Zinedine Zidane: un ritratto del XXI secolo
L'uomo condannato ad essere solo. Non è Jean-Paul Sartre e non è Roberto Baggio, eppure è francese ed è un calciatore. Zinedine Zidane emerge così dall'opera d'arte prodotta dal duo Philippe Parreno-Douglas Gordon. 17 telecamere 35 mm il cui scopo finale è riprendere solamente l'esserci-nel-campo del numero 5 dei Blancos.La nostra realtà quotidiana è imbevuta dalla svalutazione della corporeità proposta dall'ontologia dualista cartesiana tra corpo e mente. Il paradigma occidentale della conoscenza si fonda epistemologicamente su questa netta divisione che implica la separazione fra soggetto (res cogitans) e oggetto (res extensa), fra attivo e passivo, fra caldo e freddo.
In "Zidane, un portrait du XXI siécle", quello che risalta è innanzitutto un corpo occupato a (ri)cercare spazi(o). Zizou si presenta alla realtà del campo come tale, nudo, con un sé-in-divenire. Esiste una rappresentazione del calciatore fuori dal rettangolo di gioco, ma in quelle riprese non esiste altra realtà che quella attorno al pallone, per cui l'identità non è data a priori ma si costruisce nell'interazione col tempo, lo spazio e gli altri corpi. Nella religione vodù, il dato materico non viene relegato al mondo dell'oggettività, di qualcosa naturalmente presente. La corporeità assume una dimensione sacra, aiuta a pensare la relazione col divino.
Zidane, in mezzo al campo, si muove come ammasso di materia organica, un agglomerato di organi. Eppure, è l'unico individuo in campo capace di armonizzarli e renderli una totalità. Per i Cuna panamensi, ogni elemento che costituisce il corpo possiede un suo doppio platonico, nel senso di ideale/archetipico. L'insieme di questi purba va a costituire la cosiddetta niga, la forza vitale. Questo porta Zizou nel campo, il suo abitare il prato è il principio primo della partita: attraverso le sue corse, i suoi respiri e i suoi calci, ecco che un nuovo mondo prende forma. Una realtà metafisica, colma di eros e thanatos. Ecco che allora appare nell'immaginario come un manichino di De Chirico, sospeso nel limbo dell'onirico.
Zidane e Foucault
Il docu-film di Parreno&Gordon viene girato nella cornice del match Real Madrid-Villareal, svoltasi il 23 aprile 2005. 1 anno prima del grosso evento, nonostante Zizou avesse lasciato qualche traccia sparsa all'interno del match. Le musiche della band Mogwai accompagnano così l'esistenza solitaria di Zidane in mezzo al campo, spesso pensieroso, illeggibile. Le 17 telecamere soffocano il talento del franco-algerino, in pieno accordo con le teorie di Michel Foucault e Walter Benjamin. Il 5 del Real Madrid si trova all'interno del panopticon foucaultiano: la società moderna opera un progetto biopolitico e di controllo sociale attraverso le forme del sapere e le istituzioni. Nella struttura carceraria teorizzata da Bentham e ripresa come metafora dal filosofo francese, i carcerati sono disposti in una struttura circolare, dove il guardiano presente nella torre centrale può vedere tutti, ma i prigionieri non riescono a vedere chi ci sia all'interno della torre.
La società moderna sorveglia in qualsiasi momento, anche attraverso il dispositivo medico e clinico. Ognuno deve rientrare all'interno dei canoni, soprattutto dal punto di vista psicologico. I primi ad essere stati esclusi in nome della normalizzazione come strumento di potere sono stati i folli, reclusi fra ospedali e manicomi. Parreno e Douglas sembrano voler cercare di psicanalizzare la mente di Zidane, ognuno tenta di farlo vedendolo immobile in mezzo al campo. Eppure, il nazionale francese si sottrae. Zizou rifiuta di essere normalizzato, racchiuso in un canone, patologizzato. Il numero 5 nega di essere un semplice oggetto di osservazione scientifica, ridotto a elemento passivo, dato da analizzare e studiare secondo paradigmi pre-costituiti.
Zidane e il rifiuto della tecnica
Il panopticon moderno viene triplicato e continuamente riprodotto attraverso i nuovi media. Fotografie, film, programmi di intrattenimento e social: l'arte può ancora trovare spazio senza essere standardizzata? Questo è il quesito posto da Walter Benjamin prima e Zinedine Zidane poi. Secondo il primo, l'aura dell'opera d'arte viene a svilupparsi attraverso il suo rito, che la rendeva sempre Altro da sé, irripetibile, esistente nell'istante e non di più. Con la possibilità di reificare questo prodotto in una moltitudine di copie uguali, l'unicità viene a scomparire, svestendosi dell'aura artistica.
Zidane forse non voleva davvero diventare un'opera d'arte, eppure, il suo rifiuto di partecipare alla reificazione della realtà moderna attraverso media, epistemologie tradizionali e nuove tecniche di sorveglianza, lo apre all'istante della différance. Nel match contro il Villareal, Zizou non segna, fa 1 assist per Ronaldo e si fa espellere alla fine del match. Un anno più tardi, Zidane pone fine alla sua più che gloriosa carriera dopo aver dato una testata a Marco Materazzi nella finale di Coppa del Mondo. Sono passati 20 anni e domani, l'ex numero 10 dei Bleus affronterà gli Azzurri dalla panchina.
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