Il destino di Carlo Ancelotti: dopo Napoli dovrà recuperare tutta la sua storia

Il destino di Carlo Ancelotti: dopo Napoli dovrà recuperare tutta la sua storia

Ipotesi e scenari

di Redazione DDD

di Max Bambara –

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti in una sua celebre canzone molto amata dall’ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani il quale, non a caso, la fece suonare al ristorante nell’estate del 2013 quando, con uno dei suoi consueti colpi del Condor, riuscì a riportare il Bambino d’oro in maglia rossonera. Al Milan, da sempre, i ritorni fanno parte della storia del club rossonero; è successo agli allenatori più famosi (Rocco, Liedholm, Sacchi, Capello) ed è capitato anche ad alcuni giocatori per i quali la tifoseria non era riuscita a digerire in maniera piena le motivazioni dell’addio (Gullitt, Shevchenko, Kakà).

Nella storia del club è addirittura capitato che alcuni giocatori siano rientrati al Milan dopo un’esperienza all’estero che avrebbe dovuto rappresentare il crepuscolo della carriera (Donadoni) o che un giocatore fosse rimasto senza contratto dopo tanti anni di militanza rossonera e a fine mercato fosse diventato un insperato rinforzo (Costacurta). I ritorni insomma, al Milan, non sono un’eventualità o una possibilità; sono una vera e propria storia nella storia, una sorta di step automatico, un momento dovuto ad una tifoseria che ama in maniera assoluta e viscerale i propri beniamini.

Ecco se proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginare il futuro, se esiste un momento perfetto per rivedere Ancelotti, con il suo sopracciglio inarcato, tenere banco a Milanello, questo momento sarà nella prossima estate del 2020. Perché oggi Ancelotti ha bisogno del “suo” Milan esattamente tanto quanto il “suo” Milan ha bisogno di fare un tuffo nella storia per ridarsi una credibilità, per avere una figura a Milanello che rappresenti il senso del tempo, di cosa è stato e di ciò che ancora potrà e dovrà essere. Ancelotti, oggi, non si trova in un momento particolarmente propizio della sua carriera: dopo la delusione dell’esonero in terra tedesca, l’esperienza al Napoli sembrava iniziata secondo i migliori auspici.

Eppure, più di un anno dopo, la via del crepuscolo in azzurro sembra essere iniziata, non per colpe specifiche di Carletto ma, probabilmente, per l’instabilità di un ambiente che non sa vivere con la dovuta serenità i momenti di crisi. Chi conosce Ancelotti, chi ha imparato ad amarlo e a viverlo nelle sue meravigliose espressioni del viso, sa perfettamente che l’allenatore che si appresta a concludere la sua esperienza partenopea è un tecnico deluso, forse intristito, finanche colpito da alcune colate di veleno che una figura di altissimo livello come la sua non meritava di subire. Qualcuno, a Napoli e dintorni, ha persino messo sul banco degli imputati la presenza di suo figlio Davide nello staff, nella qualità di viceallenatore. Se conosciamo bene Carletto, certe cattiverie non può averle prese come banali scaramucce. Il linguaggio del corpo e soprattutto del viso, in Ancelotti, comunica tanto, persino più di ciò che esprime verbalmente.

Dove può andare Ancelotti dopo Napoli? La risposta potrebbe essere scontata, ossia dove può e dove vuole dato che parliamo di un tecnico che ha 3 Champions League nel suo palmares, di un maestro di calcio stimato ed ammirato in tutto il mondo. Eppure, riflettendoci, Carletto non ha bisogno di rivincere la Champions League nella prossima stagione per sentirsi un grande allenatore: Carlo ha fatto la storia da tecnico milanista ed è stato capace di scriverla anche da tecnico del Real Madrid. Ha vinto e convinto ovunque, avendo conquistato il titolo nazionali in 4 dei primi 5 campionati d’Europa. No Carletto non ha bisogno di un grandissimo club. Carletto ha bisogno di una grande sfida, forse la più grande, ossia provare a riportare il Milan sul sentiero della competitività, divenire il garante di un progetto tecnico diverso rispetto al passato, ma sempre estremamente legato al bel gioco e alla voglia di stupire tutti.

Di converso, al Milan manca una grande figura in panchina dai tempi di Massimiliano Allegri (era il 2013) e questa continua ricerca di una dimensione è facilmente attribuibile a tanti professionisti preparati che si sono alternati in panchina, ma che non avevano quell’autorevolezza tale da non poter essere contestati ai primi risultati negativi. Carletto invece no; per i milanisti lui è un totem, un feticcio spesso tirato fuori nei momenti difficili e nelle discussioni più articolate perché in fondo il Milan di Ancelotti è stata emozione e goduria mescolati in un frullatore di follia. Il milanista, di quel periodo, rimane e rimarrà sempre un inguaribile nostalgico. Magari siamo accecati dall’affetto e dalla speranza, ma a noi oggi gli occhi non gioiosi di Carletto rievocano quelli tristi dei tempi di Torino, quando Ancelotti allenava un club di grande storia, ma che non ha mai sentito davvero suo.

Anche lì finì con un ritorno in famiglia, nella sua unica grande famiglia, quella rossonera. Una famiglia dove discuterlo diventa impossibile perché lui, per noi, non è un allenatore: è semplicemente Carletto. E Carletto sa bene che nel suo destino c’è un ritorno qui: mancano soltanto 40 partite per riuscire a battere il record di Nereo Rocco e diventare l’allenatore del Milan con più presenze nella storia. A quel record lui ha sempre tenuto e lasciare qualcosa sul piatto non è usanza di Ancelotti. Quale momento migliore di questo, per lui e per il Milan, per tendersi la mano e ricominciare a scrivere una storia nuova? Se Carletto si guarda dentro la risposta a questa domanda già la conosce bene.

Stavolta non è come l’estate del 2015 quando Ancelotti era l’allenatore in uscita dal Real Madrid e non se la sentì di tornare in un Milan che, da lì a qualche mese, avrebbe potuto avere facce nuove dappertutto (c’era in ballo la trattativa con Mister Bee e da lì a un anno il Milan sarebbe comunque stato ceduto). Oggi le condizioni sono diverse. Per Carletto e per il Milan.

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