DerbyDerbyDerby Calcio Italiano ESCLUSIVA Ronaldo, 50 anni da Fenomeno: da una hall di Trieste a quella notte di Parigi

ESCLUSIVA Ronaldo, 50 anni da Fenomeno: da una hall di Trieste a quella notte di Parigi

Stefano Sorce
Ronaldo compie 50 anni: la storia del Fenomeno, i ricordi di una generazione e gli auguri speciali di chi ha voluto celebrarlo

A volte basta un nome per tornare indietro nel tempo. Non servono fotografie, vecchie videocassette o album impolverati. Basta sentirlo pronunciare e, quasi senza accorgersene, ritrovarsi in un'età diversa, con altre persone accanto e quella sensazione che il tempo davanti fosse ancora infinito. Ronaldo, per me, è anche questo. Oggi il Fenomeno compie cinquant'anni e sembra quasi strano scriverlo. Perché nella memoria di chi lo ha visto arrivare in Europa rimane soprattutto quel ragazzo brasiliano che prendeva il pallone e correva verso la porta con una velocità che sembrava appartenere a un altro calcio.

Il Barcellona, l'Inter, il numero 9 sulle spalle. Le sue maglie addosso ai miei compagni di scuola, quando ancora nessuno di noi poteva immaginare quanto velocemente sarebbero passati gli anni. Poi la vita va avanti. Cambiano le scuole, le persone, le città, il calcio. Alcuni ricordi sbiadiscono, altri invece rimangono inspiegabilmente fermi nello stesso punto. Il mio Ronaldo è rimasto lì. Quando penso a lui, il primo viaggio che faccio è verso una città che con la sua carriera non ha praticamente nulla a che vedere: Trieste.

Trieste, 6 maggio 1998

Una hall d'albergo, una televisione e una gita di terza media. Quella sera, a Trieste, bastò questo per trasformare il salone del nostro hotel in una specie di piccola curva da stadio. Si giocava Inter-Lazio, finale di Coppa UEFA. Ricordo bene come ci dividemmo davanti alla televisione. Gli interisti naturalmente stavano con l'Inter, i laziali con la Lazio. Tutti gli altri finirono per scegliere da che parte stare in base alla squadra tifata, alle simpatie o alle rivalità. Eravamo ragazzini e vivevamo il calcio anche così: una partita poteva diventare immediatamente una questione personale, figurarsi una finale europea. Quella sera, però, gli occhi finivano inevitabilmente anche su un giocatore. Ronaldo.

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In realtà noi lo conoscevamo benissimo già prima del suo arrivo all'Inter. Ricordo ancora quanti miei compagni di scuola compravano la sua maglia numero 9 del Barcellona. E la cosa particolare è che non importava essere tifosi del Barça. Quella era semplicemente la maglia di Ronaldo e in quegli anni la volevano tutti. Forse oggi, ripensandoci, è proprio questo uno dei ricordi che rende meglio l'idea di ciò che Ronaldo rappresentava nella seconda metà degli anni Novanta.

Aveva poco più di vent'anni, ma il suo nome era già andato oltre la squadra nella quale giocava. Lo conoscevano tutti, volevano vederlo giocare tutti e tanti ragazzini volevano semplicemente avere quel numero 9 sulle spalle. Poi nell'estate del 1997 arrivò all'Inter. E meno di un anno dopo, durante quella gita di terza media, me lo ritrovai davanti ancora una volta. Questa volta dall'altra parte della televisione c'era Parigi.

Parigi, 6 maggio 1998

Mentre noi eravamo davanti alla televisione nella hall dell'albergo, a Parigi Inter e Lazio si giocavano la Coppa UEFA, nella prima finale della competizione disputata in gara unica. E quella non era certo una Lazio capitata lì per caso: in campo c'erano Marchegiani, Nesta, Jugovic, Fuser, Nedved, Mancini e Casiraghi, tanto per fare qualche nome. La partita si mise subito dalla parte dell'Inter con il gol di Zamorano dopo appena cinque minuti. Nella ripresa arrivò il raddoppio di Zanetti, poi al 70' toccò a Ronaldo mettere la firma sulla finale. Ronaldo davanti a Marchegiani.

In quegli anni era una delle situazioni peggiori che potessero capitare a un portiere. Ronaldo arrivò in area, rallentò quel tanto che bastava e cominciò a muoversi davanti a Marchegiani. Una finta, poi un'altra. Il portiere della Lazio finì a terra, Ronaldo gli passò accanto e appoggiò il pallone nella porta rimasta vuota. Era il 3-0 e, anche se quella sera l'Inter aveva dominato la finale, è difficile separare quella partita da quell'immagine. Perché il Ronaldo di quegli anni era soprattutto questo. Potevi sapere cosa avrebbe provato a fare, potevi prepararti ad affrontarlo, ma quando partiva con il pallone diventava tutto molto più complicato.

Aveva velocità e potenza, ma soprattutto riusciva a mantenere una qualità tecnica impressionante anche quando correva a ritmi che per gli altri erano difficili da sostenere. E quella sera uno di quelli che provò a fermarlo era Alessandro Nesta. Non un difensore qualsiasi. Uno dei più forti della sua generazione e uno che, negli anni successivi, avrebbe affrontato praticamente tutti i grandi attaccanti della sua epoca. Proprio per questo, quando a distanza di anni è stato Nesta stesso a raccontare cosa significasse trovarsi davanti quel Ronaldo, le sue parole hanno assunto un peso particolare.

Se lo dice Nesta...

Alessandro Nesta non ha certo bisogno di presentazioni. Ha giocato ai massimi livelli per quasi vent'anni, ha vinto praticamente tutto e si è trovato di fronte alcuni dei migliori attaccanti della sua epoca. Eppure, quando negli anni gli è stato chiesto di ricordare quelli che gli avevano creato maggiori difficoltà, il nome di Ronaldo è tornato più di una volta. E quella finale di Parigi occupa un posto particolare nei suoi ricordi. Nesta ha raccontato di aver rivisto diverse volte la partita per cercare di capire cosa avrebbe potuto fare diversamente contro il brasiliano. Più riguardava quelle immagini, però, più arrivava alla conclusione che quella sera ci fosse davvero poco da inventarsi.

In un'altra intervista, quando gli chiesero quale fosse stato l'attaccante più forte affrontato durante la sua carriera, fu ancora più diretto: «Ronaldo, il brasiliano, il numero uno per distacco». Una frase che detta da Nesta vale forse più di tanti numeri. Perché davanti a lui sono passati alcuni dei più grandi attaccanti degli ultimi trent'anni e Ronaldo è rimasto comunque un riferimento particolare. Anche recentemente l'ex capitano della Lazio è tornato a raccontare quella finale aggiungendo un particolare che rende bene l'atmosfera di quella sera. L'Inter era ormai sul 3-0, ma Ronaldo continuava a puntare gli avversari e a dribblare.

I giocatori della Lazio, ormai esasperati, gli dissero sostanzialmente di finirla. Lui, invece, rideva. Nesta ha ricordato che a un certo punto provarono anche a fermarlo con le maniere forti, ma non riuscivano praticamente nemmeno a prenderlo. A distanza di ventotto anni, questa storia mi fa vedere quella sera da una prospettiva completamente diversa. Noi eravamo nella hall di un albergo di Trieste, davanti a una televisione, e Ronaldo ci sembrava imprendibile. Nesta era a Parigi, sullo stesso campo, a pochi metri da lui. E aveva avuto esattamente la stessa impressione.

Il calciatore italiano Alessandro Nesta, della Lazio, pressato dal brasiliano Ronaldo dell’Inter durante la finale di Coppa UEFA tra Lazio e Inter, disputata al Parc des Princes di Parigi, Francia, il 6 maggio 1998. L’Inter vinse la partita 3-0. (Foto di Gerd Scheewel/Bongarts/Getty Images)

Il Ronaldo che sembrava non potersi fermare

Raccontare Ronaldo attraverso i gol, i Palloni d'Oro, i Mondiali e le squadre nelle quali ha giocato sarebbe probabilmente la strada più semplice. Ma chi lo ha visto nella seconda metà degli anni Novanta ricorda soprattutto l'impressione che dava quando prendeva il pallone e cominciava ad accelerare. Non era solamente veloce. Ronaldo riusciva a mettere insieme una potenza fisica impressionante e una tecnica che normalmente apparteneva a giocatori con caratteristiche completamente diverse. Correva mantenendo il pallone vicino ai piedi, cambiava direzione senza perdere velocità e soprattutto puntava continuamente chi aveva davanti.

Il doppio passo, l'elastico, le finte davanti al portiere diventarono rapidamente parte del suo repertorio. Oggi le rivediamo nelle raccolte delle sue giocate migliori, all'epoca capitava invece di vederle durante una normale partita di campionato. La cosa che fa ancora più impressione, guardando oggi quelle immagini, è l'età. Il Ronaldo che arrivò al Barcellona aveva vent'anni. Quello acquistato dall'Inter nell'estate del 1997 ne aveva ventuno. Sembrava esserci davanti un calciatore destinato a dominare ancora per tantissimo tempo. Poi il fisico cominciò a chiedergli un prezzo altissimo.

Il ginocchio e quel pomeriggio contro la Lazio

Se le accelerazioni e i dribbling sono una parte dei ricordi legati a Ronaldo, purtroppo ce n'è un'altra che nessuno di noi può dimenticare: gli infortuni. In particolare quello al ginocchio destro. Il 12 aprile 2000 Ronaldo tornò in campo contro la Lazio, nella finale di andata di Coppa Italia, dopo quasi cinque mesi di assenza. Entrò nella ripresa e passarono appena pochi minuti. Provò uno dei suoi movimenti, il ginocchio cedette e Ronaldo finì a terra. Chi vide quelle immagini ricorda anche le sue urla e le lacrime.

Fu probabilmente il momento nel quale, per la prima volta, diventò davvero difficile immaginare come sarebbe proseguita la sua carriera. Non si parlava più semplicemente di aspettare qualche settimana e rivederlo in campo. Cominciò un percorso fatto di interventi chirurgici, riabilitazione, tentativi di rientro e mesi lontano dal calcio. Per un giocatore che aveva costruito una parte enorme della propria superiorità sull'esplosività, un infortunio di quella gravità sembrava quasi una condanna. Ronaldo, invece, tornò. E lo fece nel posto nel quale un calciatore brasiliano può scegliere il modo migliore per ricordare al mondo chi è: un Mondiale.

Il Mondiale del 2002 di Ronaldo

Quando iniziò il Mondiale di Corea e Giappone, attorno a Ronaldo c'era inevitabilmente una domanda. Dopo tutto quello che aveva passato, quanto era rimasto del Fenomeno? La risposta arrivò sul campo. Segnò otto gol in sette partite e arrivò alla finale contro la Germania da protagonista. Dall'altra parte c'era Oliver Kahn, fino a quel momento praticamente insuperabile e grande protagonista del torneo. Ronaldo gli segnò due volte. Il Brasile vinse 2-0, conquistò il quinto Mondiale della propria storia e Ronaldo chiuse il torneo da capocannoniere.

Non era più esattamente il giocatore che avevamo visto al Barcellona o nei primi tempi dell'Inter. Gli infortuni avevano inevitabilmente lasciato qualcosa. Ma forse proprio per questo quel Mondiale racconta una parte fondamentale della sua carriera. Quattro anni prima, alla vigilia della finale del Mondiale francese, era stato al centro di una delle vicende più discusse della storia recente del Brasile. Nel 2002 arrivò invece all'ultima partita dopo aver trascorso buona parte degli anni precedenti a combattere contro il proprio ginocchio. E segnò i due gol che decisero la finale. Il dubbio, a quel punto, non era più se Ronaldo sarebbe riuscito a tornare quello di prima. Aveva trovato un altro modo per essere Ronaldo.

KOBE, GIAPPONE - 17 GIUGNO: Ronaldo del Brasile durante l’ottavo di finale dei Mondiali 2002 in Giappone e Corea del Sud tra Brasile e Belgio, terminato 2-0, il 17 giugno 2002 a Kobe, Giappone. (Foto di BONGARTS/Gunnar Berning)

Madrid, il ritorno in Italia e gli ultimi anni

Quel Mondiale aprì anche un nuovo capitolo. Nell'estate del 2002 Ronaldo lasciò l'Inter e passò al Real Madrid, entrando nella squadra dei Galácticos. Raúl, Zidane, Figo, Roberto Carlos e, dall'anno successivo, Beckham. In mezzo a tutti quei nomi c'era naturalmente anche il suo. Al Real rimase per quattro stagioni e mezzo e continuò a segnare con una regolarità impressionante, anche se il Ronaldo di Madrid era ormai diverso dal ragazzo che qualche anno prima sembrava poter saltare un'intera difesa partendo da centrocampo. Nel gennaio del 2007 arrivò poi una scelta che in Italia fece inevitabilmente rumore: il ritorno a Milano, questa volta con la maglia del Milan.

Per chi lo aveva identificato per anni con l'Inter fu un'immagine particolare. Ronaldo con la maglia rossonera sembrava quasi fuori posto nei ricordi di chi lo aveva visto arrivare in Italia dieci anni prima. Eppure anche con il Milan riuscì a lasciare qualche lampo del giocatore che era stato, prima che un altro grave infortunio al ginocchio interrompesse ancora una volta il suo percorso. Gli ultimi anni di Ronaldo lo riportarono infine in Brasile, al Corinthians. Lì giocò fino al 2011, quando annunciò il ritiro. Aveva 34 anni. Molti altri campioni hanno giocato più a lungo.

Probabilmente anche Ronaldo avrebbe potuto farlo se il suo fisico gli avesse concesso una carriera diversa. Ma forse è anche per questo che, parlando di lui, ognuno finisce per conservare un'immagine particolare. Il Ronaldo del Barcellona. Quello dell'Inter. Il Ronaldo che cade e quello che torna. Il numero 9 del Brasile nel 2002. Il Galáctico di Madrid. Persino quello, per noi italiani quasi surreale, con la maglia del Milan. Ognuno ha conservato il proprio Ronaldo.

MILANO, ITALIA - 11 MARZO: Ronaldo dell’AC Milan segna il primo gol della sua squadra durante la partita di Serie A tra Inter e AC Milan allo Stadio San Siro l’11 marzo 2007 a Milano, Italia. (Foto di New Press/Getty Images)

Gli auguri per i 50 anni del Fenomeno

Per raccontare i cinquant'anni di Ronaldo abbiamo voluto però ascoltare anche chi, per motivi diversi, ha incrociato il calcio di quegli anni, lo ha vissuto da vicino oppure semplicemente conserva un ricordo particolare del Fenomeno. Sono arrivati così diversi videomessaggi di auguri. Massimo Paganin, che ha conosciuto l'Inter da calciatore prima dell'arrivo del brasiliano; César Sampaio e Paulo Sérgio, protagonisti di quella grande generazione del calcio brasiliano; Enrico Bertolino, con la sua passione nerazzurra, e Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica e storico tifoso dell'Inter. A loro si sono aggiunti anche i messaggi dell'Inter Club Rieti e dell'Inter Club Formia, perché Ronaldo non è rimasto soltanto nei ricordi di chi ha condiviso uno spogliatoio, un campo o gli anni del grande calcio degli anni Novanta. È rimasto soprattutto nella memoria dei tifosi.

Voci diverse, ricordi diversi e generazioni diverse che finiscono però per tornare allo stesso nome. Ronaldo. Del resto, a cinquant'anni dal giorno della sua nascita e a quasi trent'anni dal suo arrivo in Italia, forse è proprio questo uno dei modi più belli per misurare ciò che ha lasciato: vedere quante persone hanno ancora qualcosa da raccontare quando sentono pronunciare il suo nome.

Il lusso del tempo per Ronaldo

Oggi Ronaldo è naturalmente un'altra persona rispetto al ragazzo che correva verso Marchegiani in quella notte di Parigi. Basta anche dare uno sguardo a quello che sceglie di mostrare della sua vita per accorgersi di quanto siano cambiate le priorità. Negli ultimi mesi lo abbiamo visto soprattutto con la famiglia. Quest'estate, da Ibiza, ha pubblicato una delle rare fotografie che lo ritrae insieme ai genitori, alla moglie Celina Locks e ai quattro figli. Poche parole per accompagnarla: «Eu amo minha família», amo la mia famiglia.

Ma c'è soprattutto una riflessione di Ronaldo arrivato alla soglia dei cinquant'anni che racconta bene l'uomo di oggi. Dopo una vita nella quale ogni giornata era scandita da allenamenti, partite, viaggi, ritiri e, purtroppo per lui, anche operazioni e lunghissime riabilitazioni, ha spiegato di aver scoperto un altro significato della parola lusso: poter essere padrone del proprio tempo. Fa un certo effetto sentirlo dire proprio da lui. Perché per chi lo ha visto giocare, Ronaldo è stato per anni l'esatto contrario. Sembrava sempre avere fretta. Prendeva il pallone e accelerava, lasciando agli altri il problema di provare a stargli dietro. Oggi, invece, parla del tempo come qualcosa da possedere e da vivere. E nel frattempo sono cambiate anche le generazioni.

Durante l'ultimo Mondiale si è vista un'immagine che racconta bene quanto tempo sia passato. Ronald, il figlio maggiore di Ronaldo, e Gabriel, nipote di Pelé, hanno ricreato una fotografia che riportava al Mondiale del 2002, quello vinto dal Brasile proprio con Ronaldo protagonista e Pelé presente accanto a lui. Ventiquattro anni dopo, nella fotografia ci sono i loro figli e nipoti. Forse è inevitabile che a cinquant'anni anche il racconto di Ronaldo finisca per diventare un racconto sul tempo.

Quello trascorso per lui e quello trascorso per chi lo guardava. Perché mentre Ronaldo passava dal Barcellona all'Inter, cadeva, si rialzava, diventava campione del mondo, andava al Real Madrid e poi tornava in Italia, nel frattempo crescevamo anche noi. Ed è per questo che ognuno, probabilmente, ha conservato il proprio Ronaldo.

Ognuno ha il suo Ronaldo

Alla fine, parlando di Ronaldo, ognuno finisce inevitabilmente per tornare a un'immagine diversa. Per qualcuno sarà quello giovanissimo del Barcellona con il numero 9 sulle spalle, per altri quello dell'Inter e della finale di Parigi. Qualcuno penserà agli infortuni e a tutto quello che ha dovuto affrontare per tornare a giocare, altri ancora al Mondiale del 2002, ai due gol alla Germania e anche a quella pettinatura diventata uno dei simboli di quell'estate. Poi ci sono il Real Madrid, i Galácticos e, per chi lo ha seguito soprattutto in Italia, anche quello strano Ronaldo visto dall'altra parte di Milano.

Io, invece, quando penso a lui continuo a tornare molto più indietro. A Trieste, alla terza media e alla hall di quell'albergo. Rivedo i miei compagni davanti alla televisione, gli interisti da una parte, i laziali dall'altra e tutti gli altri che avevano scelto con chi schierarsi. Ricordo l'atmosfera di quella sera e soprattutto quello che succedeva dall'altra parte dello schermo. C'era un ragazzo brasiliano di 21 anni con il numero 10 dell'Inter sulle spalle. A un certo punto prese il pallone e si ritrovò davanti Marchegiani. Nesta e gli altri avevano provato per tutta la sera a contenerlo, con risultati che abbiamo raccontato e che lo stesso Nesta avrebbe ricordato tanti anni dopo. Noi eravamo semplicemente lì a guardare.

Sono passati ventotto anni e oggi Ronaldo ne compie cinquanta. Fa un certo effetto soprattutto perché, insieme alla sua storia, inevitabilmente è passato anche un pezzo della nostra. Forse è anche così che si riconoscono certi campioni. Non soltanto dai trofei che hanno alzato o dai gol che hanno segnato, ma dalla capacità di rimanere legati a un momento preciso della vita di chi li ha guardati. Per me Ronaldo, prima ancora di essere Brasile, Barcellona, Inter, Real Madrid, Milan, Mondiali e Palloni d'Oro, sarà sempre anche una hall d'albergo a Trieste. 6 maggio 1998. Avevo davanti quasi tutta la vita. E Ronaldo aveva davanti Marchegiani.

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