DerbyDerbyDerby Editoriali Ottavio Bianchi, da Napoli all'Inter: due panchine a confronto

Ottavio Bianchi, da Napoli all'Inter: due panchine a confronto

Silvia Cannas Simontacchi
Dallo storico scudetto del Napoli nel 1987 alla panchina dell’Inter: la carriera di Ottavio Bianchi racconta due ambienti, due momenti e due esperienze profondamente diverse

In ogni storia interessante c'è un turning point, un evento chiave che cambia il ritmo della narrazione e la divide in un prima e un dopo. Per molti allenatori, si identifica con i colori di una squadra. Per Ottavio Bianchi è il Napoli. Sulla panchina azzurra, il tecnico bresciano entra nella storia, guidando i partenopei verso lo scudetto 1986-87, il primo di sempre. Ma qualche anno dopo il destino lo porta a Milano, sponda Inter. E qui, di nuovo, il racconto prende un'altra strada.

Ottavio Bianchi e il Napoli: lo scudetto di Maradona e un ciclo irripetibile

Diego Armando Maradona solleva il trofeo. (Foto di SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

Bianchi arriva a Napoli nel 1985, in un club che sta costruendo attorno a Diego Armando Maradona un progetto che cambierà le sue sorti per sempre. Il salto di qualità arriva con la stagione 1986-87: il Napoli vince il campionato e la Coppa Italia, realizzando in una volta il suo primo double. La certezza matematica del titolo arriva il 10 maggio 1987, con l'1-1 contro la Fiorentina.

Il Tricolore non era soltanto una vittoria di Maradona, ma anche il risultato di una squadra solida, costruita attorno a un gruppo di calciatori affidabili e guidata da un allenatore caratterialmente molto diverso rispetto al fuoriclasse argentino. Bianchi era concreto, esigente e poco incline ad affidare il gioco esclusivamente al talento individuale. Il suo Napoli doveva trovare un equilibrio tra l'estro di Maradona e una struttura collettiva capace di resistere alla pressione.

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Il rapporto con l'ambiente napoletano, però, non è sempre idilliaco. Dopo il trionfo del 1987, la stagione 1987-88 termina con un secondo posto, e quella successiva con la vittoria della Coppa UEFA. Ottavio Bianchi lascia il Napoli nel 1989, dopo un ciclo irripetibile durato quattro anni, impreziosito da uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa UEFA.

Passano la Roma, un'altra Coppa Italia e una finale di Coppa UEFA, prima del ritorno sotto l'ombra del Vesuvio, nel novembre 1992. Nel frattempo, però, il calcio italiano è cambiato e anche il Napoli non è più lo stesso dei tempi di Maradona. Bianchi si tratterrà anche per la stagione 1993-94, ma questa volta nel ruolo di direttore tecnico, mentre alla guida della squadra ci sarà Marcello Lippi.

Ottavio Bianchi e l'Inter: un'esperienza breve, in un ambiente tanto diverso

APPIANO GENTILE (CO)- Stagione 1999/2000 Gabrile Oriali, Massimo Moratti, Julio Velasco e Marcello Lippi in panchina durante una seduta di allenamento. (Foto di FC Internazionale/Inter tramite Getty Images)

Nell'estate 1994 Bianchi viene chiamato a guidare i nerazzurri. Da un ambiente che lo identificava come il condottiero del primo scudetto, a una società in piena fase di transizione: la stagione 1994-95 coincide con l'ultimo campionato della presidenza di Ernesto Pellegrini e l'arrivo, nel febbraio 1995, di Massimo Moratti. Il trasferimento a Milano non fu semplice, né indolore.

La squadra chiuse il campionato al sesto posto, con 14 vittorie, 10 pareggi e 10 sconfitte. In Coppa Italia non si era spinta più in là dei quarti di finale e in Coppa UEFA, competizione in cui l'Inter era campione uscente, fu eliminata dall'Aston Villa al primo turno. Tra i pochi sprazzi positivi di quella stagione deludente, c'era stato il derby del 15 aprile 1995, il primo della gestione Moratti, in cui l'Inter aveva battuto il Milan per 3-1, dopo aver già eliminato i rivali in Coppa Italia.

Il rapporto con i nerazzurri, però, non era destinato a durare. All'inizio della stagione 1995-96, Bianchi è ancora in panchina, ma viene esonerato dopo appena quattro giornate. Una vittoria, un pareggio e due sconfitte erano bastate a farlo saltare. Se a Napoli aveva trovato un contesto in cui poteva prendersi il tempo per costruire un'identità e scrivere la prima pagina d'oro nella storia del club, a Milano tutto questo tempo non c'era.

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