ESCLUSIVA, Birindelli sulla Juventus: "Società vera responsabile, Vlahovic lo terrei"
Una carriera costruita con lavoro, disciplina e spirito di appartenenza, prima da calciatore e oggi da allenatore. Alessandro Birindelli si racconta ai nostri microfoni attraversando presente e passato, tra emozioni, identità calcistica e ambizioni ancora tutte da inseguire.
Dalla sua prima stagione sulla panchina della Pianese, vissuta con intensità e culminata con una storica qualificazione ai play-off di Serie C, fino alle riflessioni sulla Juventus di oggi, messa a confronto con quella in cui ha scritto pagine importanti della sua carriera, Birindelli offre uno sguardo lucido e diretto sul calcio contemporaneo. Un’analisi che passa anche dal ritorno del Pisa in Serie A dopo oltre trent’anni, tra entusiasmo, difficoltà e la durezza di un campionato che non perdona.
Non mancano i richiami al suo percorso personale, tra Empoli, Juventus e Pisa, e quei frammenti di esperienza che hanno costruito la sua identità dentro e fuori dal campo, oltre alle grandi ambizioni riguardanti il futuro.
Birindelli, l’esordio sulla panchina della Pianese
Dopo le varie esperienze nei settori giovanili, l’estate scorsa è arrivato il primo incarico su una panchina di un club professionistico, quello della Pianese in Serie C. Ora che la stagione è terminata, come ha vissuto questa esperienza e cosa ha significato trovarsi, per la prima volta, a guidare un gruppo da primo allenatore?"Per me è stata una necessità che sentivo dentro. Dopo dieci anni nelle categorie giovanili, avevo il desiderio di cambiare. Fin dal primo giorno ho potuto lavorare con un gruppo di ragazzi con cui abbiamo condiviso un percorso con l'obiettivo di mantenere la categoria. Consolidare il gruppo ci ha permesso di crescere durante tutta la stagione, fino a raggiungere una straordinaria qualificazione ai play-off. Siamo arrivati a giocare anche la prima fase nazionale e siamo usciti con due pareggi per 1-1 contro il Lecco. Devo ringraziare la società per la possibilità. Mi considero fortunato per aver potuto allenare questo gruppo di ragazzi. C’è naturalmente anche un po’ di rammarico per come siamo usciti, con un rigore al 95’. Però il calcio è anche questo. Fa tutto parte del percorso".
Birindelli, la Juventus di oggi a confronto con la sua
La stagione della Juventus è stata ben al di sotto delle aspettative iniziali. Dopo il mercato estivo, ci si aspettava ben altro. Alla fine è arrivato un sesto posto, con la qualificazione in Europa League e il mancato accesso alla Champions League. Le responsabilità sono più della società oppure dei giocatori e degli allenatori che si sono alternati?"Credo che ci sia un concorso di colpe, anche se alla fine ritengo la società leggermente più responsabile. Forse non si è mai riusciti a dare continuità a un progetto e, quando si cambia ogni anno, si rischia sempre di ripartire da zero. Anche dal punto di vista del mercato c’è stata una visione diversa, con scelte differenti. Giuste o sbagliate che siano, secondo me hanno portato la Juventus a disputare un campionato anonimo. In questo momento, se la Juventus dovesse decidere di rifondare, inserendo altri giocatori di alto livello, servirebbero altre spese importanti. E questo significherebbe anche rischiare nuove perdite".
La Juventus in cui ha giocato lei, invece, era una squadra piena di campioni con forti personalità all’interno dello spogliatoio. Forse è proprio questo che manca oggi ai bianconeri. Crede anche lei che manchi una figura di riferimento all’interno dello spogliatoio?
"Per quello che vediamo e per ciò che la squadra trasmette in campo, direi di sì. Si è vista una squadra che, nei momenti decisivi della stagione, è mancata sotto l’aspetto della personalità, della leadership e del coraggio. E questo, secondo me, riporta anche al tema della scelta dei giocatori. Spesso si tende ad andare troppo dietro ai numeri, mentre forse si dà meno importanza alla conoscenza più profonda dell’individuo. Ed è proprio lì che spesso si costruiscono gruppi vincenti e spogliatoi solidi".
C’è un giocatore della Juventus FC di oggi in cui si rivede, non tanto dal punto di vista tecnico quanto per spirito e atteggiamento?
"Direi Federico Gatti. Quando ha giocato, al di là di qualche errore che può aver commesso, ha sempre dimostrato grande spirito e grande anima. E credo che siano proprio qualità che oggi mancano ad altri giocatori della squadra. Per questo mi rivedo molto nelle sue caratteristiche, soprattutto dal punto di vista dell’atteggiamento e della disponibilità a lottare sempre per la squadra".
Probabilmente è stato proprio l’attacco il reparto che è mancato di più alla Juventus: da David, Openda e Vlahović sono arrivati soltanto 14 gol in Serie A. Se Birindelli oggi facesse parte della dirigenza bianconera, chi terrebbe tra questi tre e chi, invece, lascerebbe partire?
"Io guardo le partite, osservo i giocatori e valuto le prestazioni. Per me Vlahović è un giocatore da Juventus, mentre David e Openda, per quello che hanno fatto vedere quest’anno, al momento no. Se dovessi fare delle scelte o dei sacrifici, probabilmente partirei proprio da lì. Vlahović, inoltre, conosce bene il nostro campionato ed è già da diversi anni in Italia. Nelle ultime due stagioni sia stato anche penalizzato da qualche infortunio di troppo. Se riuscisse a ritrovare continuità, penso che la Juventus il suo attaccante lo avrebbe già in casa".
Altro tema molto discusso nelle ultime settimane è stato sicuramente quello legato a Michele Di Gregorio. Nella Juventus in cui giocava lei c’era un certo Gianluigi Buffon: quanto può incidere un portiere di grande spessore all’interno dello spogliatoio?
"Sicuramente in un ambiente come quello della Juventus, il portiere ricopre un ruolo fondamentale. Io ho avuto la fortuna di giocare con grandi portieri, a partire da Peruzzi, Van der Sar e lo stesso Buffon. Erano giocatori che trasmettevano grande sicurezza e davano sempre stimoli importanti anche a chi giocava davanti a loro. Di Gregorio è un buon portiere. Probabilmente, lo avrei immaginato più in un percorso di crescita, magari affiancato da un altro portiere di grande esperienza piuttosto che essere subito protagonista assoluto".
Birindelli, il giudizio sul Pisa e la lotta salvezza in Serie A
Una tappa importante nel finale della sua carriera è stata sicuramente quella al Pisa. Quest’anno il Pisa è tornato in Serie A dopo 34 anni di assenza, ma le cose non sono andate come ci si aspettava. Cosa è mancato per poter lottare in maniera più efficace per la salvezza?"Secondo me è mancata proprio la lotta. La sensazione era che mancassero quelle caratteristiche fondamentali per una formazione che deve salvarsi in Serie A. Credo che anche alcune scelte siano state sbagliate e, in un campionato competitivo come la Serie A, questi errori finiscono per pesare tantissimo. Bisogna considerare anche l’addio di Gilardino e l’arrivo di un allenatore come Hiljemark che era alla sua prima esperienza nel nostro campionato da tecnico".
Birindelli tra passato e futuro: crescita e ambizioni future
Se dovesse scegliere un momento simbolico della sua carriera,quale sceglierebbe?"Devo dire che, grazie a Dio, nel mio percorso ho avuto tante soddisfazioni. Tolta l’esperienza di Pisa, dove ho vissuto una retrocessione per motivi extracalcistici, gli altri passaggi sono stati fondamentali per la mia crescita. A Empoli sono cresciuto come giocatore, ma soprattutto come uomo. Sono arrivato a 13 anni e ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile. Quell’esperienza mi ha dato la possibilità di arrivare già preparato ad una realtà come la Juventus".
Oggi che è ormai allenatore a tutti gli effetti, qual è il sogno di Alessandro Birindelli da allenatore?
"Sono una persona ambiziosa e il mio sogno è arrivare in Serie A il prima possibile, magari dopo aver ottenuto anche qualche vittoria importante nelle categorie inferiori. Credo che, attraverso il lavoro quotidiano e i risultati sul campo, ci si possa conquistare la possibilità di crescere professionalmente. Io e il mio staff lavoriamo ogni giorno proprio per fare in modo che questo possa accadere".
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