ESCLUSIVA, Di Michele: "Spalletti ha cambiato la mia carriera. Ho un unico rimpianto..."
Dai campetti di periferia alla Serie A, passando per la Nazionale e una carriera costruita con talento, sacrificio e determinazione. David Di Michele è stato uno degli attaccanti più brillanti e prolifici del calcio italiano tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, lasciando il segno con le maglie di Salernitana, Udinese, Palermo, Torino, Lecce e Reggina, oltre a un'esperienza in Premier League con il West Ham.
Oggi, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ha intrapreso la carriera da allenatore, portando con sé gli insegnamenti raccolti in anni di calcio vissuto ai massimi livelli. In questa intervista esclusiva ripercorre le tappe più significative del suo percorso: dagli inizi nelle strade di casa ai ricordi più emozionanti, dal legame speciale con le tifoserie al soprannome "Re David", fino al rammarico per l'esperienza al Torino.
Siena v Udinese
Non manca uno sguardo sul calcio contemporaneo, con una riflessione sull'evoluzione del gioco, sul valore dei settori giovanili, sull'influenza che Luciano Spalletti ha avuto nella sua crescita e sui principi che oggi cerca di trasmettere ai ragazzi che allena. Un racconto sincero che intreccia passato e presente, offrendo anche un messaggio ai giovani che sognano di trasformare la passione per il calcio in una professione.
David Di Michele: Le Origini di "Re David"
Com'è nata la tua passione?"La mia passione è nata sui campetti e sulle strade vicino a casa, perché prima, a differenza di oggi, c'erano tante zone dove si poteva giocare: nei parchi, nei campi di terra, nei campi d'erba, sull'asfalto e tra i vicoli di casa. Di conseguenza è una passione nata giorno dopo giorno. Penso che questa sia stata la nostra grande fortuna rispetto a quello che oggi i ragazzi non hanno, perché si è perso un po' il fattore strada."
"La sedentarietà che c'è oggi noi non l'avevamo; anzi, ci inventavamo tutto. Per formare una porta bastavano due sassi, due ciabatte oppure due zaini della scuola e si iniziava a giocare tranquillamente. Il pallone poteva essere normale oppure di carta, rappezzato con un po' di scotch, come si faceva spesso a scuola. E questa penso sia stata davvero la cosa più bella."
Com'è iniziata la tua carriera?
"Io ho sempre voluto giocare. Sono arrivato un po' tardi nelle società calcistiche: Mauro Bencivenga mi vide ai Giochi della Gioventù e mi chiese se volevo giocare in una società. Io non sapevo neanche che esistessero le società di calcio. Da lì sono andato nella squadra del paese vicino a casa mia, il Villalba Smova, e sono stati quattro o cinque anni importanti. Successivamente sono passato alla Lodigiani. Quando Totti andò dalla Lodigiani alla Roma, io arrivai proprio alla Lodigiani."
"La Lodigiani era la terza squadra di Roma, militava in Serie C1 ed era una società professionistica. Come si dice, l'appetito vien mangiando e da quel momento ho iniziato la mia scalata. La passione c'è sempre stata, ma ho capito che il calcio poteva diventare il mio lavoro quando ho esordito in Serie C grazie a Orlando Di Nitto, che purtroppo oggi non c'è più. A 15 anni ho firmato il mio primo contratto da professionista perché, all'epoca, se raggiungevi otto presenze firmavi subito un contratto professionistico."
"Io ho avuto la fortuna di riuscirci già a quell'età e da lì ho capito che il calcio poteva diventare il mio lavoro. Ma soprattutto continuavo a divertirmi. La passione che avevo dentro, piano piano, si è trasformata in un lavoro, ma soprattutto in quello che io volevo fare nella vita. Penso che questo sia stato il mio grande vantaggio, insieme alla possibilità di incontrare persone che hanno creduto in me, cosa che oggi, purtroppo, capita forse un po' meno."
Il ricordo più bello di Di Michel ed il legame con i tifosi
C'è un ricordo a cui sei particolarmente legato?"Un ricordo a cui sono particolarmente legato, e che penso sia indimenticabile, è quello che è successo a Verona, nella partita Chievo Verona-Lecce, l'anno della Serie A in cui siamo retrocessi. È stata una partita molto combattuta, terminata 1-1. Purtroppo quel pareggio non ci ha consentito di rimanere in Serie A. La cosa più bella, però, è stata ciò che è accaduto a fine partita: i nostri tifosi ci hanno chiamato sotto la curva, ci hanno osannati, applauditi e non ci hanno giudicati per la retrocessione, ma per tutto quello che avevamo fatto durante quella stagione."
"Era una scena che avevo già visto in Inghilterra e che mi era rimasta impressa quando giocavo nel West Ham. In una partita contro il Middlesbrough, loro persero 3-0, pur sapendo che sarebbero retrocessi in Champions, eppure i loro tifosi li chiamarono sotto la curva e li osannarono. Questa è una cosa che mi è rimasta profondamente nel cuore. È il ricordo più bello che porto con me, al di là del calcio giocato, perché è un'esperienza che mi ha segnato soprattutto a livello personale."
Sei stato soprannominato "Re David" è un soprannome che ti è stato affidato e ti emoziona?
"Me l'hanno dato a Salerno. È un soprannome un po' anomalo, però me lo tengo molto stretto perché è una cosa a cui tengo tantissimo. Per arrivare ad avere un soprannome del genere bisogna dimostrare tanto alla tifoseria, alla città, all'attaccamento verso la maglia e a tutto quello che in campo si deve fare, al di là dei soprannomi."
"Penso che sia una cosa bella, perché non è da tutti avere l'onore di portare un soprannome del genere. Me lo tengo davvero molto stretto, al di là che qualcuno mi prende in giro. Però è bello anche per questo, perché significa aver lasciato un segno indelebile in una città e in una tifoseria."
Quanto è importante avere una tifoseria dalla tua parte?
"Sicuramente avere una tifoseria dalla tua parte aiuta tantissimo, sia a livello umano che fisico, mentale e personale. Quando sai che puoi permetterti, tra virgolette, anche di sbagliare qualcosa e che i tifosi te lo concedono, vuol dire che puoi esprimerti con maggiore libertà. Io ero un giocatore che dribblava tantissimo: a volte la giocata riusciva, altre volte no."
"Però ero uno di quelli che, se sbagliava un dribbling, non aveva paura di riprovarci. Lo rifacevo, ero un po' testardo. Quella testardaggine, però, mi ha portato a far sì che la gente si innamorasse di me e, soprattutto, quando la giocata riusciva il pubblico si esaltava. Questa è stata anche una mia fortuna: sono riuscito a portare la tifoseria dalla mia parte e l'ho usata come un'arma a mio favore."
Una nota stonata: il rammarico per Torino
C'è qualcosa di cui ti penti nella tua carriera?"L'unico vero rammarico della mia carriera, e anche a livello personale, è stata la parentesi al Toro. Torino è una piazza importantissima, ricca di storia. Tutti ricordiamo il Grande Torino e per me è stato un onore indossare quella maglia e giocare per quei colori. Proprio per questo mi dispiace non essere riuscito a dare ai tifosi quello che avrei voluto e a far divertire il popolo granata."
"Le aspettative nei miei confronti erano altissime e, in un certo senso, questo era anche un motivo d'orgoglio, perché significava essere considerato un giocatore importante per quella piazza. Purtroppo, però, non sono riuscito a esprimere quello che avevo fatto vedere in tutte le altre tappe della mia carriera e questo resta il mio più grande rammarico."
"Con il tempo, però, capisci gli errori, comprendi meglio le dinamiche e impari anche a guardare le situazioni con maggiore lucidità. Mi dispiace anche perché, per varie vicissitudini, il rapporto con l'ambiente si è un po' incrinato. Mi auguro che con il tempo tante cose possano essere dimenticate e che resti il rispetto reciproco. Ecco, questo è il mio più grande rammarico."
Di Michele, da calciatore ad allenatore: l'evoluzione del calcio
Dopo una lunga carriera da calciatore hai scelto la panchina. Cosa ti ha spinto a diventare allenatore e quali valori cerchi di trasmettere ai tuoi giocatori?"Sicuramente, all'inizio non ero così propenso a fare l'allenatore, ti dico la verità. È un ruolo difficile, perché da giocatore, a volte, pensi più singolarmente che al gruppo. Da allenatore, invece, devi ragionare per il gruppo: devi essere un gestore, saper trovare la chiave giusta per ogni giocatore, perché ogni carattere, ogni persona, ogni dinamica e ogni difficoltà richiedono un approccio diverso."
"Devi essere bravo ad aiutare, a capire e soprattutto a parlare con i giocatori. Anche il tono della voce è importantissimo. Rimango dell'idea che ai giocatori si debba dire sempre la verità: non puoi dire qualcosa che non pensi, perché prima o poi la verità viene fuori, specialmente nel mondo del calcio, dove emerge ancora più facilmente che nella vita di tutti i giorni."
"I valori che cerco di trasmettere sono quelli che hanno insegnato a noi: l'attaccamento alla maglia, il sacrificio, il sudare, il correre, l'essere autentici e il mettere il 'noi' davanti all' 'io'. Essendo uno sport di squadra, bisogna ragionare a 360 gradi e non pensare soltanto alla propria prestazione. Quella è importante, ma ci sono anche i compagni, perché se fai bene è anche grazie a loro, non soltanto per merito tuo."
"Se tutti i tuoi compagni ti vogliono bene, puoi stare certo che, quando attraverserai una giornata negativa, saranno loro ad aiutarti. Se invece non riesci a farti voler bene, difficilmente un gruppo potrà arrivare fino in fondo e togliersi grandi soddisfazioni. Cerco di trasmettere questi valori, anche se oggi è difficile perché il calcio è cambiato. Ognuno pensa al proprio orticello e credo che questo sia un modo di pensare profondamente sbagliato. Bisogna iniziare a insegnare questi principi già nei settori giovanili, perché cambiarli in corsa, una volta cresciuti, non è facile."
"Occorre inculcare fin da subito determinate idee e determinati comportamenti, per permettere ai ragazzi di affrontare il calcio con maggiore serenità, ma anche di saper gestire i momenti difficili. Nella vita, come nel calcio, ci saranno sempre periodi negativi: ci saranno stagioni in cui giocherai tanto, altre in cui giocherai poco o per niente. Potrai incontrare un allenatore che non ti vede o che, semplicemente, preferisce altri giocatori."
"In quei momenti devi essere forte e bravo a fargli cambiare idea. E l'allenatore può cambiare idea in un solo modo: durante gli allenamenti, sul campo, dentro il rettangolo verde. Con le parole le chiacchiere stanno a zero. Se non dimostri con i fatti quello che vuoi essere, difficilmente un allenatore cambierà opinione. È solo lì, sul campo, che hai davvero il potere e l'arma per convincerlo."
Luciano Spalletti, il maestro che ha cambiato la carriera di Di Michele
Ti sei ispirato spesso a Luciano Spalletti. C'è qualcosa del suo modo di allenare che hai cercato di portare anche nelle tue squadre?"Sì, mi ispiro molto a lui perché, secondo me, è stato uno dei migliori allenatori che abbia mai avuto. Mi ha insegnato a giocare a calcio e mi ha aiutato tantissimo nella mia carriera. Mi è piaciuto fin da subito il suo modo di approcciarsi ai giocatori e di allenare."La caratteristica che mi ha colpito di più era l'altissima intensità degli allenamenti."
"Gli altri si allenavano due o tre ore, mentre noi lavoravamo un'ora e un quarto, al massimo un'ora e mezza, ma sempre a ritmi elevatissimi."A Udine non stavamo mai fermi e quell'anno riuscimmo a qualificarci per la Champions League. La cosa incredibile è che, a fine partita, non eravamo quasi mai stanchi. Penso che questa fosse una delle sue più grandi qualità, insieme a quella del suo staff tecnico e del preparatore atletico: erano un corpo unico."
"Di Spalletti mi piace anche la sua schiettezza. Ti dice sempre le cose in faccia e questo ti permette di analizzare meglio gli errori, ragionarci sopra, metabolizzarli e migliorare sia come calciatore sia come persona. Ci sono stati anche degli scontri tra noi, ma sono stati utili perché mi hanno fatto crescere. Mi hanno aiutato ad arrivare a giocare sia in Champions League sia in Nazionale e, per questo, devo tantissimo a Luciano."
"Naturalmente devo molto anche a tanti altri allenatori che ho avuto nella mia carriera, ma lui è quello che mi ha dato più di tutti e lo ringrazierò sempre. Continuo a ispirarmi a lui perché, secondo me, è uno dei migliori allenatori italiani. Ha sempre dimostrato di saper far giocare bene le sue squadre e di valorizzare anche giocatori considerati normali, portandoli a raggiungere risultati importanti e a vincere. Per me è stato un maestro e continua a esserlo ancora oggi."
Il calcio di oggi tra tattica, giovani talenti e futuro
Guardando il calcio di oggi rispetto a quello che hai vissuto da protagonista, qual è il cambiamento più grande che hai notato, sia dal punto di vista tattico che umano?"Dal punto di vista tattico, il calcio che ho vissuto io era più qualitativo e più verticale. Ogni squadra aveva giocatori di grande qualità e, se analizziamo i singoli, secondo me non c'è paragone con il passato. Oggi il calcio è diventato molto più fisico. C'è meno qualità tecnica e chi possiede qualità deve comunque correre tanto e avere una condizione atletica molto sviluppata."
"Se penso a un giocatore che oggi unisce fisico, talento e qualità, mi viene in mente Nico Paz. Ha anche avuto la fortuna di essere allenato da Cesc Fàbregas, un allenatore che insegna davvero a giocare a calcio. Un altro ragazzo che mi piace molto è Pisilli: è un giocatore che assorbe tutto quello che gli viene detto, vuole imparare, vuole migliorare e ha grande voglia di lavorare. È uno di quei giocatori su cui vale la pena investire."
"Oggi non sforniamo più tanti talenti come una volta. Non perché i talenti non ci siano, ma perché ci sono meno persone disposte a investire davvero su di loro. Credo che sia un ciclo: oggi il calcio si gioca in questo modo, ma è una ruota che gira e sono convinto che si tornerà a giocare come una volta, ripartendo dai nostri giovani italiani e dai settori giovanili."
Se potessi dare un consiglio ai ragazzi che oggi sognano di diventare calciatori professionisti?
"Il primo consiglio è divertirsi. Bisogna allenarsi divertendosi, senza tralasciare nulla e senza pensare che, dopo una bella prestazione o un buon campionato, si sia già arrivati. Bisogna migliorarsi giorno dopo giorno, andare al campo con il sorriso, divertirsi cercando sempre di crescere."
"La difficoltà più grande è superare la sensazione di sentirsi già bravi e quindi arrivati. Una volta ci si sentiva arrivati da grandi, oggi invece capita già a 16 anni. Ma è un errore, perché poi difficilmente si arriva davvero. Quello che non deve mai mancare è la fame di migliorarsi ogni giorno, perché è una sfida continua tra te e il mondo del calcio."
"Oggi ci sono più possibilità e questo può dare l'impressione di dover fare meno. In realtà bisogna fare di più, perché se sei tenace, forte e riesci a essere costante nel tempo, hai più possibilità di arrivare rispetto al passato. Io ho avuto la fortuna di indossare la maglia della Nazionale, pur avendo davanti giocatori come Vieri, Inzaghi, Del Piero, Totti, Montella, Iaquinta, Di Natale, Di Vaio, Nicola Amoruso e tantissimi altri campioni che adesso sicuramente dimentico. Eppure sono riuscito a vestire quella maglia. Perché? Perché avevo un obiettivo e me lo sono prefissato."
"È quello che dicevo sempre ai ragazzi quando allenavo i giovani: prefissatevi un obiettivo più alto e più importante di tutti. Se ci arriverete sarete felicissimi; se non ci arriverete, l'importante sarà aver fatto tutto il possibile per raggiungerlo. Perché non tutti ce la faranno, e questo può dipendere da tanti motivi, non soltanto dalle proprie capacità. Ma se ti poni un obiettivo e credi davvero di poterlo raggiungere, questo ti spingerà a lavorare di più, a migliorarti ogni giorno e a dare sempre il massimo."
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