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Il caso Suarez e i guanti bianchi: la Juventus tra giustizia penale e giustizia sportiva

Suarez all'Atletico Madrid

Il silenzio mediatico, il vittimismo juventino e qualche precisazione sui fatti di Calciopoli

Redazione DDD

di Max Bambara -

I guanti bianchi sono un segno di eleganza; forse è per questo che, negli ultimi giorni, tutti i media e i quotidiani nazionali stanno trattando il caso Suarez con i guanti bianchi, quasi preoccupati di ledere o causare frizioni con la Real casa torinese. Intendiamoci: giusto e corretto che la giustizia faccia il suo corso, soprattutto in ambito penale dove sono ancora in corso indagini propedeutiche ad accertare la sussistenza di determinati presupposti utili a giustificare un processo. Tuttavia sappiamo altrettanto bene che un conto è la giustizia penale, un altro conto è invece la giustizia sportiva. In penale le condanne avvengono soltanto al di là di ogni ragionevole dubbio, mentre in ambito sportivo c’è un approccio maggiormente indiziario e la formazione delle prove è diversa. Non c’è infatti una fase dibattimentale atta a farle cristallizzare.

Proprio in ragione di ciò si fatica a capire l’atteggiamento del presidente della Federazione e di tutti gli organi di stampa. Tanta acqua sul fuoco gettata in quantità massicce come se si stesse parlando di una marachella in stile Kessiè e Bakayoko (un anno e mezzo fa lesti ad esibire la maglietta di Acerbi come scalpo di una vittoria molto sofferta). Anzi no, perdonate! All’epoca l’atteggiamento della Federazione e di certi organi di stampa fu decisamente molto diverso. Più incisivo, più penetrante, più moralista. Per il caso Suarez invece la parola d’ordine è una soltanto: minimizzare. Come se i fatti non esistessero, come se l’organizzazione di un reato del genere non meriti quantomeno un approfondimento in sede sportiva, dato che esistono, in capo a tutti i tesserati, dei doveri di correttezza, lealtà e probità.

Vero è che c’è sempre qualcuno che crede alle fiabe e quindi a questo qualcuno sembrerà normale che un’Università italiana abbia organizzato una truffa senza poterne ricavare un vantaggio, ma anzi esclusivamente per fornire un supporto ad una società di calcio, beneficiaria inconsapevole di tanta inaspettata generosità. Altrettanto vero tuttavia è che, andando avanti sul binario delle giustificazioni irreali, l’intero sistema calcio in Italia, ed il corollario dell’informazione sportiva, rischia di perdere non soltanto quel barlume di serietà, ma persino l’ultimo pezzetto di credibilità. La Juventus è libera di chiudersi nei suoi silenzi o di dare giustificazioni singolari; i tifosi però (quelli che pagano il biglietto e che investono soldi e passione in questo giocattolo) sono altrettanto liberi di porsi una semplice domanda: chi era la società che doveva beneficiare del passaporto italiano di Suarez?

Perché è proprio nella risposta a questa domanda dai contorni vagamente tautologici che si nascondono tutte le contraddizioni e tutte le smagliature di un sistema calcio sempre meno credibile nel nostro belpaese. A scanso di equivoci, da questo personalissimo punto di osservazione, non c’è la sensazione di una Juventus “salvaguardata”; si ha semplicemente la percezione, peraltro netta, di una società che è stata bravissima ad entrare nel cono d’ombra del vittimismo peloso, dal quale non intende più uscire. Siccome loro sono stati in Serie B non sono contestabili ed a loro si può concedere tutto. Nulla di più assurdo, nulla di più sbagliato. Essenzialmente per due ragioni: in primis perché fu proprio la Juventus, in quella famosa estate del 2006, a chiedere la retrocessione in Serie B con penalizzazione come patteggiamento. In secondo luogo perché l’unico club che potrebbe davvero lamentarsi di Calciopoli è il Milan. Non è una semplice opinione, ma un fatto facilmente dimostrabile, penalità alla mano per lo stesso tipo di incriminazione.

Nel 2006 infatti il Milan venne condannato per responsabilità oggettiva (fatti ascrivibili alla condotta del tesserato Leonardo Meani) a 38 punti di penalizzazione (30 scontati sulla classifica della stagione precedente e 8 scontati sulla classifica della stagione successiva). Nell’ordinamento sportivo italiano questa condanna non ha mai trovato similitudini o riscontri. Nel 1990, ossia 16 anni prima, fece scalpore il caso del presidente dell’Udinese Giampaolo Pozzo che tentò un illecito tempestando di telefonate ed avvertimenti il presidente della Lazio Riccardo Calleri. La squadra friulana, nella stagione successiva, pagò la condotta del suo tesserato (era il presidente e quindi non un dirigente con potere di firma capace di impegnare il club) con soli 4 punti di penalizzazione. Nel 2011 invece, ossia 5 anni dopo Calciopoli, l’Atalanta andò a giudizio per responsabilità oggettiva per fatti addebitabili alla condotta di Doni e Manfredini (due suoi giocatori tesserati) che avevano aggiustato due partite. La squadra bergamasca prese 6 punti di penalizzazione. Nessun giurista sa spiegare ancora oggi perché per casi simili siano state adottate penalità così differenti e nessun giurista sa dare un appiglio giurisprudenziale o normativo alla maxi-condanna subita dal Milan nell’estate del 2006. Fatti purtroppo, fatti che i tifosi rossoneri portano ancora visibili sulla propria carne e nella propria anima. Fatti che qualcuno, dalle parti di Torino, dovrebbe riguardare con obiettività prima di continuare nella spirale vittimistica di Calciopoli, adatta a giustificare ogni comportamento postumo.

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