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SENSIBILITA' ANCELOTTI

Carletto Magno, il miglior allenatore della storia del calcio italiano

Carletto Magno, il miglior allenatore della storia del calcio italiano- immagine 1

Il segreto di Ancelotti è la sua arte di riuscire ad essere straordinariamente normale: è un uomo che non si vergogna dei propri errori e che, anzi, su di essi costruisce la propria crescita professionale

Redazione DDD

di Max Bambara -

Negli ultimi sette giorni Carlo Ancelotti è diventato il primo allenatore della storia del calcio a vincere le prime cinque leghe europee e, dopo una gara rocambolesca contro il Manchester City, ha guadagnato il diritto di partecipare per la quinta volta ad una finale di Champions League come allenatore di un club (tre volte con il Milan, due volte con il Real Madrid). La lucida e visionaria follia di cui parlava Erasmo da Rotterdam non è un concetto che si adatta particolarmente al tecnico di Reggiolo. Se dovessimo provare a descrivere l’attuale allenatore del Real Madrid, potremmo citare una frase molto nota del film “l’ultimo bacio” di Gabriele Muccino: “è la normalità la vera rivoluzione”. In un mondo di visionari, di aspiranti geni, di teologi del calcio moderno, di nemici giurati del bel gioco, Ancelotti, da molto tempo, ha scelto di sedersi in un tavolino a parte. Carletto si è formato con Niels Liedholm e con Arrigo Sacchi. Ha preso il carattere del primo e le idee del secondo. Poi ci ha aggiunto tanto del suo bagaglio di esperienza e di saggezza, la sua capacità di stemperare la tensione dei momenti, la sensibilità di capire quando è l’attimo giusto per consentire ai giocatori di staccare. Pensateci: il Real Madrid ha festeggiato la vittoria del campionato soltanto tre giorni prima di una semifinale di ritorno di Champions League. Qualsiasi altro allenatore avrebbe alzato il livello di guardia. Lui no. Ha capito, evidentemente, che i suoi giocatori, avevano bisogno di un bagno di affetto fra la folla e di andare oltre la pressione degli eventi. Questa è la sua grandezza.

Carletto Magno, il miglior allenatore della storia del calcio italiano- immagine 2

(Photo by Fran Santiago/Getty Images)

Carlo Ancelotti non è collocabile fra quegli allenatori che vogliono per forza innovare il calcio, ma non può essere nemmeno inserito nel novero di coloro che hanno una visione catenacciara o rinunciataria del gioco. A Carletto piace che le sue squadre giochino bene a pallone, siano sempre propositive, abbiano un atteggiamento proattivo e coraggioso. Queste visioni tuttavia non vengono mai esasperate sull’altare di un dogmatismo fine a sé stesso che non gli appartiene e col quale ha imparato a fare i conti ad inizio carriera. Ancelotti non si vergogna di variare i sistemi di gioco, né di chiedere al portiere di rinviare il pallone scavalcando il centrocampo in un momento delicato della partita. Per lui il raziocinio ed il buonsenso sono valori fondamentali che vengono prima delle idee di un allenatore. Durante la scorsa estate, Ancelotti ha rivelato di aver avuto una cordiale telefonata col suo ex presidente rossonero Silvio Berlusconi. A domanda diretta: “Carlo, cosa ne pensi della costruzione dal basso che va tanto di moda nel calcio di oggi?”, Ancelotti ha dato una risposta emblematica del suo modo di approcciare al calcio: “Presidente, dipende dai piedi dei difensori”. In quella risposta c’è tutta la normalità di Carlo Ancelotti, un uomo sereno, intelligente, adeguatamente curioso, un allenatore evoluto, intrigato dalle novità, ma mai succube delle stesse e sempre pronto a valutarle in base al contesto in cui allena. Ogni squadra, per Carlo, deve fare ciò che può. I giocatori devono essere messi nelle condizioni di dare il meglio delle proprie qualità. Non devono mai essere pedine nelle mani dell’allenatore. Da qui nasce il grande rapporto che Ancelotti riesce a costruire coi grandi giocatori che, con lui, si sentono perfettamente a loro agio perché sanno che la loro libertà verrà sempre prima delle “idee” dell’allenatore. Carletto sa imparare dagli errori e non ha difficoltà ad ammetterli con spirito critico. Nell’estate del 1997 non volle Roberto Baggio al Parma per non dover toccare il suo 4-4-2 classico. A distanza di qualche anno ebbe a dichiarare “se avessi la macchina del tempo, tornerei indietro e Baggio eccome se lo prenderei”. Nella sua meravigliosa normalità rientra proprio l’idea che sugli errori si possa crescere perché gli uomini perfetti non esistono, tantomeno gli allenatori. E così, da questa capacità analitica, con punte profondamente introspettive, è nato il Milan dei Meravigliosi, il Chelsea d’assalto, l’inizio del ciclo del PSG, il Real Madrid della Decima.

Per finire con l’ultimo dei suoi capolavori: la vittoria della Liga spagnola e la conquista della finale di Champions League in questa stagione, dopo aver eliminato le squadre degli stati sovrani (PSG e Manchester City) e i campioni in carica (Chelsea). Facile dire che col Real Madrid vincere sia semplice. Non è in realtà così. Carletto si è ritrovato una squadra che non era quella dominante che aveva lasciato molti anni prima e che aveva continuato a vincere con Zidane. Non c’era più la stella, Cristiano Ronaldo, non c’era più la coppia centrale difensiva titolare (Ramos e Varane), in più alcuni giocatori chiave erano entrati in una fase discendente della carriera (Isco, Marcelo, Gareth Bale). Ancelotti non ha ricevuto fra le mani una fuoriserie, bensì una squadra a fine ciclo con qualche giovane interessante da svezzare. Carletto ha così gestito quello che poteva gestire ed ha mantecato la presenza dei cervelli migliori della squadra perché condizionati da un contachilometri usurato ed ormai a tre cifre (Modric e Kroos). Non ha proposto quel calcio visionario e identitario del 2014. Non aveva i giocatori per farlo e, quindi, non poteva permetterselo. Ha improntato il suo Real su uno stile di gioco coraggioso, mai spavaldo, inserendo sempre il podista Valverde nelle partite complicate, per non andare mai sotto coi numeri in mezzo al campo. Nessun catenaccio però. Il calcio sparagnino non è nello stile di Carletto. A Manchester, nella semifinale di andata, il suo Real ha segnato comunque tre reti ed a coloro che inneggiano alla fortuna nella gara di ritorno per il salvataggio di Mendy sulla linea, andrebbe ricordato che tale episodio è cronologicamente successivo al gol clamoroso fallito da Vinicius all’inizio del secondo tempo.

Oggi l’occasione, per Carletto, è ghiottissima: potrebbe diventare il tecnico più vincente, l’unico a vincere la Champions League in tre decenni diversi. Comunque vada, Ancelotti è entrato nella storia. Siamo certi che approccerà alla finale di Parigi con la consueta bonomia e con quell’immancabile gusto per la normalità che, in fondo, è il vero segreto dei successi di quest’allenatore straordinario.

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