Mourinho e il Real Madrid: il giocattolo imperfetto cerca la metamorfosi
La fine della sosta per le gare di Nations League porta con sé il ritorno dei principali campionati europei, tra cui LaLiga che per il momento è letteralmente dominata dal Barcellona. L'arrivo di José Mourinho alla guida del Real Madrid avrebbe dovuto rappresentare la scossa definitiva per i blancos, che da qualche stagione sembrano avere tutto, tranne una cosa fondamentale: la capacità di trasformare una collezione di fuoriclasse in una squadra vera. Dopo sette giornate di campionato, il problema torna prepotentemente a galla. Il Real ha già perso due partite, è quarto a 15 punti e soprattutto ha già accumulato sei punti di distacco dal Barcellona capolista, ancora perfetto a quota 21.
Due sconfitte che raccontano un problema più profondo
L'inizio di Mourinho non è stato disastroso sul piano dei risultati, ma è stato tutt'altro che convincente. Il Real ha battuto Espanyol, Real Sociedad, Malaga, Rayo Vallecano ed Elche, ma in mezzo a questo percorso sono arrivate le sconfitte contro Betis e Atletico Madrid.Il dato più significativo è proprio la modalità con cui sono maturati alcuni di questi risultati. Il 4-1 alla Real Sociedad e il 4-0 al Malaga hanno mostrato la capacità del Real di travolgere l'avversario quando trova ritmo e spazi. Ma contro squadre organizzate la partita tende a diventare molto più sporca: il ko per 1-0 con il Betis e soprattutto il 2-1 nel derby contro l'Atletico, arrivato dopo una gara in cui il Real ha avuto appena il 39% di possesso, hanno riacceso vecchi interrogativi.
Il Real Madrid sembra ancora una squadra che vive troppo di fiammate, di accelerazioni individuali e della qualità dei propri campioni. Quando la partita prende la direzione giusta, il talento risolve quasi tutto. Quando invece l'avversario riesce a togliere profondità e campo, emergono le difficoltà nel costruire una soluzione collettiva: lo Special One, in tal senso, non è riuscito ancora a imporre la propria mentalità al gruppo.
Alla ricerca dell'amalgama
Il confronto con il Barcellona diventa impietoso. Perché anche Hansi Flick dispone di una quantità impressionante di talento, dal top mondiale assoluto Lamine Yamal a Raphinha, passando per gli altri interpreti in tutte le altre zone di campo. La differenza è che al Barcellona i campioni sembrano inserirsi all'interno di un meccanismo già funzionante.I numeri sono eloquenti: sette vittorie su sette, 31 gol segnati e appena 7 subiti, per una differenza reti di +24. Il Barcellona viaggia a una media astronomica di 4,43 gol a partita ed è la squadra con il miglior rendimento offensivo tra quelle dei cinque maggiori campionati europei in questo avvio.
Non è soltanto una questione di quantità. Il Barcellona dà la sensazione di produrre calcio con continuità. Attacca con tanti uomini, recupera il pallone rapidamente, occupa il campo in maniera riconoscibile e riesce a mantenere pressione e intensità anche quando cambia gli interpreti. Non a caso ha già segnato almeno cinque gol in diverse occasioni e ha costruito il miglior avvio realizzativo della propria storia dopo sette giornate di Liga.
Il Barça domina, il Real si aggrappa agli episodi
La distanza più evidente è probabilmente questa. Il Barcellona sembra comandare le partite, il Real Madrid spesso sembra doverle conquistare. È una differenza sottile ma enorme. La squadra di Flick ha le sembianze di un giocattolo perfetto che può passare diversi minuti senza trovare il gol continuando comunque a dare la sensazione di avere il controllo della partita. Il Real, invece, sembra spesso avere bisogno dell'episodio: una giocata di Mbappé, una progressione di Vinicius, un'invenzione di un centrocampista, una situazione individuale capace di spezzare l'equilibrio.E quando l'episodio non arriva, il meccanismo di questo giocattolo imperfetto rischia di incepparsi. Anche la produzione offensiva racconta la distanza: 31 gol del Barcellona contro i 18 del Real Madrid dopo sette giornate. Una differenza di 13 reti che non può essere spiegata soltanto dalla qualità dei singoli.
Mourinho deve ancora trasformare il Real in una squadra
Il compito dello Special One, quindi, è molto più complesso del semplice miglioramento dei risultati. Il portoghese è tornato a Madrid con l'obiettivo di restituire identità, equilibrio e competitività a una squadra che negli ultimi anni ha spesso avuto a disposizione individualità straordinarie senza riuscire a trasformarle in una struttura dominante. Il problema è che, almeno nelle prime sette giornate, la metamorfosi non è ancora arrivata.Il Real segna 2,57 gol a partita, ma ne concede più di uno di media e ha già perso due volte. Soprattutto, non trasmette quella sensazione di controllo che invece accompagna ogni uscita del Barcellona. La stagione è ancora lunghissima e sei punti, a ottobre, non sono certamente una sentenza. Ma il problema del Real Madrid non sembra essere il distacco in classifica. È il modo in cui quel distacco è stato costruito.
Da una parte c'è un Barcellona che sembra sapere esattamente cosa fare con e senza pallone. Dall'altra un Real Madrid che continua ad avere alcuni dei migliori calciatori del mondo, ma che troppo spesso deve ancora capire come diventare una squadra all'altezza dei propri campioni. E Mourinho, questa volta, dovrà riuscirci in fretta.
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