DerbyDerbyDerby Calcio Estero Due gol, una finale e un derby ribaltato: la notte in cui Zaha gelò l’Amex

Due gol, una finale e un derby ribaltato: la notte in cui Zaha gelò l’Amex

Jennifer Saviotti
Una semifinale playoff, quarant’anni di rivalità e un talento già promesso al Manchester United: all’Amex Stadium, il Crystal Palace trovò in Zaha l’uomo capace di decidere una stagione.

Il 13 maggio 2013, al 69° minuto di Brighton-Crystal Palace, Wilfried Zaha si china in avanti e colpisce di testa un pallone che arriva dalla sinistra. Yannick Bolasie ha trovato lo spazio per il cross, Wayne Bridge ha perso il contatto con l’avversario e il ventenne degli Eagles è arrivato sul secondo palo con il tempo giusto. Tomasz Kuszczak vede il pallone entrare senza riuscire a intervenire. L’Amex Stadium, fino a quel momento sospeso tra impazienza e fiducia, si ritrova improvvisamente a inseguire.

Diciannove minuti dopo Zaha riceve ancora in area, si gira davanti a Gordon Greer e calcia sotto la traversa. Il secondo gol chiude la partita e porta il Crystal Palace a Wembley. Il Brighton, quarto in Championship e imbattuto da dieci incontri prima dei playoff, è eliminato sul proprio campo dalla squadra che aveva battuto 3-0 meno di due mesi prima. Il Palace, arrivato quinto e reduce da un finale di stagione incerto, ha appena conquistato la partita più importante dell’anno senza Glenn Murray, il suo centravanti da trenta gol.

La semifinale d’andata, tre giorni prima a Selhurst Park, era finita 0-0. Il Brighton aveva dunque accolto il ritorno con la prospettiva di giocarsi la qualificazione davanti al proprio pubblico, nel nuovo stadio che rappresentava la conclusione di un lungo periodo di precarietà. Per quasi settanta minuti la partita aveva resistito a ogni tentativo di sblocco. Poi erano bastati due movimenti di Zaha, uno sul secondo palo e uno dentro l’area, per decidere quale delle due rivali avrebbe continuato a inseguire la Premier League. Per il Brighton non era una sconfitta qualsiasi: E non soltanto perché dall’altra parte c’era il Crystal Palace.

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Un’inimicizia nata molto prima dei playoff

Brighton è una città di mare, il Crystal Palace appartiene al sud di Londra. Le separano circa quarantacinque miglia e una rivalità che, a differenza di molti derby inglesi, non nasce dalla condivisione di uno stesso territorio urbano. L’espressione M23 derby richiama l’autostrada che attraversa parte della distanza tra Londra e il Sussex, ma le origini del conflitto vanno cercate altrove, negli anni Settanta, quando due società ambiziose finirono per inseguire gli stessi obiettivi nelle divisioni inferiori.

Le tensioni tra le tifoserie cominciarono a diventare significative nel 1974. Due anni più tardi, durante un Brighton-Crystal Palace disputato al Goldstone Ground il 24 febbraio 1976, i sostenitori di casa risposero al richiamo delle Eagles con quello dei Seagulls. Il soprannome dei gabbiani, nato tra i tifosi e destinato a sostituire quello di Dolphins, entrò stabilmente nell’identità del Brighton. Nel 1977 sarebbe comparso anche sullo stemma. La rivalità aveva ormai prodotto qualcosa di più duraturo di un risultato: aveva contribuito a dare un nome a una delle due squadre.

Nell’estate del 1976 la contrapposizione acquistò due protagonisti riconoscibili. Il Palace affidò la panchina a Terry Venables, il Brighton ad Alan Mullery. Erano stati compagni al Tottenham, dove Mullery aveva indossato la fascia di capitano e Venables ne era stato il vice. Ora si trovavano a guidare due club impegnati nella stessa corsa alla promozione. La loro familiarità non attenuò la competizione; la rese più personale.

La stagione 1976-77 li mise di fronte cinque volte, comprese tre partite di FA Cup necessarie per stabilire chi dovesse superare il turno. Il confronto decisivo si disputò il 6 dicembre 1976 a Stamford Bridge. Il Palace vinse 1-0, ma la serata rimase legata soprattutto alle proteste del Brighton contro l’arbitro Ron Challis. Un gol di Peter Ward venne annullato, mentre Brian Horton trasformò un rigore che fu fatto ripetere per un’invasione anticipata dell’area. Al secondo tentativo il portiere Paul Hammond respinse il pallone.

Mullery reagì furiosamente. Mentre lasciava il campo venne colpito da caffè caldo lanciato dal settore dei tifosi del Palace e rispose con gesti offensivi, prima di essere accompagnato fuori dalla polizia. L’episodio alimentò per anni racconti e recriminazioni, fissando nella memoria delle due tifoserie una frattura che non si sarebbe ricomposta.

Nel 1977 Brighton e Palace ottennero entrambi la promozione. Nel 1979 gli Eagles conquistarono il titolo di Second Division precedendo il Brighton di un punto. Nel 1982 Mullery, protagonista di quella rivalità dalla panchina delle Seagulls, arrivò perfino ad allenare il Palace, incontrando la diffidenza dei suoi nuovi sostenitori. Nel frattempo le due società cambiarono divisioni, allenatori e generazioni di calciatori, ma conservarono l’antipatia reciproca.

Quando nel maggio 2013 il tabellone dei playoff le mise una contro l’altra, il premio era molto più concreto del prestigio cittadino o del diritto di vantarsi per una vittoria nel derby. Soltanto una avrebbe potuto raggiungere Wembley e continuare a inseguire la Premier. L’altra sarebbe rimasta in Championship, eliminata proprio dalla rivale che meno avrebbe voluto incontrare.

Due stagioni dentro lo stesso campionato

Il Brighton di Gus Poyet era cresciuto con continuità. Nel 2011 aveva conquistato la League One e inaugurato l’Amex Stadium, lasciandosi alle spalle gli anni del Withdean, l’impianto di atletica utilizzato dopo la perdita del Goldstone Ground e il periodo trascorso a giocare a Gillingham. Due stagioni più tardi era diventato una delle squadre più organizzate della Championship.

Poyet aveva costruito un calcio paziente, fondato sul possesso e sulla capacità di far avanzare il pallone senza rinunciare all’equilibrio. Liam Bridcutt proteggeva la difesa, Andrea Orlandi e Will Buckley offrivano qualità e movimento, mentre l’arrivo di Leonardo Ulloa nel gennaio 2013 aveva aggiunto un centravanti capace di incidere immediatamente. Il Brighton non viveva soltanto di episodi: aveva una struttura riconoscibile e sapeva imporre il proprio ritmo.

Il Crystal Palace aveva seguito un percorso più accidentato. Dopo un avvio difficile, la squadra di Freedman aveva cominciato a risalire grazie ai gol di Murray e alle accelerazioni di Zaha e Bolasie. In novembre Freedman aveva lasciato Selhurst Park per il Bolton, sostituito da Ian Holloway. Gli Eagles erano rimasti a lungo nelle prime posizioni, ma la primavera aveva incrinato le certezze costruite nei mesi precedenti.

Tra marzo e aprile erano arrivate sconfitte pesanti e una lunga serie senza vittorie. Il Palace aveva visto diminuire il proprio vantaggio sulle inseguitrici, fino a dover attendere l’ultima giornata per assicurarsi un posto nei playoff. Il successo sul Peterborough aveva evitato il peggio, senza cancellare la sensazione di una squadra arrivata agli spareggi con poche energie e molte questioni irrisolte.

Il Brighton, invece, aveva chiuso quarto e in crescita. Il 17 marzo aveva battuto il Palace per 3-0 all’Amex, con due reti di Ulloa e una di López. Quella vittoria pesava ancora sulla vigilia della semifinale, insieme al diverso andamento delle ultime settimane. I padroni di casa avevano motivi concreti per sentirsi più vicini alla finale. C’era però un elemento che la classifica non riusciva a misurare: Il Palace aveva in squadra un ventenne capace di cambiare una partita senza bisogno di dominarla.

Il ragazzo di Thornton Heath

Wilfried Zaha era nato ad Abidjan, in Costa d’Avorio, nel novembre 1992. Si era trasferito a Londra da bambino ed era cresciuto a Thornton Heath, nel sud della città, a poca distanza da Selhurst Park. Entrato nel settore giovanile del Crystal Palace a dodici anni, aveva esordito in prima squadra nel 2010. Nel giro di tre stagioni era diventato il volto più riconoscibile degli Eagles.

Il suo calcio aveva qualcosa di istintivo, ma non era privo di metodo. Zaha cercava il confronto diretto con i difensori, rallentava per costringerli a esporsi e poi cambiava direzione con un’accelerazione improvvisa. Non sempre sceglieva la soluzione migliore, né riusciva a mantenere lo stesso livello per novanta minuti. Eppure bastavano poche ricezioni sulla fascia per modificare la disposizione della squadra avversaria, obbligata a raddoppiare la marcatura o a concedergli spazio altrove.

Nel gennaio 2013 il Manchester United aveva deciso di acquistarlo, con un’operazione dal valore potenziale complessivo vicino ai quindici milioni di sterline. Era stato uno degli ultimi acquisti voluti da Sir Alex Ferguson, che avrebbe annunciato il proprio ritiro a maggio. L’accordo prevedeva che Zaha rimanesse in prestito al Palace fino al termine della stagione. Per gli Eagles significava conservare il proprio talento migliore durante la corsa alla promozione. Per il giocatore, avere ancora qualche mese per lasciare un segno nella squadra che lo aveva formato.

SO KON PO, HONG KONG - 29 LUGLIO: Wilfried Zaha del Manchester United reagisce dopo aver perso l'opportunità di segnare durante l'amichevole internazionale tra Kitchee FC e Manchester United all'Hong Kong Stadium il 29 luglio 2013 a So Kon Po, Hong Kong. (Foto di Victor Fraile/Getty Images)

La seconda parte del campionato, però, non era stata una lunga celebrazione. Zaha aveva segnato poco e il rendimento collettivo era peggiorato. L’annuncio del trasferimento aveva aumentato l’attenzione attorno a lui, rendendo più visibili anche gli errori e le prestazioni meno convincenti. Alla vigilia dei playoff il suo futuro era già definito, mentre quello del Palace rimaneva sospeso: L’occasione per separarli nel modo migliore arrivò contro l’avversario che Selhurst Park considerava più importante battere.

Un capocannoniere perduto a Selhurst Park

Il 10 maggio 2013 Brighton e Crystal Palace disputarono l’andata della semifinale davanti al pubblico di Selhurst Park. La partita fu tesa, prudente, segnata dalla paura di concedere un vantaggio difficilmente recuperabile tre giorni dopo. Il Brighton riuscì a rendersi pericoloso, mentre il Palace faticò a trovare continuità nelle azioni offensive.

Nella ripresa arrivò l’episodio che sembrò spostare definitivamente l’equilibrio della qualificazione. Murray, capocannoniere della Championship con trenta reti, provò a girarsi in area per concludere. Il ginocchio cedette e l’attaccante rimase a terra, prima di lasciare il campo in barella. Gli accertamenti avrebbero confermato una grave lesione ai legamenti.

Murray era stato il punto di riferimento dell’attacco per tutta la stagione. Sapeva proteggere il pallone, occupare l’area e trasformare cross e seconde palle in occasioni da gol. Il Palace aveva costruito buona parte del proprio rendimento attorno alla sua capacità realizzativa. Perderlo alla vigilia della partita più importante significava dover cambiare il modo di attaccare proprio quando non c’era più tempo per sperimentare.

Aaron Wilbraham, chiamato a sostituirlo, offriva presenza fisica ed esperienza, ma non la stessa continuità sotto porta. Il Palace avrebbe dovuto trovare i gol altrove, affidandosi maggiormente agli inserimenti dei centrocampisti e alla velocità degli esterni. Lo 0-0 finale lasciò aperta la qualificazione. Il Brighton, però, aveva ottenuto un pareggio in trasferta e avrebbe giocato il ritorno all’Amex, contro una squadra in difficoltà e privata del proprio miglior marcatore. Tre giorni dopo, le condizioni sembravano favorevoli ai padroni di casa.

Prima del calcio, uno spogliatoio e una polemica

Il 13 maggio quasi trentamila spettatori raggiunsero l’Amex Stadium. Per il Brighton, che non giocava nella massima divisione dal 1983, quella semifinale rappresentava il punto più alto di una ricostruzione lunga e faticosa. Il club aveva perso il Goldstone Ground nel 1997, aveva trascorso due stagioni a Gillingham e per oltre un decennio aveva disputato le partite casalinghe al Withdean Stadium. L’Amex, inaugurato nel 2011, era il segno più visibile del ritorno alla stabilità. Wembley avrebbe potuto aprire la strada alla Premier League.

Prima del calcio d’inizio, tuttavia, un episodio estraneo al campo aggiunse tensione a una serata che non ne aveva bisogno. In uno dei bagni dello spogliatoio riservato al Crystal Palace vennero trovati escrementi umani sul pavimento e sul distributore della carta igienica. Holloway segnalò l’accaduto a Poyet. Il Brighton presentò successivamente scuse formali e avviò accertamenti interni, senza individuare ufficialmente un responsabile.

SYDNEY, AUSTRALIA - 20 LUGLIO: Jesse Lingard del Manchester United festeggia con i compagni di squadra Ryan Giggs e Wilfried Zaha dopo aver segnato il gol di apertura durante la partita tra A-League All-Stars e Manchester United all'ANZ Stadium il 20 luglio 2013 a Sydney, Australia. (Foto di Brendon Thorne/Getty Images)

La vicenda avrebbe continuato a circolare per anni, alimentata da ricostruzioni differenti. In seguito, l’ex difensore del Palace Paddy McCarthy avrebbe attribuito l’episodio all’autista del pullman degli Eagles, ma quella testimonianza non costituiva una conclusione ufficiale dell’indagine. Il Brighton riconobbe anche la possibilità che non si fosse trattato di un gesto deliberato. Rimase una controversia sgradevole, ingigantita dal contesto in cui era avvenuta.

Una volta cominciata la partita, però, nessuna delle due squadre poteva permettersi di distrarsi. Poyet affidò l’attacco a Ulloa, sostenuto da Buckley e Orlandi. Holloway schierò Wilbraham al posto di Murray, con Zaha incaricato di creare pericoli partendo dall’esterno. Mile Jedinak e Kagisho Dikgacoi dovevano proteggere il centrocampo, mentre Speroni rappresentava l’ultima garanzia di una difesa destinata a essere messa sotto pressione.

Il minuto in cui cambiò la semifinale

Il Brighton cercò subito di controllare il pallone, ma il Palace non si lasciò schiacciare. Wilbraham ebbe una buona occasione nei primi minuti, senza riuscire a indirizzare il tiro verso la porta. Poco dopo Zaha perse un pallone pericoloso vicino alla propria area e Buckley costrinse Speroni a intervenire. Le due squadre alternavano prudenza e improvvise accelerazioni, consapevoli che un errore avrebbe potuto compromettere l’intera stagione.

I padroni di casa mantenevano più a lungo il possesso, ma faticavano a trovare spazio tra le linee. Jedinak e Dikgacoi proteggevano la difesa, mentre Damien Delaney e Gabbidon controllavano Ulloa. Il Palace, quando riusciva a recuperare il pallone, cercava rapidamente gli esterni. Zaha cominciò a rendersi pericoloso sulla sinistra, costringendo la difesa del Brighton a seguirne ogni movimento. Nella ripresa la partita si aprì: Zaha accompagnò una ripartenza e servì Jonathan Williams, che arrivò davanti a Kuszczak ma concluse fuori. Fu un segnale: il Palace, pur privo del proprio capocannoniere, poteva ancora trovare la strada verso la porta.

Al 64’ Poyet sostituì Orlandi con Ashley Barnes. L’ingresso dell’attaccante cambiò immediatamente il peso offensivo del Brighton. Barnes ricevette in area e concluse verso la porta: Speroni deviò il pallone sulla traversa. Sul calcio d’angolo successivo lo stesso Barnes colpì di testa, superando il portiere, ma Dean Moxey riuscì a salvare sulla linea.

Nel giro di pochi istanti il Brighton era arrivato due volte a un passo dal vantaggio. L’Amex aveva visto il pallone sfiorare la porta, poi fermarsi a pochi centimetri dal gol. Erano state le occasioni più nitide della serata e, in quel momento, sembravano annunciare che la pressione dei padroni di casa stesse finalmente producendo qualcosa.

Holloway aveva da poco inserito Bolasie al posto di Williams. L’esterno aggiunse velocità e freschezza sulla sinistra, proprio mentre il Brighton cominciava a concedere qualche spazio in più. Al 69’ Bolasie trovò il tempo per alzare un cross verso il secondo palo. Zaha attaccò l’area, anticipò Wayne Bridge e colpì di testa in tuffo. Kuszczak non riuscì a intervenire.

Il Palace era avanti.

La rete arrivò cinque minuti dopo le due occasioni di Barnes. Il Brighton era passato dalla possibilità di condurre la semifinale alla necessità di inseguire, e il tempo rimasto cominciava a diventare un avversario quanto gli uomini di Holloway. L’Amex continuò a spingere, ma il Palace difese con ordine. Speroni controllava l’area, Jedinak proteggeva i compagni e Zaha restava una minaccia ogni volta che riceveva il pallone.

All’88’ il ventenne degli Eagles trovò il secondo gol. Ricevette in area, si girò davanti a Gordon Greer e concluse con forza sotto la traversa. Il capitano del Brighton non riuscì a fermarlo. Kuszczak fu battuto ancora e la semifinale terminò lì, prima ancora del fischio finale.

SYDNEY, AUSTRALIA - 20 LUGLIO: Wilfried Zaha del Manchester United affronta Michael Beauchamp degli All-Stars durante la partita tra l'A-League All-Stars e il Manchester United all'ANZ Stadium il 20 luglio 2013 a Sydney, Australia. (Foto di Mark Metcalfe/Getty Images)

Zaha aveva segnato due reti diverse. Nella prima aveva sfruttato il movimento e il tempo dell’inserimento, nella seconda il controllo del corpo e la rapidità della conclusione. In entrambi i casi aveva trovato lo spazio necessario senza lasciare agli avversari il tempo di recuperare. Il Brighton, che aveva sfiorato il vantaggio, si ritrovò eliminato. Il Palace, arrivato all’Amex senza Murray e con una stagione che sembrava aver perso slancio, era in finale.

La strada verso Wembley

Il 27 maggio 2013 il Crystal Palace affrontò il Watford a Wembley. Dopo novanta minuti senza gol, la finale si decise nei tempi supplementari. Zaha entrò in area e venne atterrato da Marco Cassetti; l’arbitro concesse il rigore che Kevin Phillips trasformò al 105’. Il Palace vinse 1-0 e tornò in Premier dopo otto anni.

Zaha non segnò nella finale, ma procurò l’episodio decisivo. Dopo la doppietta al Brighton, fu un altro intervento determinante nelle partite che assegnavano la promozione. Il Palace aveva perso il proprio centravanti da trenta gol nel momento peggiore e aveva trovato nel talento cresciuto a Thornton Heath il giocatore capace di risolvere ciò che il resto della squadra non riusciva più a costruire con continuità.

Per Zaha fu anche la conclusione della prima esperienza a Selhurst Park. Aveva vent’anni ed era già destinato al Manchester United. Lasciava il club che lo aveva formato dopo aver contribuito a riportarlo nella massima divisione, con una semifinale e una finale nelle quali aveva inciso direttamente sul risultato.

L’avventura a Old Trafford sarebbe stata più difficile del previsto. Il giovane esterno avrebbe trovato poco spazio e, negli anni successivi, sarebbe tornato al Palace, diventandone una delle figure più rappresentative. Ma la notte dell’Amex sarebbe rimasta distinta dal resto della sua carriera: non soltanto per i due gol, ma per il momento in cui erano arrivati e per la squadra contro cui li aveva segnati.

BRIGHTON, INGHILTERRA - 13 MAGGIO: Wilfried Zaha del Crystal Palace festeggia con il compagno di squadra Yannick Bolasie dopo aver segnato il suo primo gol durante il gioco del campionato npower della semifinale tra Brighton e Hove Albion e Crystal Palace all'Amex Stadium il 13 maggio 2013 a Brighton, Inghilterra. (Foto di Shaun Botterill/Getty Images)

A Brighton, invece, la sconfitta aprì una crisi che andò oltre il risultato. Nei giorni successivi Gus Poyet venne sospeso dal club nell’ambito di un procedimento disciplinare non collegato all’episodio dello spogliatoio. La sua esperienza sulla panchina delle Seagulls si concluse senza la promozione inseguita per tutta la stagione. Il Brighton avrebbe dovuto aspettare altri quattro anni per raggiungere la Premier League, nel 2017, sotto la guida di Chris Hughton. Il Palace, invece, aveva ottenuto la promozione proprio eliminando i rivali nella semifinale che sembrava più favorevole a questi ultimi.

Il derby rimasto a Zaha

Quella sera il Brighton aveva dalla propria parte la classifica, il pubblico, il rendimento recente e il ricordo del 3-0 ottenuto contro il Palace a marzo. Gli Eagles arrivavano all’Amex senza Murray, con una sola vittoria nelle undici partite precedenti e un attacco costretto a trovare soluzioni nuove. Nessuno di quegli elementi garantiva la qualificazione, ma tutti contribuivano a rendere il Brighton la squadra con più ragioni per crederci.

Per sessantanove minuti il risultato rimase fermo. Poi Zaha arrivò prima di Bridge sul cross di Bolasie. Diciannove minuti dopo superò Greer e segnò ancora. Il Palace raggiunse Wembley, il Brighton rimase in Championship e una rivalità cominciata molti anni prima trovò un altro episodio da aggiungere alla propria memoria.

BRIGHTON, INGHILTERRA - 13 MAGGIO: Wilfried Zaha del Crystal Palace festeggia con il compagno di squadra Yannick Bolasie dopo aver segnato il suo primo gol durante il gioco del campionato npower della semifinale tra Brighton e Hove Albion e Crystal Palace all'Amex Stadium il 13 maggio 2013 a Brighton, Inghilterra. (Foto di Shaun Botterill/Getty Images)

Zaha avrebbe lasciato il Palace poche settimane dopo, per cominciare un’esperienza che prometteva di portarlo lontano da Selhurst Park. Aveva già mostrato il proprio talento, attirato l’interesse dello United e conquistato un posto tra i giocatori più importanti della squadra. Ma gli mancava ancora una partita che appartenesse interamente a lui. La trovò all’Amex, davanti ai tifosi del Brighton, in una semifinale che sembrava indirizzata dalla parte opposta. Due gol, uno di testa e uno sotto la traversa, gli consegnarono Wembley e lasciarono ai rivali soltanto il ricordo di quanto ci erano andati vicini.

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