Vigilia del derby milanese, ma Zizi Cevenini prende il treno e parte per Londra: sognava la “patria del calcio”…

Le squadre inglesi volevano prenderlo, ma lui torna all’Inter a derby ormai giocato: non voleva stare in un Paese dove piove sempre e dove non si poteva fumare

di Redazione DDD

di Luigi Furini –

Aldo, Mario, Luigi, Cesare e Carlo. Si chiamano così i cinque fratelli Cevenini. Siamo nei primi del ‘900 e nel calcio i nomi non si usano. Nelle formazioni vengono chiamati Cevenini I, II, III, IV e V. Nati a Milano, fra il 1889 e il 1901, sono figli di un lattaio di via Vincenzo Monti. Tutti sani e forti. E con la passione per il pallone, anche se lo sport nazionale, in quegli anni, è il ciclismo. Fra tutti, però, spicca il terzo, quello di mezzo, Luigi. E’ definito “il primo, vero, grande genio del calcio italiano”. Ma anche il primo “ignorante”. E’ davvero un folle, incapace di rispettare qualunque regola. Nel 1911 comincia con il Milan (l’Inter era nata appena tre anni prima), come tutti i suoi  fratelli. Però l’anno dopo è già in nerazzurro. Ci resterà a lungo, salvo un’altra parentesi al Milan e un finale di carriera nella Juve. Con i nerazzurri segna 158 gol in 190 partite, fra il 1912 e il 1927.

I fratelli Cevenini

Luigi Cevenini, spesso, si ferma durante il gioco a fumarsi una sigaretta. Poi riprende, fa un dribbling e va a segnare. I tifosi del Milan lo prendono in giro: “Guarda che noi abbiamo il figlio di Dio, riferito a Renzo De Vecchi, fenomeno dell’epoca. E Cevenini risponde:” Lo so, io sono suo padre”. Per la lingua biforcuta lo chiamano “Zizi”, come il fastidio di una zanzara (una volta chiede addirittura all’arbitro di sospendere la partita: “Questi non sanno giocare, non si può giocare così. E meglio se fischi la fine”). Per un anno si allontana da Milano. Per andare a Novi Ligure. E’  il 1920. All’Inter prende 600 lire al mese. Alla Novese, che vince il suo unico campionato, mille lire che facevano comodo. Ma a Novi non ci sono locali, non ci sono donne per passare le serate. Ecco il ritorno a Milano. Salvo partire alla vigilia di un derby. I tifosi dell’Inter pensano addirittura a un sequestro, per impedirgli di scendere in campo. Invece “Zizi” che cosa fa? Prende un treno per Londra. Aveva saputo che quella era la patria del calcio e voleva sostenere alcuni provini. Più di una squadra l’avrebbe preso, ma in Inghilterra ci sono due problemi: piove sempre e non si può fumare in campo. Niente da fare. Ecco il ritorno a Milano e la sua apparizione, a sorpresa, al campo di Lugano dove l’Inter gioca un’amichevole. “Siete pronti a vincere? Andiamo”, dice ai suoi compagni.

Poi nel 1927, lo prende la Juve, da poco acquistata da Edoardo Agnelli (padre di Gianni e Umberto), ma già allora i bianconeri vogliono imporre lo “stile” e Zizì non ne vuole sapere. Nel 1930 va al Messina come giocatore-allenatore, poi all’Arezzo dove gioca fino a 44 anni. Allena squadre minori, a Civitanova Marche e a Voghera. Finisce i suoi giorni (nel 1968) sul lago di Como, dove fonda una bocciofila. “Biliardo, pallone e bocce sono le mie passioni”, racconta. E la follia di fumare in campo, aggiunge qualcuno. Ma in quegli anni di guerre e miserie, c’era bisogno anche di follie. E Zizi Cevenini non si è mai tirato indietro.

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