Marco Traversari: la partita della vita? Il derby Isola del Liri-Sora!

Marco Traversari: la partita della vita? Il derby Isola del Liri-Sora!

Le storie della vita e le partite della vita: molto spesso sono dedicate a un derby

di Redazione DDD
“…Gli anni Novanta sono stati anni belli per noi di provincia: belle partite, fior di giocatori, presidenti appassionati, stadi pieni. Il calcio era più di uno sport, una sorta di processione laica che partiva dalla piazza la domenica mattina, per continuare allo stadio e finire al bar nel pomeriggio…” Finisce cosi’, sulle note di Montagne verdi, il più bel coro degli ultrà della mia città. E che canticchio ancora oggi, ventinove anni dopo la giornata santa, per le vie di Parigi. A mia moglie, francese, e a mio figlio, che non sa ma canta insieme a me. Perché fu santa quella giornata? Per me, fu santa perché il dio del piccolo calcio, quello di provincia, quello della radiolina attaccata all’orecchio per sentire (e dico bene sentire e non ascoltare) i risultati della serie A (e qui il coro Ma quale Serie A, tifo la squadra della mia città, ci scappa di diritto), perché i gol li vedevamo poi, a Novantesimo con Paolo Valenti ché non c’erano le partite in diretta… insomma, per farla breve, fu santa perché il dio del piccolo calcio si rovescio’ tutto intero nella mia vita di pre-adolescente. Ma veniamo ai fatti.
Venticinque Undici Novanta. Piove a dirotto. Ho undici anni e da almeno sei frequento lo stadio tutte le domeniche. Non è l’Olimpico, non è il Flaminio, non è il Comunale di Firenze, né il San Paolo. È lo stadio Nazareth di Isola Liri, rifatto a nuovo. Quel Venticinque Unidici Novanta c’è il derby contro il Sora. Interregionale, Girone I. Papà è teso: «E’ ora, mi dice, sbrigati che oggi non ci s’entra, dobbiamo trova’ posto». In realtà, non bisogna “trova’ posto”, ma assicurarsi Il Posto, sempre lo stesso, con le stesse persone davanti, dietro, di fianco: questione di cabala. Lo stadio è a una decina di minuti a piedi da casa, ci avviamo verso l’una, anche se la partita inizia alle due e mezza. È una processione: centinaia di persone che si dirigono verso il Nazareth, colorati di bianco e rosso. La pioggia batte forte, papà ha un ombrello ma non lo apre e discute con Antonio, incontrato per strada con ombrello rigorosamente chiuso anche lui, del fatto che questa cazzo di pioggia favorirà loro perché noi siamo più forti tecnicamente, ma loro so’ più fisici. E via cosi’, di cabala e intuizioni, fino allo stadio.
La fila alla biglietteria è immensa, si sentono già i cori degli Sbandati, ultrà di casa mia. Saliamo i gradoni del nuovo stadio con il campo d’erbetta che profuma di bagnato e non più di terra e pozzanghere e compriamo noccioline e lupini da Armandino, «senno’ poi al primo tempo c’è troppa gente», dice papà. Troviamo Il Posto e ci sediamo. L’attesa è lunga, gli ultrà del Sora sono tanti, tantissimi, sulla gradinata di fronte a noi. La tribuna si riempie. Diluvia. Si aprono ombrelli, chissà perché: è coperta. Sarà ancora questione di cabala. Superiamo i 3000. Ci si sta stretti stretti, i gomiti serrati contro le costole senno’ non ci si entra tutti. Papà aveva ragione. Le squadre entrano in campo.
Non ricordo più nulla. Vuoto, silenzio, fino al primo gol di Luca Piochi, folletto impazzito che parte da centrocampo, salta due avversari e gonfia la rete. Un urlo collettivo mi rimbomba dentro e in quel momento ho sentito per la prima volta il dio del piccolo calcio. E poi ancora silenzio e poi ancora gol, verso il 20esimo del primo tempo. Due a zero, Rocco Capasso, il bomber. L’urlo è ancora più forte, papà è rosso di felicità, io salto, abbraccio tutti quelli intorno a me, forse lo vinciamo, il derby. E poi tre, ancora Piochi. E quattro, ancora Capasso. PiochiCapassoPiochiCapasso. Una sinfonia che se la racconti oggi a un quarantenne e più di Isola Liri ci scappa ancora la lacrimuccia. Ma i sorani non ci stanno, è  troppo. Quattro a zero al primo tempo è un’umiliazione terribile e allora iniziano a gettare tamburi, pietre, bottiglie contro il guardialinee, contro il nostro portiere, Fasani (gran portiere). Partita sospesa, finisce qui, al quarantesimo del primo tempo. Poi ci sarà la vittoria a tavolino, ma questa è un’altra storia.
La storia che vorrei raccontare è quella di un calcio minore, del dio del piccolo calcio, spazzato via dal dio delle televisioni, dei diritti tv. Gli anni Novanta sono stati anni belli per noi di provincia: belle partite, fior di giocatori: Barraco, Vasari, Bombardini, Cinelli, Luiso (Il toro di Sora, proprio lui…), ottimi allenatori, presidenti appassionati, stadi pieni. Insomma, il calcio era più di uno sport, una sorta di processione laica che partiva dalla piazza la domenica mattina, per continuare allo stadio e finire al bar nel pomeriggio. Fine anni Novanta, le tribune iniziano a svuotarsi: le partite in tv (TELE+) attirano più del freddo allo stadio. La serie A è pur sempre la serie A. Abbiamo preferito mettere le pantofole, accendere la televisione e accettare l’offerta, senza nemmeno battere ciglio. Risultato: il dio del piccolo calcio è morto. E mi fa una tristezza enorme scriverlo cosi’. Poco tempo fa, su qualche sito, ho visto una scena paradossale: un gruppo di adolescenti-bambini (come me quando ho scoperto la bellezza del dio del piccolo calcio) che portavano uno striscione nero come “La pirateria uccide il calcio”.
Ecco, è evidente che siete stati voi a uccidere il calcio. Voi, dirigenti della Lega, opportunisti delle televisioni, Caressisti del sensazionalismo. Avete cavalcato l’onda del soldo facile, del populismo a basso prezzo. Avete ucciso il dio del piccolo calcio. Mi sorprende come nessun giornalista (che io sappia) abbia detto una sola parola sulla schifezza di questa messinscena. Resta comunque la consapevolezza che il calcio mi è rimasto dentro grazie a papà, a Antonio, Piochi, Capasso, Pizzul e Sandro Ciotti.
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