Milan, quel che Rino Gattuso aveva capito prima degli altri

Milan, quel che Rino Gattuso aveva capito prima degli altri

La storia non fa fare risultati; il Milan per tornare competitivo oggi ha necessità di cose reali

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità. In questo storico e, per certi versi, ancora contemporaneo aforisma di Friedrich Nietzsche, si celano molti degli equivoci che hanno riguardato il Milan nell’ultimo anno. Per capire dove siamo oggi, è infatti indispensabile analizzare a fondo che cosa è successo ieri. Ed allora, è il caso di riavvolgere il nastro fino alla scorsa stagione, magari a febbraio/marzo, quando il Milan di Rino Gattuso veleggiava al terzo posto della classifica, ad un certo punto addirittura a pochi punti dal Napoli di Carletto Ancelotti. In quelle settimane il Milan, inteso nel senso più ampio dell’accezione (ossia dalla dirigenza fino ad una buona fetta della sua tifoseria) iniziò a pensare che quel risultato rispecchiasse il valore della rosa e che il modo attraverso cui quel risultato arrivava non era in linea con la tradizione storica del club rossonero. Nulla di più sbagliato!

Certamente, il Milan di Rino Gattuso, nella stagione 2018-2019, non si è distinto in modo brillante per la qualità della sua manovra, per la bellezza del suo stile di palleggio e per una particolare carica innovativa del suo gioco. Ma il primo ad essere cosciente di ciò era proprio Gattuso che, nella sua idea primordiale di calcio, partiva decisamente da altre basi. Durante l’estate 2018, il tecnico milanista aveva lavorato su principi di gioco abbastanza precisi. I risultati ad inizio stagione non erano stati esaltanti, ma nemmeno deprimenti. Quel Milan aveva perso un difensore di livello come Bonucci e doveva assestarsi sul piano degli equilibri difensivi; tuttavia giocava un calcio palleggiato e di qualità che era stato lodato dagli osservatori più attenti.

A Napoli nella prima giornata di quel campionato, il Milan perse dopo essere andato in vantaggio di due reti. Chi ha la pazienza di andare a rivedersi i due gol rossoneri, potrà notare come entrambe le azioni nascono col palleggio da dietro e con movimenti perfettamente funzionali ad una coralità di squadra. I giocatori chiave di quel Milan erano Lucas Biglia, centrocampista d’ordine in mezzo al campo, e Jack Bonaventura, mezzala molto sottovalutata del calcio italiano, capace di ricevere palla spalle alla porta e di proteggerla col corpo per favorire la salita degli esterni ed una rapida transizione della palla dalla difesa all’attacco. Quel Milan, che stava sanando i suoi squilibri difensivi, era in scia al quarto posto. Infortunatisi Biglia e Bonaventura, Rino Gattuso ha capito che non si poteva proseguire sulla strada del calcio di palleggio perchè sia Kessiè e sia Bakayoko erano due giocatori non adatti al fraseggio e privi dei necessari tempi di gioco.

Ne è nato il Milan di novembre e dicembre 2018, col 4-4-2, tanta volontà e spirito di sacrificio. Era un Milan che provava a portare a casa i punti puntando sulla solidità, sulla compattezza e sul gruppo, con Cutrone vicino ad Higuain perchè il Pipita sapeva giocare fuori dall’area e quel Milan aveva necessità di un giocatore bravo a venire fra le linee in assenza di Bonaventura. Quel Milan, anche in momenti di massima emergenza, non ha mai perso la bussola. Poteva giocare male, ma c’era e non si vergognava di portare a casa i pareggi su qualche campo di provincia. Era una squadra assolutamente presente a sè stessa. A gennaio poi, con la partenza di Higuain e gli arrivi di Paqueta e Piatek, Gattuso non ha perso tempo per cercare di adattare quei giocatori al suo contesto. Se n’è inventato un terzo, un 4-3-3 diverso da quello di inizio stagione, in cui la verticalità, la squadra bassa e le linee strette sono state le principali linee guida.

Il tecnico aveva intuito sin da subito che per sfruttare al meglio le caratteristiche del centravanti polacco bisognava chiedergli poche cose, principalmente essenziali (attaccare la linea difensiva avversaria), ed era altresì necessario lasciarlo solo davanti a fare il centravanti. Cutrone, che con Higuain giocava titolare, è finito in panchina perchè aveva caratteristiche troppo simili a Piatek. Tre Milan diversi in pochi mesi quindi, non per il piacere di cambiare, ma per venire incontro a quelle che erano le esigenze della squadra. Se non fosse andata in scena anche la quarta versione del Milan, a cavallo fra il derby e la partita col Torino, forse oggi parleremmo di altro, di un’impresa incredibile da parte di Gattuso, capace di riportare il Milan in Champions League dopo tanti anni. Ed invece, quell’idea mai negata dalla società ed erroneamente appoggiata per poche partite da Gattuso, secondo cui il Milan potesse aggredire la partita e proporre un tipo di calcio meno attendista, ha portato solo risultati negativi.

E qui torniamo alla frase che ha introdotto questo articolo: le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità. Nell’ambiente Milan questa convinzione secondo cui il blasone del club, da solo, possa determinare il gioco e lo stile della squadra attuale è la vera zavorra che ci portiamo dietro. I tifosi fieri della propria storia, pensano che essa vada onorata sempre, anche in un periodo come questo, in cui la priorità dovrebbe essere tornare competitivi e fare almeno due partecipazioni consecutive alla Champions League, per entrare in quel circolo virtuoso che può farci uscire dalle attuali sabbie mobili. Per fare questo però, Gattuso aveva capito prima degli altri che serve mettere da parte la filosofia, il bel gioco e quant’altro. Mettere da parte, attenzione, non significa ripudiare. Quello non potrà mai essere perchè la storia, la nostra storia, di questi concetti si nutre, si alimenta e si genera. Tuttavia, ragionare come una grande squadra in un momento storico in cui grande squadra non si può essere (per tanti motivi, soprattutto di natura sistemica), è stato e continua a rischiare di essere il limite più grande del Milan contemporaneo.

Quel Milan dell’anno scorso, non bello ma sempre squadra e perennemente presente a sè stesso nella sua capacità di soffrire, andava elogiato, apprezzato, aiutato, incoraggiato nei momenti inevitabili di calo. L’ambiente Milan purtroppo non ha avuto l’acume di capirlo. Da quell’errore, probabilmente, è nata anche l’attuale stagione che presentava presupposti perfetti ma che si sta rivelando sportivamente atroce perchè il calcio ha leggi molto severe e non ti consente di prendere scorciatoie. Provate a guardare la panchina che ha avuto a disposizione l’anno scorso Rino Gattuso: Mauri, Bertolacci, Abate e Montolivo ancora oggi sono senza squadra, Laxalt adesso fa la riserva al Torino, Conti ha lottato per ritrovare sè stesso, Strinic non è stato mai disponibile, esattamente come Caldara che, nei piani, avrebbe dovuto essere il centrale di destra titolare. Gli unici giocatori che hanno potuto dare un contributo fattivo sono stati Zapata, Cutrone, Castillejo e Borini. I primi due sono finiti oggi in provincia (Zapata al Genoa, Cutrone fa addirittura la riserva al Wolves), gli ultimi due sono gregari con tanta corsa e poca qualità.

Era da Champions quell’organico? Il solo Mario Pasalic, prima riserva dell’Atalanta, ha segnato nella scorsa stagione 8 gol. Insomma prima di definire “legge” le nostre convinzioni (il Milan che con Gattuso non giocava bene), dovremmo avere l’onestà intellettuale di guardare ai fatti, ai numeri e al contesto del campo. Essere stati sul tetto del mondo tante volte non è un’assicurazione per la vita; è gloria eterna, ma di essa non si vive e non ci si può autoalimentare dalla storia. La quotidianità, invece, si nutre di cose reali. Gattuso, nella sua immensa onestà intellettuale, lo aveva intuito prima di tutti. Forse sarebbe il caso di iniziare a prenderne atto. I nostri problemi oggi sono figli della presunzione di ieri. Di tanti pensieri sbagliati e, soprattutto, di convinzioni pericolose.

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