Saul Niguez e l'importanza dalle salute mentale nello sport: "Mi sentivo Maradona, poi è successo qualcosa".
Saul Niguez è stato uno dei talenti migliori passati nel calcio spagnolo degli ultimi anni. Una vita con l'Atletico Madrid, gli occhi di tutto il mondo su di lui, e poi la fine. Oggi gioca nel Flamengo, ed è innamorato di questi colori e questa gente che gli è stata vicino in un momento tutt'altro che facile.
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Saul Niguez: "Pensavo di essere Maradona"
In una lunga e intima intervista rilasciata ad ABC, Saul Niguez si è raccontato senza paura. Dai sogni di gloria di un ragazzino fino al duro scontro con la realtà e alle frizioni col club che tanto amava e che tanto lo amava. "Volevo diventare un simbolo dell’Atlético come Koke, è finita che mi hanno messo alla porta". Lo spagnolo continua: "Fino a 25 anni, pensavo di essere Maradona, poi non so cosa sia successo nella mia testa, ma ho iniziato ad avere problemi, ho smesso di divertirmi e il mio destino è cambiato".E continua: "Così inizi a vedere cose, a perdere sicurezze. Bam, bam, bam. Non avevo la forza per cambiare mentalità e tornare al mio livello". Il calciatore ne ha risentito, tanto da essere influenzato anche e soprattutto a livello psicologico: "Non l’ho gestito bene, perché non mi divertivo. Loro - l'Atletico Madrid - pretendevano gli stessi standard da me, ma nella mia testa non c’era verso. E questo dialogo interiore negativo ha causato un calo significativo delle mie prestazioni".
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L'importanza della terapia
L'ex centrocampista del Chelsea ha sottolineato quanto sia stato e sia tutt'ora fondamentale per lui il rapporto con lo psicologo, che lo segue da quando ha 18 anni. "Lavoro con un preparatore atletico e uno psicologo da quando avevo 18 anni. C’è una frase che mi disse durante un periodo buio e che mi è piaciuta molto: 'Sono molto più orgoglioso di te ora di quando avevi 23 anni e hai segnato quel gol fantastico contro il Bayern, perché hai imparato a gestire tutto molto meglio'".
Per concludere, Saul pone l'accento sulla mancanza di supporto nel mondo del calcio per situazioni come la sua: "All’epoca, non affrontavo bene i momenti difficili: se giocavo male, non uscivo di casa. Mi assumo la responsabilità delle mie prestazioni in campo, ma ci sono molte situazioni che non dipendono completamente dal giocatore, e in quei casi non ho avuto il supporto o la vicinanza del mio ambiente calcistico".
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