Champions League atrofizzata, il FPF discrimina il patrimonio dei club: Uefa come la mettiamo?

Champions League atrofizzata, il FPF discrimina il patrimonio dei club: Uefa come la mettiamo?

Diritto di proprietà e investimenti nel calcio: il tema non riguarda solo la Uefa, ma anche l’Unione Europea

di Redazione DDD

di Franco Ordine –

E’ solo la prima cannonata. Forse ne seguiranno altre ancora nei prossimi mesi. Di sicuro è l’inizio di una guerra dichiarata allo strumento che ha “paralizzato” la Champions league limitandola, nella disputa del trofeo, ai 4-5 club che negli anni l’hanno conquistata guadagnando quei profitti che rendono irraggiungibili i traguardi da parte della concorrenza.
A spararla è stato Leandro Cantamessa, avvocato, titolare della cattedra di diritto sportivo alla statale di Milano, da sempre consulente del Milan di Berlusconi e adesso nel Cda del Monza. Da esperto di diritto ha “individuato” i due aspetti che rendono illiberale le norme licenziate dall’Uefa e che di fatto impediscono ai nuovi azionisti intervenuti nel calcio (da Suning a Commisso) di poter rilanciare il proprio club applicando dei paletti insostenibili. Le norme riguardano il diritto alla proprietà e quindi a poter disporre del proprio patrimonio nella conduzione di una società, la seconda riguarda il principio di non discriminazione presenti entrambi nel trattato dell’UE.
A questo punto il dibattito è aperto. Evidente che la questione non riguarda il passato ma soprattutto il futuro e la necessità di una riforma delle regole del FFP che già l’Uefa stessa si prepara a varare. Boban è da sempre un nemico acerrimo della scelta di Platini, Inter e Roma hanno pagato cara le loro inadempienze, adesso è venuto il tempo di aprire alla concorrenza la Champions League.
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