DerbyDerbyDerby Calcio Italiano ESCLUSIVA Belleri: “Fiducia a Spalletti. Il derby di Roma è magia. Sogno di lavorare con Inzaghi”

ESCLUSIVA Belleri: “Fiducia a Spalletti. Il derby di Roma è magia. Sogno di lavorare con Inzaghi”

Dennis Re
Dalla Serie A all’esperienza in Giappone, Manuel Belleri analizza la Juventus di Spalletti, la Lazio e ci svela il suo sogno di entrare in uno staff tecnico

Ci sono percorsi nel calcio che si costruiscono passo dopo passo, lontano dai riflettori, fino a raggiungere palcoscenici che da ragazzo sembravano soltanto un sogno. Quello di Manuel Belleri comincia a Lumezzane, dove cresce calcisticamente prima di conquistare l’Empoli e vivere la Serie A con maglie prestigiose come quelle di Udinese, Lazio e Atalanta. Dalla qualificazione in Champions League con i friulani alle emozioni del Derby della Capitale, Belleri ha attraversato spogliatoi importanti, incontrato allenatori che hanno lasciato il segno e costruito ricordi che ancora oggi porta con sé. Ma la sua storia non si è fermata al campo: nel 2015 ha scelto di ripartire da Tokyo, mettendo la propria esperienza al servizio dei giovani nella scuola calcio del Milan. In questa intervista esclusiva, l’ex difensore si racconta tra passato e futuro, analizzando il momento di Juventus e Lazio, ricordando il rapporto con Luciano Spalletti e svelando un desiderio professionale che guarda a un vecchio amico: Simone Inzaghi.

L'analisi di Belleri sul momento della Juventus di Spalletti

Partiamo da Luciano Spalletti, con cui lei ha avuto modo di lavorare ai tempi dell'Udinese. Come tutti sappiamo in questo momento non sta passando un bel periodo con la sua Juventus, conoscendolo pensa che possa riuscire ad invertire la rotta?

"Con Spalletti ho lavorato un anno all’Udinese, quando siamo arrivati terzi e abbiamo conquistato la qualificazione in Champions League. È stato un allenatore molto importante per me. In questo momento credo che stia facendo un po’ di fatica. Nonostante fosse riuscito a compattare il gruppo nella scorsa stagione, la squadra non è poi riuscita a raggiungere la Champions League. Penso che questo risultato possa aver rappresentato uno shock anche per lo stesso Spalletti, perché sembrava che tutto fosse a posto, ma purtroppo le cose sono andate diversamente."

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"Quest’anno, al di là delle partite in cui ha fatto vedere anche buone cose, credo che Spalletti abbia incontrato qualche difficoltà anche sul piano della comunicazione. In alcune situazioni si è un po’ attorcigliato su determinati aspetti, quando magari avrebbe potuto uscirne in maniera più efficace. Inoltre, ultimamente i risultati non gli hanno dato ragione. Credo comunque che abbia tutte le potenzialità e le capacità per uscire da questo periodo. Vedremo già dalla prossima partita se ci sarà una svolta."

Negli ultimi anni la Juventus ha cambiato diversi allenatori. Non sarebbe più importante dare continuità al progetto e fiducia a Spalletti, anziché ricominciare ancora una volta da capo?

"Sono d’accordo. La Juventus arriva da un periodo in cui ha cambiato tanti allenatori: è passata da Motta a Tudor, con tecnici che sembravano anche poter aprire dei cicli, ma poi questo non è successo. Credo che con Luciano abbia la possibilità di fare qualcosa di buono. Ha bisogno di supporto e penso che la società debba riuscire a fare da collante tra la dirigenza e l’allenatore, un aspetto che forse è mancato un po’ negli anni precedenti. La speranza è che la società possa dargli ancora del tempo, perché credo che la direzione debba essere questa."

"Mi sembra che anche lo spogliatoio sia dalla sua parte, nonostante qualche piccolo scontro. I giocatori devono aver capito l’importanza di seguire un’unica strada per uscire dal momento difficile e costruire qualcosa di importante. Cambiare ancora sarebbe deleterio, soprattutto dopo il rinnovamento dirigenziale di quest’estate, un altro cambio in panchina potrebbe rappresentare un problema serio per la Juventus.

La rinascita di Gattuso con la sua Lazio dopo la notte di Zenica

Passiamo alla Lazio, una realtà che conosci molto bene. Dopo queste prime giornate, quale potrebbe essere un obiettivo realistico per la squadra di Gennaro Gattuso? Fin dove può arrivare?

"Penso che i tifosi della Lazio, così come gli stessi giocatori, possano sognare qualcosa di importante quest’anno. Arrivano da un periodo di sofferenza e, a volte, proprio le difficoltà contribuiscono a cementare i rapporti e ad aumentare l’autostima. Credo che raggiungere la Champions League sia un obiettivo un po’ più difficile, mentre la qualificazione in Europa League mi sembra più realistica. La Lazio deve riuscire a pensare a questo traguardo: considerando le difficoltà incontrate a inizio stagione, chiudere il campionato in una di queste posizioni rappresenterebbe un risultato molto importante."

"Non sarà semplice, perché le squadre in corsa sono tante. L’Inter è sicuramente una candidata, la Roma sta facendo molto bene e anche il Como è una squadra che alla fine potremmo ritrovare nelle zone alte della classifica. Ha tante partite da giocare, ma ha dimostrato ancora una volta di poter fare grandi cose. Anche la Juventus, se dovesse riuscire a trovare continuità, è una squadra che può inserirsi nella lotta per le prime posizioni. Gli spazi a disposizione sono pochi. Negli ultimi anni, soprattutto nella corsa all’Europa, il nostro campionato è diventato molto competitivo."

Quanto é stato importante per Gattuso riuscire a ripartire in questa maniera dopo la grande delusione di Zenica con la nazionale e quale pensi sia stato l’ingrediente decisivo?

"Credo che Gattuso abbia accettato una sfida difficile, anche per le condizioni particolari che si sono create al di fuori del campo. È una situazione particolare, con i tifosi della Lazio che non sono presenti allo stadio. Penso che abbia abbracciato questa avventura anche per risollevarsi dopo il momento difficile vissuto con la Nazionale. Ha dimostrato grande forza e, soprattutto, tanta passione per il proprio lavoro: in questo momento, i risultati gli stanno dando ragione. Lo considero un allenatore importante, aggiornato e capace di relazionarsi con i giocatori."

"Credo che loro abbiano compreso queste qualità. L’ho visto anche nell’ultima partita, quando si sono abbracciati in campo: è un’immagine che trasmette l’idea di una piccola famiglia che sta costruendo qualcosa di importante. La speranza è che tutto riesca a incastrarsi nel modo giusto, nonostante le difficoltà che ci sono state. Ripartire dopo la mancata qualificazione al Mondiale non era affatto semplice. Gattuso sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per allenare una squadra del livello della Lazio e, chissà, magari anche realtà ancora più importanti."

Manuel Belleri in campo con la maglia della Lazio

L'esperienza di Manuel Belleri in Giappone con il Milan

Dal 2015 vivi a Tokyo e lavori come direttore tecnico nella scuola calcio del Milan. Come è nata questa opportunità e cosa ti ha spinto a trasferirti in Giappone?

"Quando ho smesso di giocare, volevo andare a vivere all’estero e affrontare un’esperienza di durata non necessariamente definita. Ho conosciuto una persona carissima, Silvio Broli, che all’epoca lavorava come manager delle scuole calcio del Milan. In breve tempo mi ha proposto la possibilità di diventare direttore tecnico di un’Academy rossonera a Tokyo. Si è così realizzato il mio sogno: vivere in una grande città, in una metropoli. Era l’unico vincolo che avevo posto per convincermi a lasciare l’Italia."

"È stata un’avventura meravigliosa, che mi ha arricchito molto dal punto di vista personale. Oggi parlo sia inglese sia giapponese, quindi è stata un’esperienza che mi ha dato tanto anche sotto questo aspetto. Ne parlo al passato perché ultimamente trascorro un po’ più di tempo in Italia, mentre prima vivevo stabilmente in Giappone. È un’avventura che consiglierei a tutti: dopo una bellissima esperienza come quella da calciatore, vivere all’estero ti permette di ampliare i tuoi orizzonti e arricchire la mente."

Dopo dieci anni in Giappone, come è cambiato il tuo modo di lavorare confrontandoti con una cultura diversa? Quali sono le differenze che ti hanno colpito maggiormente?

"Vivere a Tokyo è un’esperienza bellissima, ma anche complessa. Avevamo pochissimi campi a disposizione, perché gli spazi erano limitati. Il primo anno avevamo un campo all’ultimo piano di un palazzo: era un campo a otto, quindi anche abbastanza grande, ma rappresentava l’unico spazio disponibile per noi, perché tutti gli altri erano occupati. A Tokyo ci sono circa 36-37 scuole calcio e sono presenti le Academy di alcune delle più importanti città e squadre del mondo. La cultura è molto diversa dalla nostra e devi imparare a relazionarti con un popolo che, almeno inizialmente, può apparire piuttosto chiuso e riservato."

"Anche le modalità di lavoro sono talvolta differenti. La filosofia del Milan, però, era quella di cercare di cambiare un po’ la loro mentalità e far conoscere ai ragazzi qualcosa di diverso rispetto a ciò che già sapevano. È questo, in fondo, uno degli obiettivi delle scuole calcio: trasmettere un metodo, condividere nuove conoscenze e aiutare i giovani a crescere attraverso il calcio."

Manuel Belleri si confronta con un piccolo allievo durante la sua esperienza in Giappone

Il futuro in panchina e il sogno di entrare a far parte di in uno staff tecnico

Guardando al futuro, ti piacerebbe entrare in uno staff tecnico, magari come vice allenatore o collaboratore? Hai già conseguito il patentino per allenare?

"Sono già in possesso del patentino UEFA B e di quello da direttore sportivo. Credo che il mio prossimo passo possa essere proprio quello di entrare nello staff di un allenatore che conosco già, magari qualcuno con cui ho avuto la fortuna di giocare. Qualche possibilità in questo senso c’è. Sarebbe un altro passaggio fondamentale nel mio percorso, perché è ciò che mi piacerebbe fare dopo le esperienze che ho maturato finora. Anche a Tokyo avevo sviluppato un’attività di lezioni individuali di calcio, concentrandomi soprattutto sulla tecnica, e continuo a farlo anche in Italia quando ne ho la possibilità."

"Ho avuto anche qualche esperienza a Dubai, dove stavo portando avanti lo stesso tipo di attività prima del recente periodo di tensione. Sono occasioni che mi permettono di creare nuovi contatti e conoscere culture diverse. Tuttavia, più che fare l’allenatore in prima persona, mi piacerebbe diventare vice allenatore o collaboratore all’interno di uno staff. Credo che sarebbe un’opportunità per arricchire ulteriormente la mia esperienza e il mio percorso professionale."

Oggi gli staff tecnici sono sempre più ampi e specializzati. Quanto conta poter lavorare con un gruppo di collaboratori che metta a disposizione competenze ed esperienze differenti?

"È vero. Gli allenatori più importanti, quelli che hanno la possibilità e la forza di imporsi anche con le società, arrivano ad avere staff composti da dodici, tredici o addirittura quindici persone. Ormai si parla di gruppi di lavoro completi, che in alcuni casi comprendono anche figure legate all'area medica. Per gli allenatori di altissimo livello avere dieci o dodici collaboratori sta diventando una situazione abbastanza normale. Per gli altri, invece, si parla generalmente di quattro, cinque o sei persone che seguono la squadra. Mi auguro che qualcuno possa apprezzare il lavoro che ho svolto finora e che si presenti l’opportunità di entrare nello staff di un allenatore importante."

Il ricordo di Belleri del Derby della Capitale con la maglia della Lazio

Cambiando discorso, tu hai vissuto sicuramente diverse rivalità nel corso della tua carriera. C’è un derby o una partita particolarmente sentita che ti è rimasta impressa più delle altre? E che cosa significava preparare una gara in cui la rivalità va oltre i semplici tre punti?

"Se devo essere sincero, il derby di Roma è qualcosa che ti coinvolge a tal punto da rimanerti impresso nella mente e, tra virgolette, nel cuore. Non voglio esagerare, ma è una partita davvero coinvolgente, calorosa e passionale. Credo che sia uno di quei momenti destinati a restare nella memoria. Non ho giocato molti altri derby con le squadre in cui sono stato. C’è stato quello tra Bologna e Fiorentina, che però ho vissuto in maniera diversa e a dirla tutta non si tratta neanche di un vero e proprio Derby. Sicuramente dopo aver giocato il derby di Roma, capisci che le altre rivalità non diventano necessariamente meno importanti, ma il peso delle esperienze precedenti finisce inevitabilmente per influenzare il modo in cui vivi le partite successive."

"Tra i ricordi più belli ci sono anche gli esordi nei diversi stadi di Serie A. Quando giocavo nell’Empoli, per esempio, affrontare il Milan o l'Inter a San Siro sono state esperienze indimenticabili. Ero molto giovane e ricordo ancora la sensazione di giocare in uno stadio senza la pista d’atletica intorno al campo, con il pubblico molto vicino: era qualcosa di speciale. Un’altra partita che ricordo è quella al Vélodrome di Marsiglia, quando con la Lazio giocammo l’Intertoto. Era una sfida importante, anche se purtroppo non andò bene. Sono esperienze che rimangono nella memoria."

Manuel Belleri con la maglia del'Empoli alle prese in un duello con Francesco Totti

Da Delio Rossi a Di Natale: le parole di Manuel Belleri per i suoi ex compagni ed allenatori

Prima di salutarci, facciamo un gioco velocissimo. Ti dirò alcuni nomi di ex compagni e allenatori che hai incontrato durante la tua carriera: per ognuno, la prima parola o il primo aggettivo che ti viene in mente. Se vuoi, puoi anche motivare la risposta.

Luciano Spalletti? "Un ottimo allenatore."

Delio Rossi? "Un visionario, perché mi ha preso (ride, ndr)."

Vincenzo Iaquinta? "Un ottimo compagno di squadra e un giocatore fortissimo."

Goran Pandev? "Un grandissimo giocatore, con una particolarità legata al peso forma. Ricordo che una volta si presentò dopo un mese di vacanza con dieci chili in più!"

Tommaso Rocchi? "Un ricordo bellissimo. Abbiamo trascorso tanto tempo insieme, sia all’Empoli sia alla Lazio, quindi è una bella emozione averlo ritrovato."

David Pizarro? "Un grandissimo giocatore, un vero equilibratore del centrocampo."

Simone Inzaghi? "È un argomento molto sensibile, perché quando parliamo di allenatori nel cui staff mi piacerebbe entrare, il suo è proprio uno di quelli a cui penso. È un amico, una persona carissima. Abbiamo trascorso tanto tempo insieme a Lumezzane, all’Atalanta e alla Lazio. Posso dire che è un predestinato."

Totò Di Natale? "Un vero fenomeno. È stato un giocatore forse un po’ sottovalutato, perché non ha avuto la possibilità, o magari ha scelto diversamente, di giocare in squadre più importanti, che gli avrebbero dato maggiore visibilità, senza nulla togliere alle realtà in cui ha giocato."

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