Argentina, il presidente Tapia: “Dal trattare da traditori i giocatori non si torna indietro”
A un mese dalla finale del Mondiale 2026, Claudio Tapia è tornato a parlare della pesante ondata di accuse che ha travolto la nazionale argentina dopo la sconfitta contro la Spagna. Il presidente dell’AFA ha pubblicato un lungo messaggio sui propri canali social, puntando il dito contro chi ha sostenuto che la Selección avesse addirittura regalato la partita agli avversari. Un intervento duro, arrivato esattamente un mese dopo quella finale che ha visto la Spagna imporsi sull’Argentina e conquistare il titolo mondiale.
Le parole di Claudio Tapia, presidente della Federazione argentina
Tapia ha definito le accuse una vera e propria campagna costruita per mettere in discussione l’impegno e l’integrità dei calciatori argentini. Secondo il presidente dell’AFA, per settimane sarebbe stata alimentata una versione dei fatti priva di fondamento, nella quale i giocatori della nazionale venivano accusati di non aver dato tutto nella partita più importante del torneo.
Il dirigente ha difeso con forza la squadra e ha contestato soprattutto il comportamento di chi, dopo aver diffuso quelle accuse, non avrebbe avuto il coraggio di assumersene la responsabilità. Ecco le sue parole:
"È passato un mese. Un mese da quella finale. Un mese di bugie, di operazioni e di una campagna miserabile per far passare l'idea che questa Nazionale si fosse venduta. E la cosa più sorprendente è che, dopo un mese, nessuno ha chiesto scusa. Nessuno è riuscito a dire: 'Ci siamo sbagliati'. Nessuno ha avuto l'onestà, la dignità o semplicemente le palle di prendersi le proprie responsabilità.Perché sbagliare può succedere. Quello che non può succedere è mentire, far passare una storia inventata, alimentare un sospetto per giorni e, quando il tempo dimostra che era tutto fumo, nascondersi e far finta che non sia mai successo nulla".
Perché la grandezza sta anche nel riconoscere un errore. E quando si accusa, si mente e si ferisce pubblicamente chi ha dato tutto per questa maglia, chiedere scusa non è un favore. È un dovere. I valori non si negoziano. È passato un mese e ancora non abbiamo sentito delle scuse, e nel frattempo, i giocatori, lo staff tecnico e tutti i collaboratori continuano a camminare a testa alta. Perché loro sanno quello che hanno fatto quel giorno. Sanno quanto hanno dato su quel campo. E sanno che, finita la finale, non dovevano niente a nessuno. Chi ha dato l'anima non ha niente da spiegare. Chi ha mentito, sì".
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