Milan-Piatek-Hertha: le ragioni di una cessione inevitabile

Milan-Piatek-Hertha: le ragioni di una cessione inevitabile

Piatek non è mai andato oltre le doti di opportunista d’area; al Milan questa sola qualità non poteva bastare. Per questo il polacco è stato ceduto un anno dopo il suo arrivo

di Redazione DDD

di Max Bambara –

L’argomento esiste e va affrontato perché è un tema di discussione che il Milan del futuro non può eludere: che cos’è accaduto a Piatek in 12 mesi? Possibile -se lo chiedono in tanti fra i tifosi rossoneri- che un cecchino così infallibile sotto porta possa essere diventato un giocatore talmente abulico, tanto da costringere il club a metterlo sul mercato? A nostro avviso la domanda rischia di avere contorni vagamente retorici, soprattutto se la risposta fosse basata esclusivamente su considerazioni marginali. Perché è verissimo che non si può giudicare una punta per un periodo negativo, ma è altrettanto vero –bisogna riconoscerlo- che non è possibile iper-valutare un centravanti dopo qualche mese di Serie A.

Il Milan, purtroppo, quest’errore lo ha commesso. Probabilmente perché aveva scelto una via diversa in quel preciso momento (basti pensare al malumore di Higuain iniziato dopo il rigore sbagliato contro la Juventus a San Siro) o forse perché nella testa di Leonardo, all’epoca dirigente sportivo operativo del club, Piatek era davvero un prospetto di grande valore. Nel calcio, d’altronde, le valutazioni esistono per essere applaudite o smentite. In queste ultime settimane, proprio Giorgio Perinetti ha gongolato parecchio, rammentando come i tifosi del Genoa fossero arrabbiati con lui per la cessione del polacco a 35 milioni un anno fa. In molti gli dicevano che se avessero aspettato l’estate, Piatek sarebbe potuto valere 70 milioni.

Ed allora, per entrare nella maniera corretta in questo argomento, appare opportuno partite da una valutazione tecnica del giocatore, che prescinda dal momento di grazia o dal momento grigio e che provi a dare del centravanti polacco una connotazione quanto più possibile oggettiva, scevra da ogni pregiudizio. In positivo come in negativo. Discuterlo come uomo gol, innanzitutto, non ha molto senso. Non tanto per i numeri realizzativi globali (comunque buoni con 16 reti in 41 partite col Milan), quanto per la cultura dei movimenti con cui attacca la porta. Per certe punte alcuni principi di movimento sono naturali. Non sono stati insegnati da nessuno, perché l’istinto del gol è un prerequisito dell’anima.

Ecco Piatek ha questo tipo di prerequisito, volgarmente chiamato “istinto del killer”. Tuttavia, nella sua evoluzione tecnica, non riesce ad andare oltre. Per svoltare dovrebbe invece arrivare allo step successivo, necessario per poter giocare in un club di alto livello come il Milan, in cui la maglia pesa in modo diverso e dove non puoi accontentarti di essere soltanto uno stoccatore. Una punta totale ha l’obbligo di partecipare al gioco, di essere non soltanto fonte di giocata per i suoi centrocampisti (ossia ispirare i passaggi vincenti con i suoi movimenti), ma anche preziosa fonte di gioco, con la sua capacità di dialogare con i compagni, di proteggere il pallone quando la squadra è troppo bassa e di leggere lo sviluppo delle azioni con intelligenza.

Tali aspetti, nel suo bagaglio conoscitivo, non vi sono. A volte, anzi, Piatek arriva a dare la sensazione di non essere interessato a come si sviluppano le azioni e di avere dei deficit concettuali su determinate dinamiche del gioco. Negli spazi stretti, tipici contro tante difese chiuse della Serie A, tutto questo emerge con maggiore evidenza. Un errore che viene spesso commesso in Italia nei dibattiti calcistici generali, è quello di giudicare le punte esclusivamente in base ai gol segnati in una stagione agonistica. Non esiste metodo peggiore. E non solo perché i gol vanno pesati prim’ancora che contati, ma soprattutto perché il gioco di oggi richiede conoscenze maggiori per i giocatori. Quasi tutte le squadre infatti, tendono a sviluppare il gioco da dietro, provando a prendere gli avversari in campo aperto. Ci sono squadre che lo fanno sistematicamente ed altre che invece provano queste soluzioni come alternative. Ormai però la linea tracciata è questa per cui, senza il contributo tecnico del centravanti nelle dinamiche del gioco, ad una squadra manca inevitabilmente qualcosa.

Un centravanti può anche avere una stagione meno fortunata sul piano realizzativo (si pensi a Immobile che nella scorsa Serie A ha segnato soltanto 15 reti dopo averne fatte 29 l’anno precedente), ma se riesce a fornire un contributo importante alla squadra, dando sostanza tecnica e fisica alla sua presenza in campo, non potrà essere oggetto di contestazioni, semmai solo di elogi. Negli ultimi 5 anni, la punta che ha segnato più gol con la maglia del Milan è stata Bacca. La sensazione che lasciava Bacca però, in tante partite, era quella di un corpo estraneo, quasi inutile se a fine partita non figurava nel tabellino dei marcatori. Ed invece, il numero 9 di una grande squadra, soprattutto nel calcio moderno, ha l’obbligo di andare oltre i gol nella pasta delle sue prestazioni. Ciò che ha portato il Milan a rinnegare (probabilmente con sofferenza) una scelta fatta in sede di mercato soltanto 12 mesi fa, sono stati proprio questi limiti di Piatek nelle letture del gioco e nella partecipazione allo stesso; limiti che, evidentemente, i dirigenti rossoneri hanno ritenuto non sanabili nel breve periodo. Piatek sembra una punta old style, nata nel calcio di venti o trent’anni fa, in cui avevano un senso i centravanti d’area che non partecipavano al gioco. Il calcio però si è evoluto troppo per i meri stoccatori come lui e questa cessione, spiacevole sul piano umano, è stata purtroppo inevitabile. Per lui e per il Milan.

P.S. Anche se non è attinente al tema trattato, ci teniamo a ricordare che nella giornata di ieri, 30 gennaio 2020, è ricorso l’anniversario della tripletta di Shevchenko in Perugia Milan 0-3 del 30 gennaio 2000. Si tratta di una tripletta storica perché realizzata in soli 7 minuti, che lo pone al terzo posto in questa speciale classifica. A pari merito con Sheva ci sono Van Basten (3 gol in 7 minuti in Milan Atalanta nel 1992) e Belotti (3 gol in 7 minuti in Torino Palermo nel 2017). Meglio di loro soltanto Valentino Mazzola (una tripletta in due minuti e mezzo in Torino Vicenza nel 1947) e Pietro Anastasi (una tripletta in 5 minuti in Juventus Lazio nel 1975). Parliamo di un anniversario sconosciuto a molti, ma che è giusto ricordare perché rappresenta un vanto nella storia del Milan, unico club di Serie A ad annoverare due suoi attaccanti in questa classifica molto speciale.

 

 

 

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