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Nel match di stasera in gioco c'era qualcosa in più dei 3 punti. Il concetto magico attorno a cui ruotava questa sfida era quello di tabù. Un'astrazione che si lega a proibizioni, divieti, sanzioni, desideri e ambivalenza. Un termine polinesiano che si è istituito nelle varie società e culture per mantenere un'ordine sociale, stabilità e conformismo. Luciano Spalletti ha avuto l'incarico da parte del gruppo Juventus di provare a superarne ben due, mettendo a rischio la propria incolumità e la propria morale.
I presupposti per Juventus-Benfica non erano dei migliori. La classica partita contro l'ostico Mou e un record molto negativo contro il Benfica. I bianconeri non avevano mai battuto i portoghesi nella Champions League. L'ultima vittoria dei piemontesi risale a più di trent'anni fa: quarti di finale della Coppa Uefa poi vinta nel 1993. Che sia di buon auspicio per il percorso dei ragazzi di Spalletti?
Nel frattempo la Juventus porta a casa una vittoria importantissima per la classifica generale del torneo continentale. 12 punti (gli stessi dell'anno scorso con una partita in meno) a pari con l'Inter e con la possibilità di mantenere ancora aperta la porticina per una qualificazione diretta agli ottavi di Champions. Inoltre è una partita che dà morale e fiducia dopo lo scossone di Cagliari e riporta la concentrazione necessaria in vista dello scontro diretto di domenica contro il Napoli.
Mourinho è uno degli ultimi stregoni del nostro calcio. Vive ancora all'interno di una cosmologia mistica e mitologica. Nessun rituale, nessun pentolone. Il suo strumento di potere è il linguaggio. Come insegna Michel Foucault, il potere (inscindibile dal discorso) non è solo repressivo ma anche produttivo. Non c'è definizione migliore per parlare del calcio conservatore e neoliberista di José Mourinho. Un'idea che vive e si ossessiona per il potere ottenuto attraverso la vittoria. Un risultato che conquista e manda in trance milioni di persone, pronte a negare la realtà e ad abbracciare la sur-realtà per i giochi linguistici del suo mago.
Non è un caso che il suo populismo magico si verifichi in corrispondenza della squadra che più ha colpito nel profondo dell'immaginario sociale. I suoi incantesimi vanno così oltre che incantano anche i tifosi della Juventus, trascinati in questa dimensione parallela creata appositamente da lui. Una realtà senza regole, dove lui diventa padrone di tutto, capace di piegare ogni volere e le leggi dello spazio e del tempo. Un prestigiatore dunque, come nel celebre film di Nolan: "In realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati!"
Tuttavia, è da qualche anno che le sue stregonerie non incantano più. Non ci sono antidoti per la vecchiaia e i suoi capelli sempre più bianchi sembrano un segno troppo evidente del suo inevitabile declino. Se le magie non funzionano più, cosa resta di José Mourinho? Un Benfica in difficoltà evidente in costruzione (pesa l'assenza di Rios) ma confusionario in difesa, con interventi in ritardo e un pressing riuscito a metà. Il rischio è quello di trovarsi ormai dall'altra parte del confine, dove il mistico si ritorce contro se stesso e diventa parodia. Solo così ci si può spiegare l'errore di Pavlidis dagli 11 m.
Un archetipo mondiale delle statue è la rappresentazione di una persona bifronte. Da Giano alle statue africane dei Fang in Gabon. Per Spalletti non c'erano altre strade, per affrontare Juventus-Benfica e i tabù avrebbe dovuto affidarsi ad una divinità dal duplice volto. Con tutti i rischi e le benevolenze del caso. Il primo tempo di Juventus-Benfica aveva una faccia evidente per i piemontesi. Negativa. Tanti gli errori di precisione in costruzione, nello sviluppo e in rifinitura. Cambiaso, Locatelli e Miretti i prescelti per esemplificare le decisioni di imprecisione della divinità.
Passaggi banali trasformati in occasioni per gli avversari, cross sbilenchi e spazi non aperti da movimenti non proprio coordinati (Cambiaso che sgambetta Yildiz...). L'unico giocatore che sembra non essere intorpidito dalla strana atmosfera oscura che aleggia sull'Allianz Stadium è Kephren Thuram. Con i suoi strappi scappa dai sortilegi di Mourinho e dai soffi di Giano. Non è un caso che sarà proprio lui a rompere la partita, un essere ultraterreno come il faraone. Quando il centrocampista francese attacca palla al piede è intoccabile, come i re egizi è pieno di tabù. Solo lui, in quanto tale, era consacrato e protetto al punto di avere l'onere di sbloccare la partita. Nell'anti-struttura liminale del tabù solo chi appartiene al sacro non scompare.
Nel secondo tempo di Juventus-Benfica le preghiere vanno a buon fine (ci sarà il già citato gol di Thuram) e il volto cambia nuovamente. Spalletti inizia togliendo lo spento e inconsistente Fabio Miretti per inserire Conceiçao a dx, spostando McKennie centrale. Lo statunitense, in partite dove il numero 21 fatica ad associarsi, giocando sull'ala diventa inefficiente. La manovra si rallenta e diventa prevedibile.
Tuttavia, con lo spostamento di ruolo avviene una vera e propria rinascita. Attacchi continui alla profondità, scambi nello stretto e movimenti atti a liberare o riempire gli spazi offensivi. Il secondo gol è il manifesto della centralità di McKennie in questo organico, se gira lui, gira tutto l'ecosistema bianconero. L'asse relazionale con David con l'uno due a un tocco in mezzo a 5 avversarsi. 5 come i gol stagionali del piccolo maghetto juventino. Del resto, è sempre questione di magia.
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