derbyderbyderby rubriche La romanità all’ombra della Mole: alla scoperta del Roma Club Torino
Pura passione giallorossa

La romanità all’ombra della Mole: alla scoperta del Roma Club Torino

Luca Gilardi
Luca Gilardi Collaboratore 
Alessio Rosso, fondatore del Roma Club, descrive in maniera appassionata le origini di uno dei club più grandi di tutti il Nord Italia: tra trasferte di gruppo e momenti indimenticabili, la passione per i colori giallorossi unisce romani e non
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Una storia che ha inizio su un treno, di ritorno dalla Capitale. Quello che rientrava a Torino il giorno dopo i festeggiamenti per lo Scudetto della Roma nel 2001, carico di sciarpe giallorosse. È da quell'immagine che prende forma, anni dopo, il Roma Club Torino, come ci racconta il fondatore Alessio Rosso. Una comunità che unisce origini e passione, capace di trasmettere un grande senso di appartenenza, nonostante la distanza, e di portare un pezzo della Città Eterna all'ombra della Mole. Tra trasferte di gruppo e legami diventati indissolubili il club è diventato negli anni un punto di riferimento per chi, anche a centinaia di chilometri da Roma, non ha mai smesso di sentirsi a casa.

"Il nostro Club è nato nel 2014, ma tutto ebbe inizio nel 2001"

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Quando è nato e quanti soci conta il vostro club?

"É nato nel 2014 e ha intorno ai 150-160 soci. Parte da lontano: nell'anno dello Scudetto (il 2001) andavamo a vedere le partite tra amici in treno. Una volta, tornando da Roma-Parma, il giorno successivo ai festeggiamenti per lo Scudetto, eravamo di rientro nella stazione di Porta Nuova e ci siamo resi conto che dal nostro stesso treno erano scese centinaia di persone con le sciarpe giallorosse. E allora ci siamo detti: 'Ma com'è possibile che a Torino ci siano così tanti romanisti e non ce ne siamo mai accorti?'. Quindi abbiamo iniziato a guardarci un po' in giro e a fare gruppo, andando a vedere le partite in trasferta tutti insieme. Poi, molti anni dopo, abbiamo deciso di fondare il club ed è nato quindi il primo club ufficiale in Piemonte".

Se qualcuno dovesse avvicinarsi al vostro club, che ambiente troverebbe?

"Abbiamo diverse tipologie di tifoso all'interno del nostro club. Ci sono quelli che sono nati a Roma e sono qui per lavoro e poi ci sono quelli nati in Piemonte, che tifano Roma per altri motivi. In linea di massima, la maggior parte delle persone che sono in questo club hanno origini romane. E quindi si fa gruppo in quanto romani, oltre che romanisti. Poi ci sono tutti quelli nati qui, che soffrono della nostra stessa malattia, pur non essendo nati nella Capitale. Quando ci sono le partite più importanti e il grosso del gruppo non é in trasferta, il clima é molto folkloristico, perché siamo un club piuttosto numeroso per essere al nord. Siamo tra i più grandi in assoluto, dietro soltanto a quelli lombardi".

Poi un aneddoto: "La mia storia é un po' particolare, perché mio padre é stato un calciatore del Toro. Sono nato alla fine degli anni '70 e ho iniziato a vivere il calcio negli anni '80: in quel periodo il Torino era veramente scarso. Nel frattempo, invece, la Juventus e la Roma si contendevano lo Scudetto, nel segno di Platini e Falcao. Chiaramente se fossi diventato tifoso juventino, mio padre, ex giocatore del Toro e grande tifoso granata, mi avrebbe sbattuto fuori di casa. Quindi la scelta é stata facile".

"La finale di Tirana è stata unica: eravamo tutti uniti in tre punti diversi"

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Organizzate anche trasferte?

"Sì, quando è possibile, anche se non é semplicissimo perché ci muoviamo con le nostre auto. Non siamo in grado di organizzarci con dei pullman, non tanto per una questione di numeri, quanto per la comodità di muoversi con i propri mezzi. Ma cerchiamo di esserci in Europa o andare giù a Roma, oltre a tutte le città del Nord. Abbiamo uno striscione fisso a Roma e in tutte le partite casalinghe c'è qualcuno del nostro gruppo che presenzia all'Olimpico. Poi, bene o male, qualcuno di noi scende a Roma ogni settimana, vuoi per la famiglia o per il lavoro. Nelle partite di cartello, invece, c'è un'affluenza maggiore da parte nostra".

Qual è il vostro tipo di associato?

"Abbiamo qualche giovane che viene con il papà, però non sono tantissimi. La maggior parte sono ragazzi che vengono qua per studiare all'università. Poi c'è gente che ha iniziato a lavorare qui, con un'età compresa tra i 20 e i 30 anni. Infine ci sono quelli tra i 30 e i 50, che sono sempre in buon numero. Il grosso dei nostri soci é compreso tra i 20 e i 50 anni. Inoltre, c'è qualche famiglia che si fa anche le trasferte con i bimbi piccoli. Di solito, riempiamo lo stadio di Torino-Roma e Juventus-Roma con i bimbi più piccoli. In più, abbiamo l'accesso agli hotel dove alloggiano i giocatori, per salutarli, fare autografi e foto".

Che ruolo hanno i Roma Club per tenere viva questa passione in giro per l'Italia?

"I Roma Club hanno delle problematiche. Ci sono due associazioni principali di riferimento, che sono UTR e AIRC, e noi siamo legati alla seconda. Sono simili negli intenti, ma con approcci diversi. Spesso queste associazioni ci aiutano a sviluppare e avere un legame con la Roma, cosa che altrimenti risulterebbe più complicata. Poi, in realtà, io con la Roma ci lavoro perché sono agente FIFA e ho rapporti diretti con i dirigenti. Però, in linea di massima, se i Roma Club non venissero aiutati da queste associazioni, non avrebbero tutta una serie di facilitazioni, come l'hotel, gli incontri con i giocatori e le agevolazioni per le trasferte. Una serie di legami che permettono ai Roma Club di restare in vita. In più, tra i vari Roma Club ci sono spesso delle iniziative comuni, dalle attività solidali ai tornei. Siamo abbastanza uniti e ci conosciamo quasi tutti".

Una partita che avete vissuto tutti insieme come Club e che vi ha emozionato particolarmente?

"La finale di Tirana e la finale di Budapest hanno reso il nostro club abbastanza conosciuto, vista anche la nostra presenza sui social. A livello numerico e di colore direi sicuramente la finale di Tirana. É stato un vero momento di unione, tra chi era allo stadio, chi era per le strade di Roma e chi era qui. Eravamo tutti uniti in tre punti diversi. E poi é stato l'ultimo trofeo che abbiamo alzato".

"De Rossi è la romanità: sotto questo punto di vista sta dieci livelli sopra a Totti"

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C'è un giocatore della Roma, attuale o del passato, in cui vi identificate?

"Noi abbiamo deciso di non legarci a nessun calciatore, perché non sentiamo una vicinanza così stretta con nessuno in particolare. Poi ognuno ha i propri idoli, che derivano dall'epoca e dal momento di riferimento, e li porta con sé. É chiaro che, in campo, noi abbiamo un idolo indiscusso, che é Francesco Totti. Però, chi ha quasi cinquant'anni come me, identifica la Roma anche in altri giocatori, che possono essere Falcao, Aldair o altri. Per me sono loro i giocatori simbolo della mia Roma".

Se potessi invitare una persona del mondo Roma, chi sarebbe?

"Li conosco quasi tutti di persona, ma il mondo Roma e la romanità si identificano una persona in particolare: Daniele De Rossi. Con tutto il rispetto per Francesco Totti, Daniele De Rossi sta dieci livelli sopra in quanto a romanità. Se c'è un giocatore che incarna e rappresenta la passione giallorossa, quello é sicuramente Daniele De Rossi. A Genova é molto amato e non c'era altra possibilità: non ho mai avuto dubbi sul fatto che sarebbe entrato nel cuore dei tifosi rossoblù".

Qual è il sogno per il vostro Roma Club?

"Vivere più finali e partite decisive possibili. Sogniamo di vivere altri momenti come quelli delle due finali europee, il prima possibile. Per quanto contino di più o di meno, la tensione e l'adrenalina che ci sono una finale di coppa, sono un qualcosa di unico. Allo stadio, per strada, al club: é un ricordo che ti rimarrà dentro per sempre".