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Il senso del 2020: il Milan, figlio di una mediazione fra culture diverse, insegue oggi un obiettivo ambizioso

MILAN, ITALY - DECEMBER 03: Stefano Pioli, Head Coach of A.C. Milan talks to Hakan Calhanoglu of A.C. Milan prior to the UEFA Europa League Group H stage match between AC Milan and Celtic at San Siro Stadium on December 03, 2020 in Milan, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Come è cambiata la storia del Milan in questo 2020: le divisioni iniziali ed il percorso di avvicinamento fra posizioni diverse da parte di culture sportive distinte ma, col tempo, non più distanti. La sintesi fra loro ha dato vita al Milan di...

Redazione DDD

di Max Bambara -

Costruire è sempre un verbo complesso; include concetti come la pazienza, la capacità di valutare, l’arte della ponderazione, la cultura dell'attesa che, spesso, in un mondo immediato come il calcio finiscono per divenire enunciati di principio, a cui si fa fatica a credere davvero. Ed invece per costruire qualcosa serve innanzitutto riuscire a porre le basi; per farlo tuttavia non ci si deve far travolgere dalla fretta, non solo perché è una cattiva consigliera, ma soprattutto perché è un grande masso invisibile che ostacola il ragionamento e che impedisce l’analisi. Se il Milan ha svoltato nell'anno di grazia 2020 (solo relativamente al calcio, ci pare doveroso specificarlo), lo deve alla sua capacità di rimanere unito anche quando le divisioni di vedute e di orientamenti avrebbero potuto logorarlo forse in maniera irrimediabile.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

E così, l'intervista di Zvone Boban di fine febbraio scorso alla Gazzetta dello Sport che ha poi portato ad un licenziamento dell'ex centrocampista croato, invece di divenire un boomerang si è trasformato in un evento capace di compattare l’ambiente. Piano piano, con l’andare dei mesi, la società rossonera nella sua massima espressione dell’amministratore delegato Ivan Gazidis, ha preso atto che le idee iniziali di Maldini e Boban non erano sbagliate, ma anzi erano sin troppo prudenziali. Il duo rossonero riformatosi nuovamente nell’estate del 2019 credeva fortissimamente nei giocatori giovani sui quali aveva invitato il club ad investire. I Theo Hernandez, i Bennacer, i Leao, i Rebic erano elementi di sicuro valore e dal grande potenziale. Tuttavia, era opinione espressa più volte, sia da Boban e sia da Maldini, che una squadra così giovane come il Milan avesse necessità di qualche innesto di esperienza, che togliesse ai giovani pressioni andando a rappresentare, oltre che un punto di riferimento tecnico, anche un baluardo empatico.

Ivan Gazidis, pertanto, ha dovuto riconoscere con estrema onestà intellettuale che quel tipo di visione del calcio era senza dubbio la più corretta, in ragione del rendimento completamente mutato della squadra sul campo dopo gli innesti di Zlatan Ibrahimovic e di Simon Kjaer. Questa presa di coscienza ha portato l’intero club milanista (e nella dizione club includiamo anche la proprietà americana), a scegliere di dare continuità al lavoro svolto nella scorsa stagione da Stefano Pioli, lasciando da parte la chimera Rangnick. Dall’altro lato, tuttavia, c’è stata una crescita esponenziale della figura da dirigente di Paolo Maldini che ha assunto molto di più una veste istituzionale che gli calza a pennello e che ha smussato angolature del carattere che erano forse troppo spigolose. Maldini, in sostanza, ha capito che la prima qualità di un dirigente è la flessibilità e la capacità di saper accettare anche qualche decisione non propria, perché alla fine, in un club, è sempre chi mette i soldi ad avere l’ultima parola.

La reazione al licenziamento di Zvone Boban da parte dell’ex numero 3 della storia rossonera non c’è stata; o meglio se c’è stata è rimasta confinata in ambienti privati, senza mai finire in una dichiarazione pubblica contrastante con la proprietà rossonera. Mediaticamente Paolo Maldini è stato ineccepibile, dimostrando come si possa continuare a sostenere le proprie visioni senza andare in contrasto con quelli che sono, magari, orientamenti diversi da parte della proprietà, basati su visioni non obbligatoriamente antitetiche. Il Milan di oggi nasce da questa mediazione, dalla capacità di due culture diverse di venirsi incontro, accettando di mettere in discussione idee e visioni, partendo dal presupposto che soltanto una sintesi corale, figlia di diversi orientamenti, poteva rappresentare il punto di approdo migliore. E così, nel breve volgere di qualche mese, ci si è ritrovati da una dimensione all’altra: mentre durante il mese di dicembre dell’anno scorso si parlava di un Milan senza prospettive e privo di un futuro stabile, oggi si parla invece addirittura di scudetto.

Non crediamo, in tutta sincerità, che il Milan attuale abbia la struttura complessiva e i giusti ammortizzatori a cuscinetto attivabili nei momenti difficili, al fine di arrivare in fondo alla stagione, lottando davvero per vincere il campionato di Serie A. Tuttavia questo Milan può già darsi un obiettivo reale nei prossimi due anni, un obiettivo che rappresenta un punto di rottura abbastanza netto rispetto ad una ridda di opinioni e di convinzioni radicate nei decenni. Si sostiene infatti, da sempre, che in Italia per vincere qualcosa serva avere una squadra in cui le componenti dell’esperienza e della malizia siano prevalenti sulle componenti della gioventù e dell’inesperienza. Ecco il Milan di oggi, la squadra più giovane non soltanto della Serie A ma, addirittura, dei maggiori cinque campionati europei, qualora dovesse riuscire a vincere qualcosa di importante entro due anni potrebbe davvero passare alla storia come una squadra capace di infrangere il tabù. Viene in mente subito un parallelo storico con il Milan del Presidente Berlusconi e di Arrigo Sacchi che fu capace non soltanto di vincere, ma anche di cambiare la mentalità del calcio italiano, fino a quel momento imperniata sul difensivismo e sulle partite di attesa in trasferta. Ecco, in una dimensione più piccola ma altrettanto pregevole, il Milan di Elliott e di Stefano Pioli può darsi nel prossimo futuro questo traguardo: dimostrare ai vecchi soloni del calcio italiano che una squadra giovane può vincere e, magari, può farlo nel modo più bello e convincente possibile.

 

 

 

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