Nazionale e giovani: il talento non manca, bisogna saperlo coltivare
Cosa manca al calcio italiano? È una domanda che da qualche anno accompagna tifosi, addetti ai lavori e appassionati, soprattutto osservando il divario sempre più evidente tra i successi ottenuti in altri sport e le difficoltà vissute dalla Nazionale e dal nostro movimento calcistico.
Una domanda alla quale non è semplice rispondere, ma che secondo Fabio Rossitto merita una riflessione profonda. L'ex centrocampista di Udinese, Fiorentina e della Nazionale non punta il dito contro un singolo problema, ma individua una serie di aspetti che, nel corso degli anni, hanno contribuito a spegnere quello che lui definisce il "fuoco" del calcio italiano.
"Ai nostri tempi il calcio era lo sport di riferimento, il sogno di tutti. Oggi qualcosa è cambiato e dobbiamo capire cosa abbiamo perso", è una delle riflessioni che accompagnano il suo pensiero.
Il segnale lanciato da Baldini
Negli ultimi giorni un segnale importante è arrivato da Silvio Baldini. Il tecnico toscano ha riportato al centro valori che sembravano essersi smarriti: spirito di gruppo, condivisione e fiducia nei giovani.
Per Rossitto, quando si decide davvero di credere nei ragazzi difficilmente si sbaglia. È proprio questo l'aspetto che più lo ha colpito nel lavoro svolto da Baldini: la capacità di costruire in poco tempo una squadra in grado di lottare e, soprattutto, di riportare entusiasmo. "Quando punti sui giovani, l'entusiasmo ritorna", sottolinea Rossitto.
Una delle cose che il calcio italiano sembra aver perso negli ultimi anni è proprio quella passione che per decenni ha alimentato il legame tra tifosi e squadra. Sempre più appassionati osservano le partite con uno sguardo critico, quasi nostalgico, alla ricerca di quella fiamma che ha reso grande il nostro movimento.
Eppure il talento non manca. Lo dimostrano i successi delle Nazionali giovanili, come il recente trionfo dell’Italia all’Europeo Under 17. La vera frattura sembra crearsi nel passaggio verso il calcio dei grandi. In Serie A, infatti, soltanto il 30% dei minuti complessivi viene disputato da calciatori italiani. Un dato che porta inevitabilmente a una riflessione più ampia. Il problema non riguarda solo i numeri, ma anche il senso di appartenenza.
Come può un ragazzo cresciuto nel settore giovanile di una squadra non sentire quella maglia in maniera diversa? E, allo stesso tempo, quanto è difficile per chi arriva da realtà lontane immedesimarsi fin da subito nella storia, nelle tradizioni e nelle passioni che rappresentano una città e i suoi tifosi? È proprio da qui che, secondo Rossitto, bisogna ripartire: ridare spazio ai giovani, valorizzare il talento italiano e restituire al calcio quel senso di identità e di appartenenza che negli anni si è progressivamente affievolito.
Il sistema da ricostruire
Un insieme di fattori — lavoro, passione e mentalità — che, se coltivati con continuità, potrebbero davvero contribuire a riaccendere il fuoco del calcio italiano. Per farlo serve però un cambio di passo concreto e una riflessione seria da parte di chi guida il movimento.
Serve fermarsi, fare il punto della situazione e intervenire, perché un altro Mondiale senza l’Italia sarebbe uno scenario ancora più triste e rappresenterebbe in modo evidente un problema strutturale più profondo.
Il messaggio di Rossitto è chiaro: il talento in Italia esiste e non è mai mancato. Ciò che serve è il coraggio di puntare sui giovani, farli giocare e accettare anche l’errore come parte della crescita. Creare una nazione calcistica forte significa questo: dare fiducia ai propri talenti e permettere loro di fare esperienza. Si cresce solo giocando, lavorando e sbagliando.
D’altronde, il mondo continua a cercare calciatori italiani perché ne riconosce la qualità. Forse è proprio il calcio italiano, prima di tutti, che deve tornare a ricordarselo ogni giorno. E come ricorda Fabio Rossitto: "Il fuoco del calcio italiano si è spento, ma bisogna riaccenderlo".
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