Il fischio che divenne ferita: Fiorentina-Juventus 1982
Cosa resterà di quegli anni ’80? Già. Chissà quante volte l’abbiamo detto o semplicemente pensato. L’età classica del nostro calcio. Quel periodo che rappresenta l’apogeo di un impero che si è sgretolato nel tempo, sotto i colpi dei petroldollari. Un calcio fatto di storie romantiche e momenti poetici, che i bambini vogliono ascoltare dai racconti di chi c’era.
La rivalità
In quel decennio di gloria nascono alcune delle più grandi rivalità sportive. Probabilmente le prime al di fuori di un contesto territoriale. Firenze e Torino, oltre ad essere state entrambe capitali d’Italia, hanno ben poco in comune. Allo stesso modo Fiorentina e Juventus appartengono a due caste completamente diverse. Eppure in quel 1982 si aprì una ferita indelebile, che ancora oggi sanguina abbondantemente.
Gli anni '80
Per apprezzare al meglio una “quiete”, c’è bisogno di una “tempesta” prima. Così fu per gli anni ’80. L’enorme crisi economica che stava corrodendo il movimento calcistico italiano, favorì l’entrata, storica, delle grandi aziende imprenditoriali nel mondo del pallone. Nel 1981 la Lega apre agli sponsor. Quelle scritte sul petto che sarebbero diventate iconiche! E che portarono la Serie A all’apice del cacio mondiale.Pontello consegnò nelle mani del mister, “Picchio” De Sisti, una Fiorentina davvero molto brillante. E le aspettative non furono deluse. Al giro di boa del campionato ’81-’82 i toscani si laurearono campioni D’inverno. E sull’Arno cullavano sogni di scudetto. Come ogni bella fiaba che si rispetti però, a un tratto arriva una Vecchia Signora, che offre alla bella fanciulla una mela avvelenata. I bianconeri non mollarono un centimetro nel girone di ritorno dando vita ad una battaglia epica volta a strapazzare le coronarie dei tifosi.
E venne il giorno
Si arriva alla resa dei conti. È il 16 maggio, giornata numero 30; l’ultima di campionato per intenderci. A 90 minuti dal termine, viola e bianconeri sono in vetta alla classifica, appaiati a 44 punti. Le strade di Firenze sono deserte e silenziose, si percepisce un battito, come una forma collettiva di tachicardia. La squadra gioca in trasferta. Così come i rivali. Due città sospese nell’etere. Aggrappate alle frequenze memorabili di Enrico Ameri e Sandro Ciotti.Alle 14:59 la leggendaria tromba di Herb Alpert, apre le danze di quel pomeriggio agonico. Poi la voce inconfondibile di Roberto Bortoluzzi: “Gentili ascoltatori, buongiorno. Ecco i campi collegati nell’ordine: Catanzaro, per Catanzaro Juventus; Cagliari, per Cagliari Fiorentina…”. Dopo 36 minuti di gara, allo Stadio Militare di Catanzaro, Sergio Brio stende in area Borghi, lanciato a rete. Il fischietto di Pieri resta muto. L’arbitro “non vede” alcuna irregolarità.
Incubo viola
È solo l’inizio di un incubo che prende forma. I toscani al vecchio Sant’Elia vanno al riposo in stato comatoso. De Sisti trova il modo di rianimare i suoi all’intervallo e al 14° della ripresa Antognoni pesca in area Graziani che spinge in rete. Il signor Mattei, però, “vede” un fallo di Bertoni. Negli occhi dei fiorentini si percepiscono i primi segni di smarrimento. A un quarto d’ora dal termine, Ameri prende la linea da Catanzaro, per raccontare il rigore assegnato alla Juve e trasformato da Brady.
A Piazza San Carlo si festeggia lo scudetto della seconda stella. A Firenze restano le briciole di un sogno interrotto in maniera efferata, violenta. Un pomeriggio crudele. Uno squarcio nell’anima che ha lasciato una ferita mai più rimarginata. Antonioni e Graziani avranno l’occasione di ritrovare il sorriso qualche settimana dopo, nel mondiale spagnolo. La fiesole invece piange ancora quel giorno maledetto.
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