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UNA QUERCIA CHE OFFRE COMODO RIFUGIO

Il vero Ibrahimovic: i predicatori del nulla e la mentalità di Zlatan

PARMA, ITALY - APRIL 10:  Zlatan Ibrahimovic of AC Milan leaves the pitch after the referee Fabio Maresca showed him the red card during the Serie A match between Parma Calcio  and AC Milan at Stadio Ennio Tardini on April 10, 2021 in Parma, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors.  (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Ibra è questo: prendere o lasciare. Nei fatti, a fare la differenza è la sua mentalità ossessiva che non lascia mai nulla al caso e che mette pressione costante a compagni, avversari e direttori di gara.

Redazione DDD

di Max Bambara -

Sgombriamo il campo dai dubbi: Zlatan Ibrahimovic è stato espulso ingiustamente sabato scorso contro il Parma. Lo hanno confermato molti ex arbitri in molte trasmissioni televisive. Del resto basta avere un po’ di buon senso per rendersi conto di una decisione assurda e priva di basi regolamentari. La frase incriminata che ha portato l’arbitro Maresca a prendere quel provvedimento è un banalissimo “mi sembra strano eh”. Questa espressione non è offensiva, non ha, ex sé, alcuna portata denigratoria e, anche intesa in un senso volutamente sarcastico, non contiene quella forza propulsiva dal punto di vista lessicale per minare l’autorità arbitrale sul campo di gioco, atteso che sono proprio i vertici dell’AIA stessi, da molti anni, a riconoscere la valenza fondamentale del dialogo sul campo fra giocatori ed arbitri. Mille sono state le spade puntate contro Ibra in questi giorni e fra i tanti pareri poco illustri e, per giunta, nemmeno vagamente richiesti, mai è venuta fuori la capacità, o la volontà, di evidenziare la grande forza mentale di Zlatan che, invece, in quest’episodio emerge in maniera lapalissiana e che è stata la chiave di volta per la svolta storica del Milan.

 (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Chiunque sia in grado di astrarsi, con spirto totalmente libero, dal clima giacobino ed inquisitorio, figlio del moralismo pietoso un tanto al chilo applicato al calcio nostrano, potrà convenire con quanto poc’anzi evidenziato, perché dall’osservazione dell’evento, scevra da qualsivoglia deriva, si può trarre la dimensione reale del professionista. Siamo all’ora di gioco di Parma Milan ed il risultato è fermo sul punteggio di 2-0 a favore dei rossoneri. La gara non è mai stata in discussione sino a quel momento, tanto che il Milan può avere soltanto il rammarico di non aver concretizzato le altre occasioni avute per rendere maggiormente corposa la vittoria sulla formazione crociata. Si tratta di in uno di quei classici momenti in cui i giocatori tendono a rilassarsi, a staccare la mente dalla tensione agonistica della gara, a provare qualche giocata spettacolare o, più facilmente, a pensare soltanto ai primati personali, ossia ai gol realizzati che, per gli attaccanti, sono come il miele per le api. Ibra però non è mai stato così e, anche alla soglia dei 40 anni, continua ad essere diverso nella sua personale applicazione al calcio. Lui non stacca la mente dall’adrenalina della gara, continua ad approcciare ad essa come se il risultato fosse ancora in bilico, polemizzando con l’arbitro per un contatto non fischiato, dal quale stava venendo un’azione potenzialmente pericolosa per il Parma. Ibra non ha doppie facce; ha sempre avuto questo tipo di approccio estremamente professionale e ligio ai propri doveri nel corso della sua carriera; continua pertanto ad essere questo tipo di atleta ancora oggi. La sua mentalità vive e si autoalimenta di competizione, di agonismo, di adrenalina, di un livello di pressione sempre altissima sia sui compagni, sia sugli avversari, sia sui direttori di gara.

Zlatan è sempre stato questo e ciò che stupisce è che continui ad essere così anche alle soglie dei 40 anni, quando le spalle dovrebbero essere cariche di trofei, di premi, di benefit economici, di allori. Ed invece Ibra vuole stare ancora lì, sul campo, a sudarsi i risultati fino alla fine, a sentirsi vivo, a non dare nulla per scontato nemmeno sul parziale di 2-0 contro la penultima in classifica. Dinanzi ad una tale applicazione professionale al concetto di squadra, come si può guardare soltanto il dito (ossia la permalosità isterica di un arbitro), invece della luna? Chi critica Ibra per questo suo modo di essere, dovrebbe farlo sempre, anche quando questa sua visione delle cose e del mondo investiva la storia sportiva del Milan, cambiandone la dimensione, il prestigio, il senso. Il Milan della fine del 2019 era una squadra alla continua ricerca di sé stessa; un anno dopo quel Milan è diventato una squadra vera. Dodici mesi di pressioni e di rotture di scatole di Ibrahimovic sono state la migliore medicina contro una sorta di nanismo mentale che, negli ultimi anni, aveva tarpato le ali del club italiano più titolato in Europa e nel mondo. Questo è Ibrahimovic: una quercia, a cui si aggrappano tutti e sotto le cui foglie è comodo trovare rifugio. E l’acqua della quercia Zlatan è rappresentata dalla concentrazione, dall’adrenalina, dalle motivazioni e soprattutto dalle pressioni costanti su tutti i protagonisti del gioco. Pretendere che “possa evitare” certi atteggiamenti come, d’altronde, hanno sostenuto dall’alto delle loro cattedre immaginarie una sfilza innumerevole di maestrini e di professori del nulla cosmico, significa non aver compreso la vera essenza di Ibrahimovic. Perché il Milan di oggi, senza questo modo di essere, forse non esisterebbe nemmeno.

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