranieri e a quelli inglesi meno abituati alle sue particolarità.Il nome di M23 derby, entrato nell’uso giornalistico, richiama l’autostrada che collega l’area londinese alla costa meridionale, anche se non conduce direttamente da uno stadio all’altro. Non è la strada, però, ad aver creato l’inimicizia. Brighton e Palace si erano affrontati per decenni senza che gli incontri assumessero un significato speciale. La situazione cambia negli anni Settanta, quando entrambi cercano di risalire le divisioni inglesi e finiscono per contendere gli stessi obiettivi, spesso davanti a spalti gremiti.
Le prime tensioni significative risalgono al 1974, quando una partita al Goldstone Ground è accompagnata da scontri tra sostenitori e arresti. La rivalità prende però una forma più riconoscibile nella stagione successiva. Il 24 febbraio 1976, durante un incontro di campionato tra Brighton e Crystal Palace, gli oltre trentatremila spettatori assistono a qualcosa che lascerà un segno anche fuori dal campo. Ai cori delle Eagles del Palace, i tifosi di casa rispondono con quello dei Seagulls, i gabbiani. L’idea era nata nei mesi precedenti tra alcuni sostenitori del Brighton, ma è in quella serata che il nuovo coro si diffonde sulle gradinate. Il Brighton vince 2-0 con una doppietta di Sammy Morgan e trova anche un’identità destinata a durare. Il soprannome di Dolphins, sperimentato dal club, lascia progressivamente il posto a quello scelto dal pubblico; nel 1977 il gabbiano entrerà ufficialmente nello stemma. La rivalità è ancora giovane e ha già cambiato il modo in cui una squadra chiama se stessa.
Nella stagione 1976-77 Brighton e Palace si affrontano cinque volte, due in campionato e tre in FA Cup. In coppa servono due replay per stabilire chi debba passare il turno. Il confronto decisivo si gioca il 6 dicembre 1976 a Stamford Bridge, dopo due rinvii per il maltempo. Il Palace è avanti 1-0 quando al Brighton viene annullato un gol di Peter Ward per un fallo di mano contestato. Nella ripresa Brian Horton trasforma un rigore, ma l’arbitro Ron Challis ordina di ripeterlo per l’ingresso anticipato di alcuni giocatori in area. Al secondo tentativo Paul Hammond respinge il pallone. Il Palace vince e Mullery perde la pazienza.
All’uscita dal campo, l’allenatore del Brighton protesta contro l’arbitro e si scontra verbalmente con i sostenitori avversari. Dal settore del Palace gli viene lanciato addosso del caffè caldo. Mullery reagisce con gesti offensivi e viene accompagnato fuori dal terreno di gioco dalla polizia; la Football Association gli infliggerà una multa. Il racconto di quella serata si arricchirà negli anni di particolari, accuse e ricostruzioni differenti, ma il nucleo della vicenda non cambia: una partita di coppa ha trasformato una competizione tra squadre ambiziose in un’antipatia destinata a sopravvivere ai suoi protagonisti.
Nella primavera del 1977 entrambe ottengono la promozione. Due anni dopo si ritrovano a lottare per salire nella massima divisione e il Palace conquista il titolo superando il Brighton di un punto. Nel 1982 Mullery passa addirittura sulla panchina del Crystal Palace, accolto con diffidenza da molti dei suoi nuovi tifosi. La rivalità ha ormai una memoria propria, fatta di risultati, allenatori, episodi arbitrali e vecchi conti mai del tutto chiusi. Quando Glenn Murray decide di attraversarla nel 2011, non sta semplicemente cambiando datore di lavoro.
Il centravanti del Withdean
Murray nasce a Maryport, in Cumbria, nel settembre 1983. Il suo percorso non assomiglia a quello di un predestinato. Gioca nel calcio semiprofessionistico, passa dal Workington Reds al Barrow, trascorre un periodo negli Stati Uniti con i Wilmington Hammerheads e trova una prima stabilità al Carlisle United. Seguono Stockport County e Rochdale, tra gol, trasferimenti e campionati lontani dalla Premier League. Quando il Brighton lo acquista dal Rochdale nel gennaio 2008, ha ventiquattro anni e conosce già bene il mestiere del centravanti nelle divisioni inferiori.Il club che lo accoglie sta cercando di ricostruire la propria identità. Ha perso il Goldstone Ground nel 1997, ha dovuto disputare le partite casalinghe a Gillingham e dal 1999 gioca al Withdean Stadium, un impianto di atletica adattato al calcio. Le tribune sono lontane dal campo, l’atmosfera è diversa da quella degli stadi tradizionali inglesi e ogni stagione viene accompagnata dall’attesa di un nuovo impianto a Falmer. Il Brighton ha conosciuto il rischio di precipitare fuori dalla Football League e non ha ancora recuperato la stabilità necessaria per guardare con continuità alle categorie superiori.
Murray arriva in questo contesto e impiega del tempo a trovare il proprio posto. È alto, efficace nel gioco aereo, capace di proteggere il pallone spalle alla porta. Non possiede la velocità degli attaccanti che vivono di campo aperto, ma legge bene i movimenti dei difensori e sa riconoscere il momento in cui attaccare l’area. Le prime stagioni sono condizionate da problemi fisici e risultati altalenanti. La squadra cambia allenatori, mentre il nuovo stadio continua a essere una promessa più che una realtà.
La svolta arriva nel novembre 2009, con l’ingaggio di Gus Poyet. Il tecnico uruguaiano impone un calcio più organizzato, fondato sul possesso e sulla costruzione paziente dell’azione. Murray diventa un riferimento prezioso: offre una soluzione diretta quando serve, ma soprattutto permette ai compagni di avvicinarsi alla porta attraverso le sue sponde e i suoi movimenti. Accanto a lui Ashley Barnes cresce, mentre il Brighton trova una continuità che mancava da anni.
Nella stagione 2010-11 il club domina la League One. Murray segna ventidue gol in campionato e il Brighton conquista il titolo con largo anticipo. Il vecchio Withdean può essere salutato con una promozione, proprio mentre il nuovo Amex Stadium è pronto ad aprire. Sembra il momento ideale per proseguire insieme. Invece, mentre il Brighton prepara il ritorno in Championship, il contratto del suo centravanti diventa una questione irrisolta.
Il prezzo di una scelta
Murray è in scadenza e le trattative per il rinnovo non arrivano a una conclusione. Il Brighton vuole trattenerlo, ma non intende superare determinati limiti economici. L’attaccante ritiene di poter ottenere condizioni migliori altrove. Sono dinamiche frequenti nel calcio professionistico, soprattutto quando una promozione modifica il valore di mercato dei giocatori. In questo caso, però, la destinazione scelta rende impossibile trattare la vicenda come una normale separazione.Il Crystal Palace offre a Murray un contratto e lo porta a Selhurst Park senza pagare il cartellino. Dougie Freedman, allenatore degli Eagles, ottiene un attaccante che conosce la categoria e ha appena dimostrato di saper guidare una squadra alla promozione. Il Brighton perde il proprio miglior realizzatore della stagione precedente e deve cercarne un sostituto. Il trasferimento è comprensibile sul piano professionale, ma per una parte della tifoseria rappresenta una rottura che nessuna spiegazione economica può attenuare.
La rete non determina il risultato, ormai compromesso, ma ne cambia il ricordo. Murray diventa il giocatore che ha segnato contro il Brighton nella prima visita del Palace all’Amex. È un dettaglio destinato a riemergere ogni volta che il suo nome viene pronunciato da una parte o dall’altra della rivalità.
Trenta gol e una promozione vista dalla tribuna
Il primo campionato di Murray al Palace non è memorabile per numero di reti. Il secondo, invece, cambia la sua carriera. Nella Championship 2012-13 comincia a segnare con una regolarità che pochi attaccanti riescono a mantenere per un’intera stagione. Wilfried Zaha e Yannick Bolasie portano velocità e imprevedibilità sulle fasce; Murray occupa l’area, anticipa i difensori, trasforma cross e palloni sporchi in occasioni da gol. Anche il cambio di allenatore, con Ian Holloway subentrato a Freedman in autunno, non interrompe la sua serie realizzativa.Il 1° dicembre 2012 il Brighton arriva a Selhurst Park per una partita che conta anche per la parte alta della classifica. Dopo otto minuti Lewis Dunk viene espulso e gli ospiti rimangono in dieci. Murray segna nel primo tempo, poi trasforma un rigore nella ripresa. Garvan, ancora dal dischetto, completa il 3-0. Il Palace conquista la vetta della Championship e il suo centravanti aggiunge una doppietta al gol segnato all’Amex l’anno precedente. Per i sostenitori degli Eagles è ormai uno dei simboli della squadra; per quelli del Brighton, il giocatore che ha scelto i rivali continua a rendere quella scelta sempre più difficile da digerire.
Il Brighton si prende una rivincita nel marzo 2013, quando vince 3-0 all’Amex con due reti di Leonardo Ulloa e una di David López. Ma il calendario prepara un confronto ancora più importante. A fine stagione le due squadre si ritrovano nelle semifinali dei playoff per la Premier League. Il Brighton ha chiuso quarto, il Palace quinto. Murray ha segnato trenta gol in Championship, più di qualsiasi altro giocatore del campionato, e arriva agli spareggi come il principale riferimento offensivo degli Eagles.
Tre giorni dopo il Palace si presenta all’Amex senza l’uomo dei trenta gol. Il Brighton ha davanti a sé l’occasione di eliminare i rivali e raggiungere Wembley. A decidere la partita, però, è Zaha, autore di una doppietta nella ripresa. Il Palace vince 2-0 e conquista la finale. Il 27 maggio supera il Watford grazie a un rigore di Kevin Phillips nei tempi supplementari e sale in Premier League. Murray ha trascinato la squadra per quarantasei giornate, ma non può giocare nessuna delle partite decisive. Il Palace ottiene la promozione mentre il suo miglior marcatore affronta i primi mesi di una lunga riabilitazione. È uno dei paradossi più duri della sua carriera: aver segnato abbastanza da rendere possibile il salto di categoria e non poter partecipare alla sua conclusione.
Il ritorno in campo è complicato. Il Crystal Palace è ormai in Premier League e deve pensare alla salvezza. Murray non recupera immediatamente lo spazio avuto in Championship. Nel 2014 viene mandato in prestito al Reading, dove ritrova continuità e gol, poi rientra a Selhurst Park. Nell’estate del 2015 passa al Bournemouth, appena promosso nella massima divisione. Segna anche una rete decisiva contro il Chelsea a Stamford Bridge, ma non riesce a diventare un titolare stabile nella squadra di Eddie Howe. Ha superato i trent’anni e si ritrova ancora una volta davanti alla necessità di scegliere dove continuare a giocare.
Il ritorno che sembrava impossibile
Nell’estate del 2016 il Brighton è reduce da una stagione frustrante. Ha chiuso la Championship a pari punti con il Middlesbrough, mancando la promozione diretta per la differenza reti, e ha perso la semifinale playoff contro lo Sheffield Wednesday. Chris Hughton ha costruito una squadra competitiva, ma ha bisogno di un attaccante esperto, capace di garantire gol e presenza in area: Il nome individuato è quello di Glenn Murray.Sono trascorsi cinque anni dal suo addio. Nel frattempo ha segnato contro il Brighton, contribuito alla promozione del Palace e giocato in Premier League. Non è più il centravanti che aveva lasciato il Withdean Stadium dopo la conquista della League One. È un giocatore di trentadue anni, con un grave infortunio alle spalle e una conoscenza approfondita del campionato che il Brighton vuole finalmente vincere. Il suo ritorno ha una logica tecnica evidente, anche se la memoria dei tifosi non può essere archiviata con la stessa facilità.
Il 3 luglio 2016 il Brighton annuncia il prestito dal Bournemouth. Murray ritrova una società trasformata: il Withdean appartiene al passato, l’Amex è diventato una casa stabile e l’obiettivo non è più sopravvivere nelle categorie inferiori, ma raggiungere la Premier League. Il pubblico che lo aveva fischiato da avversario deve abituarsi a rivederlo con la propria maglia. La diffidenza non scompare per decreto, ma il calendario offre presto occasioni per misurare quanto possa durare.
A gennaio 2017 il club decide di acquistarlo definitivamente dal Bournemouth, per una cifra vicina ai tre milioni di sterline. Sei anni prima lo aveva lasciato partire senza ricevere un indennizzo. Ora investe per assicurarsi le prestazioni di un attaccante che conosce già e che, a trentatré anni, si è dimostrato ancora decisivo. Non è un ritorno sentimentale mascherato da operazione di mercato. Hughton ha bisogno dei suoi gol e Murray trova nel Brighton la squadra più adatta a valorizzare le proprie caratteristiche.
La seconda promozione
Il 17 aprile 2017 l’Amex ospita il Wigan Athletic. Il Brighton è primo in Championship e la Premier League è ormai vicinissima. Al 37’ Lewis Dunk cerca Tomer Hemed, che appoggia il pallone a Murray. L’attaccante conclude di prima intenzione dal limite dell’area e porta in vantaggio i padroni di casa. Nella ripresa Solly March firma il raddoppio; Nick Powell accorcia per il Wigan, ma il Brighton conserva il 2-1.La vittoria non basta ancora, da sola, a rendere matematica la promozione. Bisogna aspettare la partita dell’Huddersfield, impegnato più tardi sul campo del Derby County. Quando arriva il pareggio dei Terriers, il Brighton può finalmente festeggiare: dopo trentaquattro anni è tornato nella massima divisione inglese, per la prima volta da quando esiste la Premier League.
Murray ha segnato il primo gol della partita decisiva e chiuderà il campionato con ventitré reti. È la sua seconda promozione con il Brighton, dopo quella del 2011. Tra le due ci sono il trasferimento al Palace, le reti contro la sua ex squadra, i trenta gol della Championship 2012-13 e un ginocchio che lo aveva costretto a guardare dalla tribuna la conquista della Premier League da parte degli Eagles. Questa volta, invece, può partecipare alla festa sul campo.
La sua storia con il Brighton non termina con la promozione. Nella stagione 2017-18 segna dodici gol in Premier e contribuisce alla salvezza della squadra. L’anno successivo ne realizza tredici, confermandosi competitivo anche a un’età in cui molti centravanti hanno già cominciato a perdere spazio. Il 27 ottobre 2018, contro il Wolverhampton, raggiunge quota cento reti con il club. Ne segnerà altre prima di lasciare definitivamente Brighton nel 2020.
Gli ultimi mesi della carriera lo portano prima al Watford e poi al Nottingham Forest. Con gli Hornets, nella prima parte della stagione 2020-21, disputa soltanto cinque partite di Championship, senza segnare, prima di trasferirsi a Nottingham nel gennaio successivo. Il Watford conquisterà la promozione in Premier League ad aprile, quando Murray non fa più parte della rosa. È un traguardo che figura nei riepiloghi della sua carriera, ma al quale il centravanti ha preso parte soltanto marginalmente. Ben diverso è il peso avuto nelle tre promozioni precedenti: le due conquistate con il Brighton nel 2011 e nel 2017 e quella del Crystal Palace nel 2013, costruita anche grazie ai suoi trenta gol.
Quando annuncia il ritiro, nel maggio 2021, Murray ha trentasette anni. Il Brighton, nel salutarlo, gli attribuisce 111 gol in 285 presenze, un bilancio che lo colloca al secondo posto nella graduatoria storica dei marcatori del club, alle spalle di Tommy Cook.
Sono numeri che raccontano soltanto una parte della vicenda. Per il Palace, Murray rimane il centravanti dei trenta gol che prepararono la promozione del 2013. Per il Brighton è l’uomo che ha accompagnato due salti di categoria, dal vecchio Withdean fino alla Premier. Le due storie convivono nella carriera dello stesso giocatore, anche se le rispettive tifoserie continuano a guardarle da prospettive opposte.
Due gol all’Amex, sei anni di distanza
Nel settembre 2011 Glenn Murray aveva segnato all’Amex Stadium con la maglia del Crystal Palace. Era tornato da avversario pochi mesi dopo aver lasciato il Brighton, e il suo gol aveva completato una rimonta che i tifosi di casa avrebbero ricordato a lungo. Nell’aprile 2017, nello stesso stadio, aveva aperto le marcature contro il Wigan nella giornata che avrebbe consegnato al Brighton la promozione in Premier League.
Tra quelle due partite c’erano stati trent’anni di rivalità già sedimentata, cinque stagioni lontano da Brighton, una promozione conquistata con il Palace senza poter giocare la finale e un ritorno che, al momento dell’addio, sarebbe stato difficile immaginare. Murray non aveva cancellato il proprio passato a Selhurst Park e nemmeno il Brighton aveva dimenticato il suo trasferimento. Avevano semplicemente ricominciato a vincere insieme.
Nel 2011, all’Amex, i tifosi del Brighton avevano visto il loro ex centravanti festeggiare una rete per gli avversari. Sei anni dopo lo avevano visto segnare uno dei gol più importanti della storia recente del club. Era sempre Glenn Murray. Era cambiata la maglia, e con quella il significato del suo gol.
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