Leonardo e le due svolte-derby: 3-0 Milan da tecnico Inter e 3-2 Inter da dirigente Milan

Leonardo e le due svolte-derby: 3-0 Milan da tecnico Inter e 3-2 Inter da dirigente Milan

Leonardo tutto ok, a parte gli ultimi due derby decisivi della sua carriera…

di Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara –

In base alle indiscrezioni delle ultime ore, sembrerebbe che il Direttore Generale del Milan, Leonardo de Araujo, stia per rassegnare le proprie dimissioni dalla carica. I motivi non sono noti e, probabilmente, se i rumors dovessero diventare realtà, non verrebbero nemmeno esplicitati in maniera troppo chiara dal dirigente brasiliano. Un antico adagio comunque dice che se da tante parti si sente tuonare, prima o poi la pioggia arriverà. Ciò dovrebbe valere quindi anche per l’attuale Direttore Generale rossonero. Il suo destino appare pertanto lontano dal Milan, dopo un arrivo in pompa magna nella scorsa estate, in un momento molto delicato della storia del club.

In molti senza dubbio, se le dimissioni dovessero arrivare, inizieranno a cercare il motivo oppure i motivi. La vulgata comune parla di un depotenziamento nei fatti del suo ruolo che avrebbe indotto il dirigente brasiliano ad alcune riflessioni. Potrebbe senza dubbio essere una motivazione e, come tale, andrebbe rispettata. Giudicare oggi Leonardo sulla base della sua esperienza rossonera è impossibile. Sia in positivo, sia in negativo. Il brasiliano, infatti, è giunto al Milan in un momento in cui si doveva gestire l’emergenza ed andava preparata una campagna acquisti in 20 giorni senza perdersi dietro sogni impossibili o dietro obiettivi troppo distanti.

Non poteva programmare Leonardo nell’estate del 2018, poteva soltanto provare a cogliere delle occasioni, a sfruttare delle situazioni, a lavorare di cesello e di fantasia (soprattutto sul piano finanziario). Quel mercato comunque non aveva alle spalle una base strutturale e programmatica. Era semplicemente figlio delle occasioni del momento. Valutarlo in senso negativo sarebbe un segnale evidente di disonestà intellettuale e Leonardo questo non lo merita. Positivi sono stati, per il rendimento, gli arrivi invernali di Paqueta e Piatek. Anche qui però, come faccia opposta della medaglia, non si può eccedere nelle lodi: il mercato di gennaio ha una funzione aggiuntiva, finanche riparatoria, quasi mai programmatica.

Il mercato che attende il Milan nella prossima estate poteva invece essere il primo banco di prova attendibile per tentare di dare una valutazione sul valore del Leonardo dirigente: i fatti tuttavia sembrano dirci che non sarà lui ad occuparsene perché la sua esperienza rossonera appare vicina ad un addio. Sembra un destino singolare quello di Leonardo, un personaggio particolare del calcio che unisce competenza, stile e carisma, ma che, evidentemente, ha un retaggio intellettuale che lo porta a non legarsi troppo nei posti in cui lavora. La storia, la sua storia, ci dice che quasi sempre arriva un momento in cui Leonardo capisce che deve andare via.

La prima volta è accaduto nel maggio del 2010 quando il rapporto con Silvio Berlusconi era arrivato al crepuscolo e, nella mente del brasiliano, non esisteva più lo spazio per ricucire o per provare a trovare una soluzione alternativa. La panchina del Milan sembrava diventata una prigione dorata per lui. Si è riproposta una situazione simile un anno dopo, seppure con venature più celate e meno esasperate, col brasiliano stavolta sulla sponda opposta del Naviglio. Leonardo era arrivato secondo in campionato con l’Inter, dietro il Milan allenato da Allegri. Doveva incominciare un’altra stagione alla guida dei nerazzurri, ma i segnali fin da maggio sembravano negativi.

Ottimo era il rapporto con Moratti (di cui Leonardo ha sempre sperticato le lodi pubblicamente), meno buono decisamente era il rapporto con tanti dirigenti dell’Inter. Leonardo non accettava invasioni di campo, anche determinate imposizioni all’interno del suo staff. Fu addio, in pieno luglio, con l’Inter affannata a trovare un allenatore al posto del brasiliano volubile. Altro giro, altra corsa ed ecco il Paris Saint German. Leonardo era arrivato per un progetto che avrebbe dovuto essere di lunga durata nel tempo ma che è durato, invece, soltanto due anni. Prima una squalifica, poi l’annuncio delle dimissioni dalla carica di dirigente esecutivo del club parigino. Anche lì mancano dei pezzi. Si sa che qualcosa è accaduto, ma non si sa bene cosa.

L’ultimo addio improvviso è quello all’Antalyaspor: due mesi e qualche giorno vissuti come allenatore della squadra turca, con risultati non proprio positivi e poi le dimissioni ad inizio dicembre. Leonardo commentò poco, se non con argomentazioni di circostanza, quest’addio, ed anche lì la narrativa giornalistica si è divertita a sviluppare ipotesi, pensieri, congetture. La storia di Leonardo ci dice comunque che le dimissioni per lui sono un momento praticamente scontato delle sue esperienze extra-campo. Fanno parte del suo modo di vivere le cose, della sua concezione della vita, probabilmente anche del suo modo di stare al mondo e di rapportarsi con la realtà.

Magari sono anche un gesto di profonda onestà intellettuale in un globo in cui l’istituto delle dimissioni viene scartato a priori da tanti personaggi in cerca d’autore. Leonardo invece non ha bisogno di un posto al sole per dare lustro a sé stesso: è un libero pensatore che non ha la necessità di un ruolo per dare un senso alla propria dimensione. L’uomo Leonardo ha un’etica coraggiosa, quasi invidiabile dai comuni mortali. Fatica a barattare le proprie idee ed il proprio modo di pensare con l’arte antichissima della mediazione che, evidentemente, non è dentro di lui, ma che in ruoli apicali della vita dei club diventa fondamentale per la gestione il quotidiano.

Ammirevole l’indipendenza di pensiero dell’uomo, foriera di una gelosia delle proprie convinzioni, non barattabili sull’altare del compromesso. Queste doti sono straordinarie ma, da sole, non reggono il peso di alcune cariche che, nel calcio, vanno oltre la lente sottile delle idee ed il feticcio inattaccabile della libertà di pensiero.

Ad alti livelli, nel calcio, serve farsi concavi con chi è convesso. Serve essere meno idealisti e più machiavellici. Non pare questo essere il mondo adatto all’intelligenza viva, ma poco incline alla mediazione, di Leonardo de Araujo, perennemente impegnato in una sorta di continuo ed estenuante derby con sé stesso.

Se dimissioni saranno, spiacerà senza dubbio perché quando si perde il contributo di una grande intelligenza, si perde sempre qualcosa di prezioso. Tuttavia, se ciò accadesse, nessuno stupore. Fa parte del personaggio e del suo modo di concepire la vita. Un modo che non si giudica e che è giusto rispettare.

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