Dalla visita di Zanetti alle trasferte infinite: intervista all'Inter Club di Rieti
Essere tifosi a chilometri e chilometri di distanza dalle luci di San Siro richiede una vocazione del tutto speciale. Significa vivere l'attesa della partita non come una semplice passeggiata verso lo stadio, ma come un autentico rito fatto di levatacce all'alba, di lunghissimi viaggi in pullman attraverso l'Italia e di sacrifici economici ed emotivi. Significa difendere i propri colori in territori spesso dominati da altre fedi calcistiche, trasformando ogni vittoria in una rivincita e ogni sconfitta in un motivo per stringersi ancora di più.
Proprio qui, a Rieti, in quello che storicamente viene definito l'Umbilicus Italiae (l'ombelico d'Italia), batte un cuore fortissimo dalle tinte nerazzurre. L'Inter Club Rieti, intitolato non a caso all'indimenticato e indimenticabile capitano Javier Zanetti, è diventato in pochissimi anni un baluardo di passione, aggregazione e solidarietà per tutta la provincia e per il Centro Italia.
Per capire a fondo cosa significhi costruire da zero una realtà così unita e trasformarla in un punto di riferimento per centinaia di persone, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Roberto Di Giovanni, presidente e anima instancabile del club. Attraverso le sue parole abbiamo intrapreso un viaggio fatto di aneddoti incredibili, incontri ravvicinati con gli Eroi e un incondizionato amore per la Beneamata.
Le origini: dai banchi di scuola al Capitano
Siete intitolati a Javier Zanetti, un nome che incarna l'essenza dell'Inter. Molti club portano il suo nome, ma pochi possono vantare di averlo ospitato in città per un evento. Ci raccontate l'emozione di accogliere Pupi a Rieti?
"È stata un'emozione grandissima, nata quasi per caso. Andai a trovare degli amici di un altro Inter Club che non potevano gestire la data dell'evento e ce la girarono a noi. Abbiamo organizzato tutto un po' di corsa, ma è stato un successo incredibile. Molti soci non ci credevano: mi chiedevano 'Ma siccome il club è intitolato a lui, significa che viene davvero?'. E io rispondevo 'Speriamo!'. Quando è arrivato c'è stato un vero e proprio esodo, sono venuti tifosi da tutto il Lazio e da diverse parti d'Italia. Avere Pupi con noi è stato indescrivibile".Facendo un passo indietro, quando è scoccata la scintilla che ha fatto nascere l'Inter Club a Rieti?
"Tutto è nato rincontrando dopo anni Valerio Marchetti, un mio ex compagno delle elementari. Eravamo gli unici due interisti della classe: lui mi chiamava 'Roberto l'interista'. Abbiamo ricominciato a vedere le partite insieme, si è creato un primo gruppetto e ci siamo accorti che in città mancava un Inter Club. C'è stata qualche difficoltà iniziale a causa del Covid, ma appena le restrizioni si sono allentate siamo partiti. Eravamo una settantina, poi 100... oggi siamo stabilmente sui 400 soci. Ormai a Rieti ci conoscono tutti, siamo diventati un vero punto di riferimento".
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La Sede, il tifo genuino e le leggende a tavola
Siete un gruppo molto unito. Com'è nata l'idea di aprire una sede tutta vostra?
"All'inizio andavamo nei pub, ma capitava sempre che si infiltrasse qualche tifoso di altre squadre pronto a prendere in giro in modo pesante. Allora ci siamo detti: facciamo una sede tutta nostra. L'abbiamo aperta da un anno e mezzo, sono circa 100 metri quadri. Per le partite ci sono sempre 40 o 50 persone fisse. È un ambiente bellissimo: vengono i bambini, le mogli portano qualcosa da mangiare, si fa festa. Ha permesso a tantissime persone che non si conoscevano di stringere amicizie vere, diventando una famiglia allargata".Per chi resta in sede durante i big match, com'è l'atmosfera?
"Siamo in pieno centro. Promettiamo sempre ai vicini di non sporcare (e non c'è mai un mozzicone in giro), ma esultare con moderazione è impossibile! Quando segniamo si alza un boato che fa prendere un colpo a tutto il vicinato, rimbomba in tutta la via. Mettiamo i bambini nelle prime file davanti ai maxischermi e i genitori dietro. È un modo per stare insieme a prezzi popolari, e c'è una discreta partecipazione femminile, tra mamme, mogli e piccole tifose".Oltre a Zanetti, di recente avete ospitato Nicola Berti e Marco Materazzi. Ci racconti qualche dietro le quinte?
"Li abbiamo ospitati a La Foresta, una bellissima struttura gestita da cari amici interisti. Con Berti è stato fantastico: io sono un suo fan sfegatato dai tempi dello Scudetto dei record. È un uragano di simpatia, si è fermato più di un giorno ed è venuto a spasso per Rieti a salutare i tifosi. Materazzi, invece, da fuori sembra un burbero, ma è stato di una disponibilità disarmante. Per lui abbiamo fatto un evento più ristretto, per godercelo meglio: ha firmato autografi a tutti senza sosta. Ha persino attirato dei tifosi della Roma e della Lazio, complice l'affetto trasversale per il Mondiale del 2006".
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Solidarietà, trasferte e lo spirito di Lautaro
Quanto è importante fare "rete" con gli altri club del Centro-Sud e come vi muovete nel sociale?
"Fare rete è fondamentale. All'inizio l'Inter Club Tolentino ci ha aiutato tantissimo a partire, fornendoci perfino lo striscione. Da lì sono nate grandi amicizie, come quella con il club di Corigliano Calabro: ci siamo ritrovati persino a Istanbul! Uniamo le forze tra club diversi del Lazio per riempire i pullman e abbattere i costi. Per quanto riguarda il sociale, oltre all'evento per la Fondazione Pupi, ci stiamo muovendo per una collaborazione con l'AVIS. D'estate c'è grande carenza di sangue, quindi stiamo cercando di portare un'autoemoteca vicino alla nostra sede per organizzare una donazione collettiva, essendo noi un gruppo numeroso e giovane".Qual è la trasferta a San Siro che ricordate con più affetto?
"La prima volta che abbiamo riempito un pullman tutto nostro è stata per il famoso Derby vinto 5-1, con un entusiasmo indescrivibile. Ma la trasferta indimenticabile resta l'ultima semifinale col Barcellona vinta 4-3. Sono viaggi massacranti, quasi 24 ore in ballo tra andata e ritorno, ma quella notte nessuno sentiva la fatica. E poi c'è il nostro rito del viaggio: le nostre signore preparano panini e piatti freddi, ci fermiamo nelle aree attrezzate e facciamo delle vere e proprie tavolate. È lì che nascono le amicizie più belle".Avete il nome di Zanetti e avete ospitato le anime del Triplete. Se oggi dovessi scegliere un singolo giocatore della rosa attuale che rappresenta al 100% lo spirito del vostro club, chi sarebbe?
"Senza ombra di dubbio, Lautaro Martinez. Porta la fascia di Capitano e ha ereditato proprio quello spirito che noi associamo a Zanetti: il sacrificio, la grinta, l'idea di non mollare mai un centimetro. Lautaro è l'anima di questa squadra, uno che suda la maglia e che è sempre il primo a metterci la faccia. In sede, quando gioca lui, vediamo riflessa la stessa fame e la stessa passione che ci spingono a fare tutti questi sacrifici per seguire l'Inter".
Oltre il novantesimo: il vero significato di un Inter Club
Le parole di Roberto Di Giovanni ci ricordano una verità fondamentale, spesso dimenticata in un'epoca di calcio consumato frettolosamente sugli schermi degli smartphone. Il tifo, spogliato dalle mere logiche di mercato e dalle fredde statistiche, rimane uno straordinario aggregatore sociale.
L'Inter Club Rieti non è soltanto una stanza con dei maxischermi dove esultare per un gol, ma un microcosmo vitale. È il luogo dove ex compagni di scuola si ritrovano dopo anni, dove nascono iniziative per donare il sangue e aiutare il prossimo, dove bambini e famiglie condividono panini preparati in casa in autogrill, a centinaia di chilometri da San Siro. Ed è proprio grazie a realtà appassionate e genuine come questa che i colori nerazzurri, da Milano fino al centro d'Italia, continuano a brillare di una luce speciale, tramandando di generazione in generazione il vero significato di essere interisti.
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