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L'UOMO DELLA BOVISA

DDD Story – Osvaldo Bagnoli al Milan, mai un comunista in panchina 

DDD Story – Osvaldo Bagnoli al Milan, mai un comunista in panchina 

Osvaldo Bagnoli, prendere o lasciare

Redazione DDD

di Luigi Furini -

Prima di Mourinho all’Inter, anche il Milan poteva avere il suo Special One. Chi suggerisce il nome del possibile allenatore a Silvio Berlusconi è nientemeno che Gianni Brera (1919-1992), forse il più grande giornalista sportivo italiano. Ma Berlusconi dice “no, quello è un comunista”. E la storia prende un’altra piega. L’uomo che avrebbe potuto guidare il Milan verso tanti trionfi è Osvaldo Bagnoli, classe 1935, milanese di nascita, allenatore di tante squadra, fino al Verona, quando vince lo scudetto nella stagione 1984-85. Bagnoli nasce nel quartiere della Bovisa (Milano nord), tanti prati, qualche fabbrica, molti operai. E’ un quartiere “rosso”, il padre vota per i socialisti. A Osvaldo, che di politica non si è mai occupato, viene attaccata questa etichetta.

Da giocatore il Milan lo prende per 75 mila lire nel 1955. Lui gioca mezzala, ha anche un buon tiro, ma poi dall’Argentina arriva Tito Cucchiaroni che gli prende il posto. Bagnoli va al Verona, poi al Catanzaro, alla Spal, all’Udinese e infine al Verbania (per 5 anni) in serie C. E qui c’è la svolta perché diventa giocatore-allenatore. L’anno dopo va in panchina alla Solbiatese ma, una bella domenica il presidente va negli spogliatoi per suggerire una modifica e lui lo caccia in malo modo. La stessa sera, come succede sempre, è lui ad essere esonerato. E comincia un giro d’Italia delle panchine, finché arriva al Verona. Soldi ce ne sono pochi ma Bagnoli è bravo a riciclare quello che gli altri hanno scartato. Arrivano giocatori da Juve, Napoli, Inter e Fiorentina. Lui li assemblea. “Il calcio - dice - è un gioco semplice, non sono indispensabili cose astruse come la zona o il pressing. L’importante è trovare gli uomini giusti e metterli nei posti giusti”. Più facile a dirlo che a farlo. Però l’Osvaldo della Bovisa lo fa. Nell’estate del 1984, quando tutti gli occhi sono puntati sull’arrivo di Maradona al Napoli, al Verona prendono posto il tedesco Briegel e il danese Elkjaer. Pronti, via. Gli scaligeri partono in testa e vincono il campionato. Qui si inserisce il consiglio di Brera a Berlusconi, ma non se ne fa niente. Bagnoli resta a Verona fin quasi al fallimento della società e poi va al Genoa (in Europa si prende il lusso di vincere, ad Anfield Road, contro il Liverpool). Il grande salto arriva nel 1992. Non al Milan ma all’Inter. Arrivano giocatori di spessore, ma la macchina non gira. L’anno dopo, a suon di miliardi, il presidente Pellegrini ingaggia Bergkamp all’Ajax e con lui, anche il mediano Jonk. Niente da fare. Bagnoli, che si trova a due passi da casa e, quando può, preferisce parlare in dialetto, non riesce a pronunciare il nome dell’olandese lo chiama “il Gionc”. A febbraio ’94, dopo una sconfitta interna con la Lazio, Pellegrini lo affronta: “Via, si dimetta”. Lui risponde secco: “No, si vergogni”. Bagnoli ha solo 58 anni e, da quel giorno, smette con il calcio. “L’Inter – dice – mi manda in pensione in anticipo. Si può vivere bene anche senza il calcio attivo, stare in campo mi piace, ma non sopporto più il contorno”.

E, qualche anno dopo, aggiunge: “Il calcio mi ha permesso di mettere da parte qualcosa. Sono un pensionato sereno. Tornassi indietro cercherei di avere più tempo libero. Ma non parlatemi di sacrifici dei giocatori. I sacrifici, quelli veri, li fanno gli operai”. Già, gli operai, la sinistra, l’etichetta di comunista. Bagnoli è fatto così. Prendere o lasciare.

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