Eccellenza lombarda, Federico Corona: “Il calcio era il miglior vaccino contro il virus…chissà quando ripartiremo…”

Federico Corona, fratello di Fabrizio, gioca per la US Offanenghese, 57 km da Milano. Nel suo articolo un ritratto del giovane calciatore dilettante di oggi. Che sogna ad occhi aperti il suo magazziniere…

di Redazione DDD
di Federico Corona –
Ho preso la scatola di grissini e mi sono seduto sul divano. Sono le 18.30, e comincio ad avere fame. Sarà perché è buio già da un paio d’ore e perché il tempo in queste giornate non è scandito da niente. Una volta calato il sole potrebbero indifferentemente essere le 17, le 20 o le 23. Se non ci fosse l’orario indicato sullo smartphone potrei ritrovarmi a scrivere la buonanotte a un amico/a che sta andando dal parrucchiere. Mentre rosicchio uno dopo l’altro questi grissini sciapi c’è un pensiero, consolatorio e inquietante al tempo stesso, che mi passa per la testa, ovvero che in questo preciso momento, alle 18.30 di giovedì 12 novembre, ci sono milioni e milioni di persone che alla domanda «dove vorresti essere?» darebbero la mia stessa risposta. No, non in un bar in cui fare un aperitivo e magari sgranocchiare grissini più salati di quelli che ho in mano. Ma in un campo da calcio. Vivo a Milano, in zona bordeaux, e da queste parti il calcio dilettantistico sotto la serie D è fermo da 27 giorni. Era il 16 ottobre, e già nelle prime ore del pomeriggio erano arrivate parole sibilline del governatore Fontana che lasciavano intendere un imminente stop in tutta la Lombardia. Come molti altri, immagino, quel giorno mi sono diretto al campo d’allenamento con l’aria struggente di chi sta andando a casa dell’ex che l’ha appena lasciato per prendere le sue cose e sancire così la definitiva rottura, con la sottile e inconscia speranza che un giorno non troppo lontano tutta potesse tornare come un tempo. Ci sono 57 km che mi separano da Offanengo, il paese della mia squadra, e capite bene quanta malinconia potesse montare in quell’ora di strada. Il paesaggio che scorreva dal finestrino era avvolto da una luce fioca, e lo sguardo languido con cui lo fissavo mi faceva sembrare a bordo di una camionetta della polizia penitenziaria diretta in carcere, piuttosto che sulla Ford Fiesta del mio compagno Mirko. Arrivato al centro, speravo che il termoscanner che misura la temperatura balzasse a 38 e qualcosa. Avrei avuto una scusa più accettabile per rimanere a casa nelle settimane successive. E invece il solito, imperituro, 36.3. Stavo benissimo, ma in realtà stavo di merda.
Sul volto di compagni, staff, dirigenti, era dipinta la stessa amarezza in cui ero annegato da qualche ora. Qualcuno la nascondeva con l’ironia, altri, i giocatori più anziani, con falsi annunci («è l’occasione giusta per smettere»), altri ancora non la nascondevano affatto, e se ne stavano lì con gli occhi cupi che si affacciavano dalle mascherine. Era venerdì, giorno dell’analisi video con cui si prepara la partita di domenica. E sebbene tutti dentro quello spogliatoio sapessero che domenica non ci sarebbe stata nessuna partita, la dedizione con cui il mister illustrava punti di forza e debolezze del 4-2-3-1 dei nostri futuri, inesistenti avversari, e l’attenzione che la squadra gli prestava, erano intense e appassionate come sempre. Un misto di orgoglio e tenerezza filtrava da quella situazione surreale. Scesi in campo, abbiamo fatto un’esercitazione sulle conclusioni in porta (questo sì che faceva pensare che sarebbe stato un ultimo ballo). I tiri erano di una precisione chirurgica. Fioccavano gol straordinari anche da piedi non esattamente straordinari. Sembrava che con quelle parabole tutti volessero scolpire un bel ricordo, consapevoli che se lo sarebbero portato avanti per mesi. Per quanto l’imprevedibile sia ricco di fascino, a volte è comodo sapere cosa ti aspetta. Soprattutto se quella è una cosa che non desidereresti mai.
Ad allenamento finito è arrivata l’ufficialità: si ferma tutto. Scopriremo poche ore dopo che la decisione del blocco da parte della Regione Lombardia era stata presa senza lo straccio di un confronto con il CRL. Significa che i responsabili della macchina che si occupa di organizzare e regolare i campionati ne sono venuti a conoscenza nello stesso momento in cui lo ha saputo il giardiniere incaricato di curare i campi (con tutto il rispetto e la devozione che si deve a chi si spreme per metterci a disposizioni campi decenti). Per carità, nulla di cui sorprendersi. Ammirate per mesi le gesta di chi ricopre incarichi ai piani altissimi della Regione Lombardia, c’è poco da stupirsi di tale sciatteria, così come della totale mancanza di sensibilità verso un movimento considerato del tutto accessorio, che sorge nella periferia delle attività serenamente sacrificabili nonostante coinvolga circa un milione e mezzo di persone in tutto il territorio nazionale. Rientrati in spogliatoio, tutti cercavano di tratteggiare un orizzonte. Di consolarsi fissando un obiettivo. Mentre toglievamo l’erba dallo spazio tra i tacchetti, avanzavamo ipotesi confuse sulla possibile data di ripresa. Due settimane? Un mese? Dopo Natale? Mai? Di certo era meglio pulirle bene quelle scarpe, perché il rischio che quando le avremmo rimesse la terra avesse aderito come ruggine era altissimo. Che tristezza, eravamo anche partiti bene, nove punti in quattro partite. Ma un’altra domanda, meno aleatoria e più profonda cominciava a farsi largo e alimentare il rancore: quello che abbiamo fatto in questi due mesi, la fatica l’impegno la partecipazione i sacrifici, è stato tutto inutile? Tempo perso nella costruzione di niente?
Ho dovuto riassaporare le vertigini del lockdown per trovare una risposta rassicurante. È stato proprio su questo divano in cui sto mangiando grissini insapore che mi sono reso conto di quanto, al contrario, quel tempo sia stato prezioso, anche se è durato meno di 60 giorni. E di quanto lo sarà nel giorno in cui ce ne riapproprieremo. Perché quelle ore passate sul campo sono state – e saranno – il miglior vaccino contro il pensiero totalizzante del virus. Una volta lì dentro, quest’ombra che da nove mesi segue ogni nostro passo svaniva nel nulla. Un incantesimo che avveniva nell’arco di pochissimo. Due minuti prima tutti con la mascherina in spogliatoio, a igienizzare di continuo le mani, a fare i conti con la solita paura. Due minuti dopo in campo, tutti assembrati a caccia del pallone, di spazi, di traiettorie. Senza nessuna paura. Chi ci pensava più al contagio, all’indice RT, alla curva esponenziale? Davvero il mondo era nella morsa di un virus? Un perfetto manifesto delle contraddizioni a cui i Dpcm ci hanno abituato, certo, ma soprattutto uno spazio di libertà, mentale ed emotiva, che metteva in pausa la triste realtà.
È questo, insieme alla passione fiammeggiante per il gioco, che oggi ci permette di guardare avanti con fiducia. Che ci fa leggere la scheda di lavoro inviata dal preparatore atletico con dolore ma anche con attenzione. Che ieri, mentre correvo in un parco buio e deserto senza sapere se quella fatica servisse davvero a qualcosa, mi ha spinto a stare nei tempi. È un pensiero che sprona, solleva, consola, ma che non può smorzare la malinconia. Sono certo che anche tu, collega di qualunque età e qualunque categoria, stai pensando al volto dolce del magazziniere della tua squadra (tutti i magazzinieri hanno volti dolci) con lo stesso desiderio di rivederlo con cui una volta immaginavi quello celestiale di Charlize Theron. So che stai guardando il calcio in tv con tristezza e invidia. Ed è probabile che anche tu, collega non proprio giovanissimo, abbia una compagna/ moglie che mentre assecondava il tuo sconforto mostrandosi comprensiva e solidale, sotto il tavolo esultava col pugnetto perché finalmente ti avrebbe potuto vivere una cazzo di domenica. Nel mio specifico caso siamo arrivati velocemente alla “felicità della condivisione”. La domenica successiva allo stop – l’Italia non era ancora divisa in colori – stavamo già pranzando nel giardino della sua casa di montagna. La giornata era splendida. Un sole caldissimo accendeva un cielo già tinto di un limpido azzurro. Sulla classica tovaglia a scacchi rossi che copriva la tavola c’era il solito ben di dio montanaro: pizzoccheri, polenta, funghi, formaggi e vino rosso. Insomma era tutto perfetto. Riuscite a immaginare una domenica di fine ottobre migliore di questa? Eppure, stesi sulle sdraio sotto i colpi di tutto quel cibo, con gli occhi chiusi e il sole in faccia pensavo alla domenica precedente, alla partita tutta guerra contro i “Pirati del Mincio”, condotta al freddo e sotto una pioggia battente. Pensavo alla “riunione tecnica” che l’aveva preceduta, svolta in un gelido granaio insieme a un gruppo di oche starnazzanti. E ci pensavo con nostalgia.
«Quanto si sta bene?» mi ha chiesto la mia compagna schiudendo un occhio. «Divinamente». A oggi nessuno sa quando, come e se ripartiremo. Le nostre borse giacciono in qualche angolo nascosto della casa. La mia è dentro un cassonetto in cui tengo le valigie, pronta per il prossimo viaggio.
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