DerbyDerbyDerby Calcio Estero Re Otto, il tedesco diventato greco: perché Rehhagel non è mai stato soltanto un ct

Re Otto, il tedesco diventato greco: perché Rehhagel non è mai stato soltanto un ct

Jennifer Saviotti
Dalla disciplina imposta a un gruppo senza tradizione vincente alla notte di Lisbona, fino a quel “Danke Otto” che nel 2010 raccontò meglio di qualsiasi statistica cosa Rehhagel fosse diventato in Grecia.

Domenica 4 luglio 2004, all’Estádio da Luz di Lisbona, Angelos Charisteas saltò più in alto di tutti su un calcio d’angolo di Angelos Basinas e al 57’ segnò il gol che rese la Grecia campione d’Europa. Il giorno dopo, lunedì 5 luglio, l’aereo della Nazionale atterrò all’Eleftherios Venizelos di Atene: dagli altoparlanti partì l’inno nazionale, Theodoros Zagorakis scese mostrando la coppa e dietro di lui comparve un tedesco di sessantacinque anni nato a Essen, arrivato tre estati prima per allenare una selezione che nei grandi tornei non aveva ancora vinto una partita. Lungo i circa trenta chilometri fino allo stadio Panathinaiko c’erano centinaia di migliaia di persone, la televisione seguiva tutto in diretta e Otto Rehhagel aveva ormai un nome diverso da quello scritto sui documenti. In Grecia era diventato Re Otto.

Il soprannome aveva cominciato a prendere sul serio la realtà già prima che arrivasse la coppa. Dopo il quarto di finale vinto contro la Francia, il ministro dell’Ordine pubblico Georgios Voulgarakis aveva proposto pubblicamente di concedere a Rehhagel la cittadinanza greca, sostenendo che la meritasse perché possedeva “un’anima greca”. Mancavano ancora la Repubblica Ceca e il Portogallo, nessuno sapeva se quella corsa sarebbe terminata con un trofeo, eppure il tecnico arrivato da Essen era già diventato qualcosa di più dell’allenatore straniero chiamato tre anni prima a rimettere ordine in una Nazionale senza grandi abitudini internazionali.

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Prima di Re Otto c’era una Grecia che ai grandi tornei quasi non esisteva

Quando accettò l’incarico nell’agosto del 2001, Rehhagel non aveva bisogno della Grecia per costruirsi una carriera. Al Werder Brema aveva trascorso quattordici anni, vinto due Bundesliga, due Coppe di Germania e la Coppa delle Coppe del 1992; dopo una parentesi meno felice al Bayern Monaco era arrivato il Kaiserslautern, riportato in Bundesliga e trascinato immediatamente al titolo del 1998, primo e ancora unico caso nella storia tedesca di una neopromossa capace di diventare campione. Aveva sessantatré anni, oltre un migliaio di presenze complessive tra campo e panchina in Bundesliga e un modo di intendere il mestiere che difficilmente sarebbe cambiato attraversando un confine.

La Grecia che trovò aveva alle spalle una storia internazionale molto più corta. Aveva partecipato all’Europeo del 1980 e al Mondiale del 1994, sei partite complessive terminate con cinque sconfitte e un pareggio, poi era tornata a guardare i grandi tornei da casa. Persino il primo giorno della nuova gestione sembrò confermare la distanza dalle Nazionali migliori: il 5 settembre 2001, a Helsinki, la Finlandia chiuse il primo tempo avanti 4-1 e alla fine vinse 5-1. Mikael Forssell segnò due volte, completarono il tabellino Aki Riihilahti, Joonas Kolkka e Jari Litmanen; per la Grecia andò a segno Giorgos Karagounis, nel debutto in panchina dell’uomo che meno di tre anni dopo avrebbe conquistato l’Europa.

A Helsinki, Rehhagel vide abbastanza da capire che il lavoro non sarebbe passato da una rivoluzione estetica. Non cercò un calcio che quella squadra non poteva sostenere, cominciò piuttosto a fissare gerarchie, distanze, responsabilità e comportamenti precisi, pretendendo che ogni giocatore sapesse cosa fare e soprattutto cosa aspettarsi dal compagno. La disciplina, parola che avrebbe accompagnato tutta la sua gestione, serviva a ridurre la distanza tecnica dalle Nazionali più forti e a dare continuità a giocatori che, presi singolarmente, avevano già dimostrato di poter stare a un buon livello europeo.

I risultati cominciarono ad arrivare durante le qualificazioni a Euro 2004: La Grecia perse le prime due partite del girone contro Spagna e Ucraina, poi ne vinse sei consecutive senza subire una rete, compreso lo 0-1 di Saragozza firmato da Stelios Giannakopoulos, e concluse davanti agli spagnoli. Era il ritorno all’Europeo dopo ventiquattro anni, costruito attraverso una squadra che aveva imparato a stare dentro le partite senza dipendere dal loro andamento. Rehhagel insisteva sull’unità del gruppo e i suoi giocatori, anni dopo, avrebbero raccontato lo stesso processo usando parole diverse: Karagounis parlò della capacità di funzionare come un club, Charisteas ricordò la tranquillità trasmessa prima delle grandi sfide, Antonios Nikopolidis gli esempi continui di squadre più piccole capaci di battere avversari superiori.

LISBONA, PORTOGALLO - 01 LUGLIO: Fussball: EURO 2004 in Portogallo, Finale / Spiel 31, Lisbona; Portogallo - Griechenland ( POR - GRE ) 0:1; Allenatore Otto REHHAGEL / GRE jubelt nach dem Gewinn der EURO 2004 01.07.04. (Foto di Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

In mezzo c’era anche una difficoltà quotidiana meno visibile. Rehhagel non parlava greco e accanto a lui Giannis Topalidis diventò molto più di un interprete, perché aveva il compito di trasferire nello spogliatoio concetti, correzioni e persino il tono con cui l’allenatore voleva comunicarli. Il calcio di quella Grecia nacque anche lì, nel passaggio tra due lingue che all’inizio avevano poco in comune e finirono per intendersi abbastanza bene da arrivare insieme in Portogallo.

Il mese in cui cambiò la misura delle cose

Il 12 giugno 2004 il Portogallo inaugurò il proprio Europeo allo stadio do Dragão di Porto. Aveva Luís Figo, Deco, Rui Costa e un Cristiano Ronaldo ancora diciannovenne, giocava in casa e avrebbe dovuto cominciare il torneo contro una Nazionale che in una fase finale non aveva mai vinto; dopo sette minuti, invece, Karagounis raccolse un pallone fuori area e batté Ricardo con un destro rasoterra, poi nella ripresa Basinas trasformò il rigore procurato da Giourkas Seitaridis. Ronaldo segnò soltanto nel recupero e il 2-1 consegnò alla Grecia la prima vittoria della sua storia in una grande competizione.

Quella sera ad Atene piazza Omonia si riempì di persone. Era un luogo abituato soprattutto alle feste del Panathinaikos, mentre stavolta nelle strade finirono tifosi appartenenti a mondi che durante la stagione calcistica si sopportavano poco: Olympiacos, AEK, Panathinaikos e il resto del Paese avevano improvvisamente la stessa maglia da celebrare. Era soltanto la prima giornata del girone e nessuno stava ancora immaginando la coppa, ma per qualche ora le rivalità che scandivano il calcio greco rimasero sullo sfondo.

L’1-1 contro la Spagna complicò ma non stravolse il cammino: la sconfitta per 2-1 contro la Russia rischiò invece di interromperlo. I russi segnarono due volte nei primi diciassette minuti, Zisis Vryzas accorciò prima dell’intervallo e quella rete finì per valere una qualificazione: Grecia e Spagna chiusero a pari punti, con la stessa differenza reti e lo stesso numero di gol negli scontri diretti, ma gli ellenici passarono per aver segnato complessivamente una rete in più nel girone. Bastò quella differenza minima per portare tra le migliori otto d’Europa una squadra arrivata al torneo senza una vittoria nella storia delle fasi finali.

Il 25 giugno, a Lisbona, dall’altra parte c’era la Francia campione in carica, con Zidane, Henry, Vieira, Makelele e buona parte del gruppo che negli anni precedenti aveva raccolto Mondiale ed Europeo. La partita rimase ferma fino al 65’, quando Zagorakis superò Bixente Lizarazu sulla destra e mise in mezzo un pallone che Charisteas trasformò di testa nell’1-0. La Francia attaccò, Nikopolidis e la difesa greca resistettero e in patria la notte si allungò ancora; Karagounis avrebbe ricordato proprio quel quarto di finale come il momento in cui la squadra cominciò a chiedersi dove potesse davvero arrivare.

Tre giorni dopo arrivò anche la proposta di Voulgarakis sulla cittadinanza per Rehhagel. Il ministro parlò di “anima greca” quando il tedesco aveva ancora una semifinale da affrontare, mentre dall’altra parte del tabellone avanzava una Repubblica Ceca che aveva vinto tutte le partite giocate fino a quel momento.

Pavel Nedvěd uscì durante il primo tempo per infortunio, Tomáš Rosický colpì una traversa e la Grecia continuò a rimanere dentro la gara fino ai supplementari, quando al 105’+1 Vassilios Tsiartas batté un calcio d’angolo e Traianos Dellas anticipò tutti sul primo palo. Era ancora in vigore il silver goal: il primo tempo supplementare sarebbe terminato pochi secondi dopo e la rete chiuse immediatamente l’incontro.

PORTO, PORTOGALLO - 12 GIUGNO: Calcio: Euro 2004 in Portogallo, turno preliminare / Gruppo A / Partita 1, Porto; Portogallo - Grecia ( POR - GRE ) 0:2; Allenatore Otto REHHAGEL / GRE 12.06.04. (Foto di Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Quello di Dellas rimase l’ultimo silver goal segnato nella storia di un Europeo e mandò la Grecia in finale contro la stessa squadra con cui aveva cominciato il torneo, tre settimane dopo quel 2-1 che a Porto aveva aperto una storia che nessuno era ancora in grado di leggere fino in fondo.

Il 4 luglio, all’Estádio da Luz, il Portogallo aveva dalla sua il pubblico e una generazione che aspettava da anni una notte del genere. Rehhagel aveva lavorato anche su quella pressione: alla vigilia ricordò che la sua squadra non aveva nulla da perdere e Dabizas avrebbe raccontato che nello spogliatoio il tecnico presentò i greci quasi come uomini che avevano già vinto, arrivati molto più lontano di quanto chiunque avesse chiesto loro. Il Portogallo tenne maggiormente il pallone e cercò spazi che la Grecia concedeva con parsimonia; al 57’ arrivò il corner di Basinas, Ricardo uscì, Charisteas gli saltò davanti e colpì di testa. Fu l’unico tiro greco nello specchio della porta e bastò per decidere l’Europeo.

Per altri trentatré minuti la Grecia fece ciò che aveva imparato a fare durante i tre anni precedenti, restringendo gli spazi intorno all’area e costringendo Figo, Ronaldo, Deco e Rui Costa a cercare continuamente una fessura che non si apriva. Al fischio finale Rehhagel diventò il primo allenatore straniero a guidare una Nazionale alla vittoria del Campionato Europeo; Zagorakis alzò la coppa e la squadra che fino a poche settimane prima non possedeva una sola vittoria in una fase finale ne aveva appena ottenute quattro, tre delle quali per 1-0 contro Francia, Repubblica Ceca e Portogallo.

Quella Grecia sarebbe rimasta legata alla solidità difensiva e ai calci piazzati, ma dietro c’era un sistema più elastico di quanto la sua reputazione avrebbe fatto pensare. Rehhagel cambiava marcature e accorgimenti in funzione degli avversari, affidava responsabilità precise ai giocatori più adatti e aveva costruito una squadra capace di portare quasi ogni partita sul terreno che conosceva meglio. Giannakopoulos avrebbe sintetizzato il metodo parlando soprattutto di disciplina e lavoro: due parole abbastanza semplici per spiegare un mese che semplice non fu affatto.

LISBONA, PORTOGALLO - 4 LUGLIO: Fussball: Euro 2004 in Portogallo, Finale / Spiel 31, Lisbona; Portogallo - Griechenland ( POR - GRE ) 0:1; Griechenland Europameister 2004; Jubel Trainer Otto REHHAGEL / GRE 04.07.04. (Foto di Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)

Lisbona non fu l’ultima pagina

Per un allenatore di sessantacinque anni, già vincitore in Germania e appena diventato campione d’Europa contro ogni previsione, Lisbona avrebbe offerto un’uscita di scena quasi irripetibile. Rehhagel rimase e la storia continuò senza conservare sempre la stessa forma: la Grecia fallì la qualificazione al Mondiale del 2006, poi arrivò a Euro 2008 raccogliendo nelle qualificazioni 31 punti, più di qualsiasi altra Nazionale ammessa alla fase finale.

In Austria e Svizzera andò molto peggio. La squadra campione in carica perse contro Svezia, Russia e Spagna e uscì senza punti, mentre molti degli uomini del 2004 avevano ormai quattro anni in più e l’effetto sorpresa era scomparso. Rehhagel, intanto, aveva già raggiunto un altro primato: nel novembre 2007 arrivò alla settantacinquesima presenza sulla panchina greca, superando Alketas Panagoulias e diventando il commissario tecnico con più partite nella storia della Nazionale. Il 29 marzo 2008 la federazione annunciò il rinnovo fino all’estate del 2010 e il presidente Vassilis Gagatsis raccontò che per trovare l’accordo erano bastati meno di venticinque minuti.

Il manager di calcio tedesco Otto Rehhagel, allenatore del Kaiserslautern, con il Meisterschale (trofeo del campionato) dopo la partita di Bundesliga tra Hamburger SV e 1 FC Kaiserslautern al Volksparkstadion di Amburgo, Germania, il 9 maggio 1998. La partita è stata pareggio 0-0, con il Kaiserslautern che ha ricevuto il trofeo prima della partita. (Foto di Bongarts/Getty Images)

Il premio arrivò nelle qualificazioni al Mondiale sudafricano. La Grecia eliminò l’Ucraina agli spareggi e tornò alla Coppa del Mondo sedici anni dopo l’unica precedente partecipazione, quella del 1994 terminata con tre sconfitte; il 17 giugno 2010, a Bloemfontein, Salpingidis e Torosidis ribaltarono la Nigeria e firmarono il primo successo greco nella storia dei Mondiali. La sconfitta contro l’Argentina nell’ultima giornata chiuse il torneo e anche l’era Rehhagel, dopo quasi nove anni, 106 partite, 53 vittorie, 23 pareggi e 30 sconfitte.

Nel bilancio pubblicato dopo il suo addio, UEFA indicò fra le eredità di Rehhagel anche il nuovo rapporto del pubblico con la Nazionale, in un Paese calcisticamente dominato dalle appartenenze ai club. Era qualcosa che si era visto già sei anni prima a piazza Omonia, quando la prima vittoria contro il Portogallo aveva portato nelle stesse strade tifosi abituati per gran parte dell’anno a vivere il calcio da parti opposte. Il giorno dell’addio SportDay mise una grande fotografia dell’allenatore in prima pagina e scelse due parole tedesche: “Danke Otto”. Nove anni prima Rehhagel aveva cominciato prendendo cinque gol a Helsinki; se ne andava dopo aver lasciato un Europeo, due partecipazioni consecutive alla fase finale continentale, un Mondiale e il primo successo greco nella storia della competizione.

Vent’anni dopo, da Atene a Essen

Il 4 luglio 2024, esattamente vent’anni dopo la finale di Lisbona, Kyriakos Mitsotakis ricevette ad Atene una parte consistente della squadra campione d’Europa. C’erano Nikopolidis, Seitaridis, Fyssas, Katsouranis, Basinas, Karagounis, Giannakopoulos, Tsiartas, Dabizas e molti degli altri uomini del Portogallo; insieme a loro arrivarono Giannis Topalidis e Otto Rehhagel, ottantacinquenne, di nuovo seduto accanto ai calciatori con cui aveva vissuto il mese più sorprendente della storia sportiva greca.

Una settimana dopo, l’11 luglio, i Legends 2004 scesero in campo contro una selezione UEFA allo Stadion an der Hafenstraße di Essen per celebrare il ventesimo anniversario del titolo. Il luogo non era casuale: Essen era la città in cui Rehhagel era nato nel 1938, quella da cui era partita una carriera calcistica interamente tedesca prima che nell’estate del 2001 arrivasse la Grecia. I protagonisti di Lisbona si ritrovarono così a festeggiare il loro Europeo nella città di Re Otto, pochi giorni dopo essere stati ricevuti ad Atene.

LISBONA, PORTOGALLO - 01 LUGLIO: Fussball: Euro 2004 in Portogallo, Finale / Spiel 31, Lisbona; Portogallo - Griechenland ( POR - GRE ); Otto REHHAGEL / Formatore GRE 01.07.04. (Foto di Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

Nel settembre del 2001, dopo cinque gol presi a Helsinki, Essen e Atene appartenevano ancora a due storie calcistiche diverse. Ventitré anni dopo, su un campo tedesco, Rehhagel aveva intorno gli stessi uomini con cui aveva attraversato Porto, Lisbona e un Paese intero in festa. In mezzo c’erano una coppa, 106 partite, piazza Omonia piena di maglie diverse e trenta chilometri di strada invasi ad Atene.

Poi, su una prima pagina del 2010, erano rimaste due parole: Danke Otto.

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