DerbyDerbyDerby Editoriali La responsabilità di chiamarsi Pep Guardiola: quando allenare il Manchester City vuol dire vincere sempre
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La responsabilità di chiamarsi Pep Guardiola: quando allenare il Manchester City vuol dire vincere sempre

Francesco Di Chio
Come si continua a vincere dopo che hai vinto tutto il possibile? Questa è la vera sfida di Guardiola e del suo Manchester City negli ultimi anni.

Tenere viva la fiamma è sempre complicato. Tenerla viva dopo dieci anni in cui si è vinto praticamente tutto è una sfida quasi impossibile da vincere. Questo è il paradosso del Manchester City e del suo allenatore, Pep Guardiola: con forse l'allenatore più influente al mondo ed un budget virtualmente infinito, ogni stagione senza trofei finisce inevitabilmente per sembrare un fallimento. Ma come si trovano nuove motivazioni quando hai già conquistato tutto? Come si convince un gruppo di giocatori, nel 2026, che il "meglio" non basta mai davvero, quando il meglio coincide semplicemente con il ripetersi? Perchè il vero problema di Pep Guardiola e del suo City è esattamente questo: non arrivare in cima, ma trovare una ragione per restarci.

MANCHESTER, INGHILTERRA - 09 MAGGIO: L’allenatore del Manchester City Pep Guardiola reagisce durante la partita di Premier League tra Manchester City e Brentford all’Etihad Stadium il 9 maggio 2026 a Manchester, Inghilterra. (Foto di Naomi Baker/Getty Images)

10 anni di City: Guardiola, l'allenatore infinito

Dal suo arrivo all'Etihad Stadium sono passati ormai dieci anni. E in dieci anni Guardiola, con il Manchester City, ha vinto tutto ciò che c'era da vincere: 6 Premier League, 2 Fa Cup, 5 Carabao Cup, 3 Community Shield, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea e 1 Coppa del Mondo per Club. Con un curriculum simile, molti altri allenatori si sarebbero adagiati sugli allori da tempo. E in Italia conosciamo bene il fenomeno: il nostro calcio è pieno di tecnici che vivono ancora dalla rendita costruta su vittorie lontane anni.
Il paradosso però è tutto qui. Da una parte continuiamo a giustificare allenatori rimasti ancorati a idee vecche un decennio soltanto perchè, un decennio fa, hanno vinto. Dall'altra aspettiamo Guardiola al varco, pronti ad esultare ogni volta che fallisce un obiettivo. Eppure stiamo parlando di uno degli allenatori che più hanno rivoluzionato il calcio moderno, forse il più influente della sua epoca, sicuramente uno dei più influenti della storia. Questa ricerca ossessiva della perfezione, però, non sembra appartenere solo al mondo esterno. Lo stesso tecnico catalano appare intrappolato in una continua necessità di migliorarsi, come se ogni successo non fosse ancora sufficiente a renderlo davvero inattaccabile.

Quello che ha costruito nella sua carriera basterebba già oggi a consegnarlo all'elite degli allenatori della storia. A 55 anni, se decidesse di fermarsi, lascerebbe comunque un'eredità che il 99% dei tecnici può soltanto sognare. Ma a Guardiola questo non basta. Non sappiamo se sia semplice ossessione o paura di venire dimenticato in fretta. Di certo, ogni stagione sembra spingerlo a trovare un nuovo modo per andare gli altri e soprattutto, oltre sé stesso.

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La normalizzazione della vittoria

Dopo dieci anni e tutti i successi sopra citati, continuare a motivare uno spogliatoio diventa un'impresa complicatissima. Quando i calciatori che alleni hanno alzato tutte le coppe possibili, convincerli che si può fare sempre di meglio diventa utopia. E Guardiola deve combattere anche questa battaglia interna, oltre a tutte le guerre col mondo esterno. Per questo il tecnico sembra cercare nuove sfide tattiche e tecniche ogni anno: la scelta di puntare su Haaland, per esempio, appartiene a questa categoria.

MANCHESTER, INGHILTERRA - 13 MAGGIO: Pep Guardiola, allenatore del Manchester City, osserva prima della partita di Premier League tra Manchester City e Crystal Palace all’Etihad Stadium il 13 maggio 2026 a Manchester, Inghilterra. (Foto di Stu Forster/Getty Images)

Dopo aver vinto e ripetutamente qualunque trofeo a disposizione nei confini britannici, l'ex tecnico del Barcellona ha visto nell'attaccante norvegese la scelta giusta per conquistare l'Europa. Scelta che ha pagato, visto che il Manchester City è riuscito a sollevare la coppa delle grandi orecchie battendo l'Inter di Simone Inzaghi. Proprio quella Champions League che stava diventando un cruccio per il catalano, colpevole secondo i più di non riuscire a vincere il trofeo senza il supporto di Messi, Iniesta e così via.

E forse è proprio questa la chiave della longevità di Guardiola e del suo City: impedire alla vittoria di diventare un'abitudine. Perchè quando una squadra domina a lungo, il rischio non è perdere qualità fisiche o tecniche, ma di perdere tensione emotiva, e non sentire più quella necessità di vincere. E Guardiola sembra averlo capito prima di tutti. E forse proprio per questo il City cambia continuamente pelle. Nonostante i successi, la squadra di Manchester cambia continuamente pelle: ogni stagione porta con sè nuovi calciatori, nuove idee tattiche, nuove richieste a chi c'era già.

Da un certo punto di vista è come se Guardiola allenasse contro la noia: quella pericolosa sensazione che può colpire le grandi dinastie sportive quando il successo diventa routine. Ed è qui che forse viene fuori la sua qualità più rara: trasformare la sazietà in nuova ambizione. Guardiola non deve più convincere il City di poter vincere, ma continuare a convincerlo che vincere ha ancora lo stesso significato.