ESCLUSIVA, Luiso: "Obbligo di far giocare i giovani in Serie A. Baldini? Lo terrei"
L'Italia guarda il Mondiale da spettatrice, un'immagine che continua a pesare sul calcio azzurro. Per riflettere sulle ragioni di questa crisi e sul cambiamento del nostro movimento, abbiamo intervistato Pasquale Luiso, il "Toro di Sora", uno dei bomber di provincia più rappresentativi degli anni '90. Tra ricordi, analisi e confronti con il calcio di oggi, Luiso ci ha parlato dell'attuale realtà della Serie C e della sempre più evidente mancanza di veri centravanti, figure che nella sua epoca erano protagoniste assolute dentro e fuori dall'area di rigore.
Pasquale Luiso: la scomparsa dei bomber
Pasquale, tu sei cresciuto in un calcio dove il centravanti viveva per il gol. Oggi vedi ancora quella mentalità negli attaccanti?"Prima c’erano tanti centravanti di provincia con la “testa” da vero numero nove. Forse è proprio questo che manca oggi. Una volta si viveva per il gol e si parlava esclusivamente dei centravanti. Per fare alcuni esempi: ce l’aveva il Pescara, ce l’aveva il Matera, ce l’avevano il Trapani e la Turris. Tante squadre avevano il loro centravanti di riferimento. Negli anni ’90, in Serie D, io giocavo a Sora e c’era sempre il centravanti davanti. Il problema è che oggi si parla solo di centravanti stranieri in Italia, e di pochissimi centravanti".
Tu che hai costruito la tua carriera con l’istinto del centravanti, pensi che oggi la figura del classico numero nove sia stata quindi un po’ snaturata?
"Ti faccio un esempio personale: io ho dovuto fare quattro anni a Sora, segnando 15, 21 e 22 gol a stagione, eppure rimanevo sempre lì. Mi arrabbiavo anche, perché mi chiedevo come mai non riuscissi ad arrivare in Serie B. All’epoca era così: dovevi segnare tanto, venivano a vederti, ti valutavano, ed era più difficile emergere. Però c’erano tanti centravanti che facevano gol. Oggi, invece, parliamo di attaccanti che arrivano in doppia cifra, come Pinamonti, Scamacca o Piccoli: attaccanti che chiudono la stagione con 9 o 10 gol. Purtroppo, ultimamente siamo carenti di vere punte. Basta pensare che, prima che Immobile lasciasse l’Italia, era lui il nostro punto di riferimento in quel ruolo. Penso che oggi il problema principale sia proprio la mancanza di un vero ricambio generazionale nel ruolo del centravanti".
Tu sei stato uno dei bomber che ha fatto tutta la gavetta partendo dalla Serie D e arrivando anche ad alti livelli. Pensi che nel calcio di oggi avresti avuto le stesse possibilità che hai avuto durante la tua carriera?
"Senza presunzione, se fai questa domanda a tutti i centravanti che hanno vissuto il calcio che ho vissuto io ti direbbero che sarebbe stato molto più facile. Questo a causa di un abbassamento tecnico e di cattiveria agonistica. Noi avevamo fame. Il mio obiettivo era buttare giù la porta, conquistarmi tutto sul campo. Oggi invece sembra che l’obiettivo principale sia lo status, i soldi, l’immagine. Ad esempio: il portiere di Capo Verde ha guadagnato milioni di follower nel giro di poche ore per una sola partita al Mondiale. È come se io, con pochi follower, facessi una grande prestazione e diventassi un fenomeno mediatico. Poi in Serie C o D ci sono ragazzi che non vengono valorizzati come meriterebbero. Parliamo di ragazzi di 21 o 22 anni, con 40 presenze in Serie C, che potrebbero fare il salto. Il problema è che il sistema non li valorizza, o li blocca.
Pasquale Luiso, analisi del calcio italiano da rifondare
Quanto pesa, secondo te, la mancanza di fiducia nei giovani all’interno del sistema calcistico italiano e quanto è stata fondamentale la figura di Silvio Baldini nello spogliatoio della nazionale dopo la disfatta contro la Bosnia?"Baldini è un allenatore di valore. Può essere un personaggio particolare, ma in fondo ognuno di noi ha le proprie caratteristiche. Baldini, agli occhi di noi allenatori, gode di grande considerazione. Io personalmente prendo appunti da Baldini. Quando vedo una giocata inserita all’interno di un sistema di gioco ben codificato, è qualcosa di bello da vedere. Poi, naturalmente, le scelte spesso ricadono su altri allenatori, magari più esperti o con una carriera più importante alle spalle, come ha detto anche lo stesso Baldini. Tuttavia, lui ci ha dimostrato che per lanciare i giovani servono coraggio e personalità. Bisogna avere il coraggio di metterli in campo. E io ti dico una cosa: se quella formazione schierata da Baldini fosse stata messa in campo contro la Bosnia, la partita sarebbe finita 4-0 e oggi staremmo parlando dell’Italia al Mondiale".
Recentemente abbiamo anche assistito alla vittoria della nazionale Under-17 agli Europei in Estonia. Anche in passato, i ragazzi vincitori di queste competizioni hanno sofferto il grande salto nei campionati maggiori. Come mai?
"Perché un ragazzo dell’Under 17 deve passare dall’Under 18? Perché questi ragazzi, campioni d’Europa, non vengono chiamati in Serie B? Purtroppo oggi siamo nelle mani di pochi procuratori. Non parlo della categoria in generale ma di quei tre o quattro procuratori di primo livello che hanno un’enorme influenza. Le società finiscono spesso per dipendere da loro. È questo il vero problema. Se io fossi un procuratore di livello più basso e riuscissi a prendere un giovane promettente, non riuscirei a portarlo in alti contesti. Invece ci sono procuratori più influenti che riescono a far arrivare i loro assistiti in grande realtà. Ci sono situazioni in cui un calciatore viene mandato a giocare ovunque grazie ad un procuratore molto potente. Ma alla fine se un giocatore non è all’altezza, prima o poi si nota".
Siamo arrivati a un punto in cui una situazione del genere è diventata inaccettabile. Se le cose non cambieranno, nel 2030 arriveremo a 16 anni senza l’Italia ai Mondiali. Cosa serve al calcio italiano per ripartire?
"Credo che servano regole precise. Così come in Serie D, anche in Serie A dovrebbe esserci l’obbligo di far giocare calciatori nati nel 2006, 2007 o 2008, possibilmente italiani. Solo così vedremmo emergere tanti giovani italiani di qualità. Gli stranieri possono esserci ovviamente ma bisogna creare un equilibrio. Sono decisioni che chi guida il calcio dovrebbe avere il coraggio di prendere. Per esempio: Bouaddi. È bastata una grande prestazione contro il Brasile e tutti si sono innamorati di lui. Parliamo di un 2008 che gioca a certi livelli. In Italia, abbiamo visto solo Camarda, che non è stato ben valorizzato. Il Milan invece di puntare su un proprio giovane, ha preferito investire su giocatori più esperti. Perché tenere un ragazzo senza dargli spazio? Alla fine tutto si riduce al business. Nei settori giovanili arrivino persone selezionate per rapporti personali. Chi ha davvero vissuto il calcio queste cose le nota subito.
Ho fatto calcio per tanti anni e certe situazioni le riconosco. Chi ha giocato a calcio ha un occhio diverso. Spesso si continua a puntare su ragazzi che portano sponsor, e la meritocrazia viene meno. Per questo i vari Totti, Del Piero, Baggio o lo stesso Baldini sono considerati scomodi. Sono persone con personalità e che mettono il merito davanti a tutto. Mi chiedono perché non alleni a livelli alti. Semplicemente perché ho personalità. Non mi faccio imporre da un presidente chi deve giocare o cose simili. Oggi il calcio funziona in questo modo. Se un giovane del 2007 è più bravo di un trentenne, gioca lui e il trentenne va in panchina. Chi ti offre un’opportunità lo fa quando è in difficoltà. Mi è successo a Chieti e Acerra. Mi piace allenare e continuo a provarci. Non sono più giovanissimo per inseguire certi sogni, ma voglio continuare a farlo".
Parlando delle prossime elezioni della FIGC, preferiresti più Malagò o Abete? Cosa ne pensi del possibile ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della nazionale?
"Malagò è più esperto in certi contesti, anche se Abete magari conosce più a fondo il mondo del calcio. Mancini è un allenatore importante, ha gestione, ha giocato a calcio ed è stato un grande campione. Tra i due allenatori di cui si parla, Conte e Mancini, io terrei Baldini. Non tanto perché Mancini o Conte non lo meriterebbero, ma perché ad oggi servirebbe proprio uno come Baldini. Uno che pretende disciplina: niente cuffiette, niente musica in spogliatoio come si vede spesso oggi. Per me non esiste. Quando vedi certe cose, certi atteggiamenti, ti rendi conto di come sia cambiato il calcio. Quello di oggi è ben diverso da quello che ho vissuto".
Parlando proprio dello spogliatoio, un giocatore di oggi, messo in uno spogliatoio dei miei tempi, quanto faticherebbe ad adattarsi?
"I ragazzi di oggi vivono lo spogliatoio in modo diverso da come si viveva ai miei tempi. Prima quando entravi nello spogliatoio c’erano molti più giocatori italiani e ti trovavi subito in un contesto molto più rigido. Dovevi stare zitto, osservare, imparare. Oggi invece un ragazzo di 18 o 19 anni entra in prima squadra e spesso ha già un atteggiamento da giocatore affermato. C’è una certa presunzione che, ai nostri tempi, non era possibile avere. Anche il rapporto con i giocatori più esperti era diverso. Se un trentenne ti richiamava, tu ascoltavi. Alla fine, secondo me, quello era un ambiente che ti temprava davvero".
L'analisi del Mondiale 2026 secondo Pasquale Luiso
Parlando del Mondiale in corso, secondo te quale squadra può vincere? C’è una nazionale che ti piace più delle altre, o che vedi meglio?"Penso che la Francia faccia un altro sport. Anche a livello di singoli giocatori. Come ha detto qualcuno, la Francia sembra avere addirittura “tre squadre” in una sola. E in effetti, da quello che si è visto, è una squadra che può permettersi di cambiare molto senza perdere qualità".
C’è invece un giocatore che secondo te potrebbe essere decisivo, il vero uomo chiave, quello che magari vincerà anche il premio di miglior giocatore?
"Mbappé, per quello che riguarda la Francia, al momento è quello che dà più l’impressione di poter spostare gli equilibri. Però bisogna vedere anche le altre squadre. Resta il fatto che vedere Messi ancora a questi livelli a 39 anni è qualcosa di incredibile. È un campione vero, uno di quei giocatori che non finiscono mai: fa gol, gioca con una voglia e una grinta impressionanti, nonostante l’età. In generale ci sono sempre i soliti fenomeni che fanno la differenza, ma anche tanti giovani interessanti che magari non conosciamo ancora bene o che non sono ancora esplosi del tutto. Adesso bisogna vedere nelle prossime partite, ma il livello è sempre altissimo".
La Serie C ideale di Pasquale Luiso
Si parla tanto della necessità di una riforma del campionato di Serie C. Se oggi fosse chiamato a disegnare da zero la Serie C ideale, quale modello sceglierebbe e quali regole cambierebbe per renderlo realmente sostenibile?"Io analizzo spesso le città che fanno calcio e portano pubblico. Realtà come Taranto o Salerno, per esempio, sono piazze importanti, con storia e tifoserie vere. Se dovessi disegnare da zero la Serie C, partirei proprio da un’analisi delle società. Oggi ci sono troppe squadre che si iscrivono al campionato senza una stabilità economica adeguata, finendo penalizzate o escluse. Non ha senso costruire un campionato con squadre che non riescono a garantire la regolarità economica: così si falsano le competizioni. Il problema è che, quando poi le società non pagano, si è costretti a intervenire a stagione in corso. Ad esempio Taranto: è una grande piazza. Si sta anche investendo sullo stadio, ed è un peccato vedere realtà del genere in difficoltà. Con una struttura del genere potrebbe tranquillamente ambire anche a categorie come la Serie A. E vale anche per altre piazze storiche del nostro calcio".
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