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Benessere e Performance

“Performance through Health”: la nuova frontiera degli Esports

Vincenzo Bellino
Vincenzo Bellino Redattore 
Per anni il mantra degli Esports è stato uno solo: giocare di più per vincere di più. Sessioni infinite, notti insonni, caffeina come carburante e la convinzione che il sacrificio totale fosse il prezzo inevitabile della performance. Oggi,...
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Per anni il mantra degli Esports è stato uno solo: giocare di più per vincere di più. Sessioni infinite, notti insonni, caffeina come carburante e la convinzione che il sacrificio totale fosse il prezzo inevitabile della performance. Oggi, però, questo paradigma sta mostrando tutte le sue crepe.

Burnout, cali cognitivi, infortuni muscolo-scheletrici, disturbi del sonno e fragilità mentale non sono più “effetti collaterali accettabili”, ma fattori che limitano direttamente la performance. È qui che nasce un cambio di rotta profondo: la salute non viene più vista come un freno alla vittoria, ma come il suo abilitatore principale.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma radicale: i team d’élite stanno integrando Digital Therapeutics (DTx), neuro-feedback, monitoraggi longitudinali e modelli scientifici mutuati dallo sport tradizionale. Il risultato? Un nuovo approccio chiamato Performance through Health, dove il corpo e la mente non vengono “sopportati”, ma allenati con la stessa precisione del gameplay.

Esports, quando giocare di più smette di funzionare

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Il grinding – giocare 10, 12, 16 ore al giorno – è stato a lungo considerato sinonimo di dedizione. In realtà, le evidenze scientifiche mostrano un’altra verità: oltre una certa soglia, l’aumento delle ore produce un calo delle prestazioni. La pratica ripetitiva e prolungata porta a:

  • affaticamento cognitivo
  • riduzione della capacità decisionale
  • peggioramento dell’attenzione sostenuta
  • aumento degli errori sotto pressione
  • Molti pro-player lo sanno già. Lo dichiarano apertamente: più ore non significano migliore qualità. Eppure la cultura del “vinci a tutti i costi” ha continuato a spingere verso modelli insostenibili, soprattutto nei giocatori più giovani.

    Oggi questo approccio sta cambiando. I team più avanzati stanno riducendo le ore di gioco a favore di sessioni più brevi, mirate e supportate scientificamente. Il focus si sposta dalla quantità alla qualità dell’adattamento neuro-cognitivo.

    Quando il videogioco diventa terapia cognitiva

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    La vera svolta non è solo giocare meno, ma giocare in modo diverso. Le Digital Therapeutics (DTx) rappresentano la nuova frontiera: software validati scientificamente che utilizzano il digitale – e spesso il videogioco stesso – come strumento terapeutico. Non parliamo di “pause relax”, ma di allenamento cognitivo strutturato, integrato nella routine competitiva. Attraverso neuro-feedback, bio-feedback e analisi dei pattern attentivi, oggi è possibile:

  • migliorare la resilienza mentale allo stress competitivo
  • allenare la gestione dell’errore
  • ottimizzare i tempi di recupero cognitivo
  • prevenire il burnout prima che emerga
  • In questo scenario, il videogioco non è più solo l’arena della performance, ma diventa parte attiva del processo di salute. Un cambio concettuale enorme: la tecnologia che prima logorava, ora protegge e potenzia.

    La salute è un vantaggio competitivo

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    Uno degli ostacoli principali alla diffusione di questi modelli è sempre stato lo stesso: “La salute è importante, ma non fa vincere”. Oggi questa affermazione non regge più.

    Grazie al monitoraggio longitudinale – anche con strumenti semplici e a basso costo – è possibile correlare indicatori soggettivi (sonno, stress, umore, affaticamento) con metriche oggettive di performance in-game. I dati mostrano una relazione chiara: quando il benessere cala, la prestazione segue a ruota. La salute diventa quindi:

  • predittiva (anticipa i cali)
  • misurabile (non più astratta)
  • strategica (influenza roster, allenamenti, scheduling)
  • È la fine dell’era in cui le bevande energetiche erano l’unico strumento di supporto. Il nuovo carburante è la regolazione intelligente dei carichi cognitivi.

    Un approccio sistemico

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    Un errore comune è pensare che la responsabilità della salute ricada esclusivamente sul singolo player. In realtà, il comportamento dell’atleta è il risultato di un sistema complesso. Allenatori, organizzazioni, publisher, calendari competitivi, cultura del team e persino il design del gioco influenzano direttamente:

  • le ore di sonno
  • i ritmi di allenamento
  • la gestione dello stress
  • la possibilità di recupero
  • Il modello Performance through Health funziona solo se adottato a più livelli. Non basta dire al giocatore “dormi di più”: serve un ambiente che renda possibile dormire meglio senza penalizzare la carriera.

    Esports, costruire il cambiamento

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    Un altro punto chiave è il metodo. Le soluzioni calate dall’alto funzionano poco, soprattutto negli Esports. I progetti più efficaci nascono dalla co-creazione: giocatori, coach, staff medico e organizzazioni lavorano insieme per costruire modelli sostenibili. Questo approccio aumenta:

  • l’adesione reale alle pratiche di salute
  • la fiducia nei sistemi di monitoraggio
  • la continuità nel tempo degli interventi
  • La salute non viene più percepita come un’imposizione esterna, ma come uno strumento per giocare meglio e più a lungo.

    Il bivio degli Esports: grind o maturità

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    Con l’arrivo delle competizioni olimpiche e una crescente esposizione mainstream, gli Esports sono a un bivio storico. Continuare a legittimare il grinding significa accettare un modello che consuma rapidamente i talenti. Investire nella Performance through Health significa invece costruire carriere più lunghe, prestazioni più stabili e un ecosistema più credibile. Il futuro degli Esports non sarà vinto da chi gioca di più, ma da chi sa prendersi cura meglio del proprio sistema mente-corpo-performance.