Milan-Inter, la storia Aldo Cevenini: il primo "rossonerazzurro"
La passione, il calore, o se vogliamo, l’amore incondizionato che un tifoso concede ad una squadra, si basa su un concetto molto elementare, riconosciuto anche come fede. La fede necessita di una fiducia incondizionata verso qualcuno o qualcosa. Il tradimento, rappresenta la rottura di quel patto di fiducia implicito o esplicito che fonda una relazione. Vale per la vita, così come per lo sport.
Milano è diversa
Alcune rivalità nel calcio sono talmente ortodosse, rispetto ai principi di fedeltà, che nemmeno lontanamente riuscirebbero ad accettare, dall’una o dall’altra parte, che un proprio idolo potesse vestire la divisa degli odiati dirimpettai. Eppure ci sono casi che sfuggono alla logica. Milano da questo punto di vista è un meraviglioso esempio di contraddizione. Un antagonismo sportivo, marcato, per i propri colori, da una parte; e un’indifferenza disarmante, verso chi quei colori li indossa, dall’altra.
La maglia prima del nome
Il Derby della Madonnina, per storia, tradizione, competizione ed estrazione sociale ha sempre rappresentato una spaccatura netta della città, così come delle due tifoserie. Ma al tempo stesso è come se Milano e la sua gente volessero restare indifferenti a queste storielle di provincia. Come ad imporsi la necessità di essere “altro”. Di guardare il fronte della maglia più del retro. Dando vita ad un Teatro dell’Assurdo dove i primi attori si spostano da un lato all’altro dei navigli con la naturalezza dei bambini che si rincorrono.Tanti ex campioni
Probabilmente un semplice articolo come questo, se volesse citare tutti i doppi ex di Milan ed Inter occuperebbe tre pagine, accompagnate da una nota di richiamo dell’editore. Quindi tocca pescare nei sentimenti e lasciare che il lettore faccia lo stesso con i propri. Roberto Baggio, Giuseppe Meazza, Andrea Pirlo, Zlatan Ibrahimovic. Passati all’altra sponda con la semplicità di una cortigiana che si sposta da una camera all’altra.
Il capostipite
L’origine del mito spesso si configura in uno spazio indefinito. Dobbiamo tornare ad un calcio che non c’è più. Dove i calciatori vivevano in mezzo a noi, come gli dei ai tempi di Omero. Dove Giolitti non era ancora una piazza, ma un presidente del Consiglio. E la nazionale di calcio non si era ancora formata. Lui, Aldo Cevenini, soprannominato "Cevenna", primo di cinque fratelli, tutti calciatori tra l’altro; attaccante spietato, piccolo di costituzione, nel 1909 fa il suo esordio nel calcio che conta con una maglia, molto simile a una camicetta, dai colori rossoneri.I vari passaggi
Resta fedele tre anni, prima di attraversare il “Ponte della Sirenetta” e approdare sull’altra sponda. Giocherà all’Inter altrettante stagioni, fino a quando Vittorio Emanuele III, non decide di presentare ai vicini austriaci una formale dichiarazione di guerra. La prima categoria, ovvero il massimo campionato dell’epoca, deve obbligatoriamente fermarsi lasciando strada ai tornei regionali, o meglio federali, nella dicitura originale. Cevenini preferisce ritornare dov’era partito, tra i diavoli. È qui che “il Cevenna” scrive un pezzo importante della sua personale novella. Trascina il Milan a suon di gol, 83 in 84 gare complessive. E conquista la Coppa Federale del 1915/16.
Nel 1919, malgrado le macerie ancora fumanti della Grande Guerra, il calcio torna alla normalità. Aldo ha compiuto trent’anni ma non vuole saperne di smettere. E allo stesso tempo non vuole lasciare Milano. Allora si lascia trasportare ancora una volta al di là del ponte. Gli manca forse una soddisfazione, che prontamente arriva. Con i nerazzurri vince il campionato ‘19/’20 realizzando uno dei suoi sogni. Nessuno lo accusò mai di tradimento. A nessuno venne in mente di portare trentamila fischietti al campo. Perché questa è decisamente un’altra storia!
© RIPRODUZIONE RISERVATA