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REVISIONISMO STORICO

Bonucci ed il Milan cinese: l’imbarazzo della storia rossonera

TURIN, ITALY - MARCH 31:  Leonardo Bonucci of Milan looks on during the serie A match between Juventus and AC Milan at Allianz Stadium on March 31, 2018 in Turin, Italy.  (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images )

Leonardo Bonucci e quell'anno così strano......

Redazione DDD

di Max Bambara -

La frase di Leonardo Bonucci (“ho perso un anno al Milan”) è la certificazione di cosa sia stato il Milan versione cinese e di cosa non dovrà mai più essere in futuro. Questa uscita non può rientrare fra i tanti meriti (ai più sconosciuti) di cui si avvalora il direttore tecnico dell’epoca Massimiliano Mirabelli che, nell’aprile 2017, divenne dirigente operativo del Milan, senza comprendere che il Milan aveva una storia, una tradizione, un prestigio secolare che non potevano essere sacrificati sull’altare di un modus operandi atipico, sin troppo esposto alle luci della ribalta. Il Milan di Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli, diretta emanazione della cordata cinese facente capo all’uomo d’affari Yonghong Li, è una fonte di imbarazzo costante nel tempo per la storia rossonera. In molti contestano la parte finale dell’esperienza cinese, quando si sussurrava da più parti che il Milan non avesse i soldi per iscriversi al campionato di Serie A, schiacciato da una gestione del bilancio sin troppo allegra e dalla mancanza di garanzie da parte dei proprietari del club in ordine alla loro stessa solvibilità. In realtà, se tecnicamente ciò poteva essere vero, dal punto di vista pratico il fondo Elliott, garante dell’operazione di cessione portata a conclusione nella primavera del 2017, non avrebbe mai potuto consentire che il Milan fallisse o non si iscrivesse al campionato, perché avrebbe svilito un asset destinato a diventare di sua proprietà. Il tema però non è economico, bensì gestionale. La frase di Bonucci, pronunciata con la superbia di chi è venuto al Milan senza nemmeno preoccuparsi di dare uno sguardo alla storia secolare del club, è emblematica e deve far riflettere. Perché Leonardo Bonucci, del Milan cinese, è stato il giocatore simbolo, quello sul quale la società ha scelto di fare l’investimento economico più rilevante. A Bonucci, Fassone e Mirabelli hanno scelto di consegnare la fascia di capitano, senza passare dal consenso dello spogliatoio, vero e proprio momento chiave per una scelta di tale rilievo. Per la prima volta, in quasi 120 anni di storia, il Milan ha avuto un capitano che veniva da fuori, che non aveva mai indossato la maglia rossonera in una partita ufficiale, che non sapeva nulla di Milanello, della storia del club, delle emozioni e dell’importanza di indossare una maglia così pesante. Quell’errore da parte del Milan cinese fu gravissimo perché sintomatico del fatto che non si era compresa la tradizione secolare del Milan, anzi probabilmente si era scelto di mettere tutto da parte per creare una sorta di Milan versione moderna, 2.0 per intenderci, in barba a tutto il resto. Alla fine i tifosi rossoneri devono ringraziare Bonucci: per aver chiarito subito l'equivoco, il suo ritorno alla Juventus ha sancito definitivamente per tutti che il progetto per il quale il difensore era stato chiamato al Milan non aveva consistenza e prospettiva.

 (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images )

Perché il Milan può andare liberamente dall’inferno al paradiso nel corso della sua storia, ma non può essere rappresentato da personaggi in cerca d’autore che credono di poter gestire il primo club di Milano come, con tutto il rispetto, il San Calogero Calcio o la Rosarnese, rivoluzionando la regola secolare della fascia di capitano e pensando, erroneamente, che i soldi, la spocchia e la boria possano comprare tutto, persino l’amalgama come direbbe un vecchio protagonista del calcio antico. A chi, incautamente, evidenzia che il Milan di Silvio Berlusconi, in 25 anni, ha vinto grazie ai soldi di Berlusconi, possiamo soltanto mettere una mano sulla spalla in segno di commiserazione. Il Milan di Berlusconi ha vinto anche grazie ai soldi del suo Presidente, ma soprattutto per merito delle sue visioni, della sua voglia di sognare un’utopia, della sua incapacità di accontentarsi del risultato senza il gioco. Quel Milan, non ha mai pensato di togliere la fascia di capitano a Baresi per darla al più mediatico Gullit, perché era rivoluzionario nelle idee, ma era rispettoso della tradizione secolare del club. Il paragone fra la cioccolata più pregiata e qualcosa di non definibile (per eleganza lessicale) con in comune soltanto il colore, risulta peraltro offensivo ed oltraggioso. Bonucci, forse, dovrebbe mandare a memoria una lezione che proprio il Milan di Berlusconi ha sempre provato a dare, quando cercava di dar forma alla missione della “vittoria” e, fra le tante accezioni, compariva la dizione “rispettando gli avversari”. Il prode Leonardo non è stato capace di rispettare nemmeno la squadra di cui ha comunque portato in qualche modo la fascia di capitano.

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