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L'Editoriale

Juve, vittoria della maturità. Napoli, una settimana da incubo

Juve, vittoria della maturità. Napoli, una settimana da incubo
Allo Stadium la Juventus domina trascinata da Locatelli, Thuram e dall’evoluzione di David. Il Napoli crolla mentalmente dopo una settimana da incubo...
Vincenzo Bellino
Vincenzo Bellino Redattore 

C’è un episodio che stona, inutile negarlo: il penalty non concesso su Hojlund, un errore evidente di Mariani e del VAR che pesa soprattutto in un Paese in cui spesso gli episodi arbitrali finiscono per contare più delle prestazioni. Ma proprio per questo, paradossalmente, Juventus-Napoli va raccontata partendo da tutt’altro. Perché ridurre una gara così a una decisione sbagliata significherebbe non coglierne il senso profondo.

Quella dello Stadium è stata una grande prova collettiva, forse la più matura della stagione bianconera. La vittoria della consapevolezza prima ancora che del risultato. La Juventus non ha concesso nulla, ha controllato tempi e spazi, ha sempre avuto la sensazione di sapere esattamente cosa fare e quando farlo. Anche per questo Spalletti, sbraitando a lungo dalla panchina – già dopo il vantaggio firmato da David – cercava di tenere alta la concentrazione ed evitare che un dettaglio rovinasse una partita pressoché perfetta.

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Il cuore della gara è stato il centrocampo. Locatelli e Thuram hanno dominato, non solo per quantità ma per qualità, personalità, intelligenza tattica. Locatelli ha stravinto il duello con Lobotka, uno dei migliori registi del campionato, confermandosi leader tecnico ed emotivo di questa squadra. È il suo momento: detta i tempi, si prende responsabilità, non si nasconde mai. L’assist di tacco per David è il simbolo di una leadership ormai naturale, lontana anni luce dai fischi che lo accompagnavano fino a pochi mesi fa.

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Accanto a lui, Thuram è tornato devastante. Strappi, conduzioni, presenza fisica e mentale. Ha spezzato il Napoli in due, ha infiammato lo Stadium, ha dato la sensazione costante di poter fare la differenza. L’MVP non è un’etichetta casuale, ma la certificazione di una crescita ritrovata. E dietro la rinascita di entrambi c’è la mano evidente di Spalletti, che ha dato ruoli chiari, posizioni corrette e soprattutto fiducia.

Davanti, Jonathan David continua la sua evoluzione. Non è più solo un finalizzatore: è dentro la manovra, lotta, protegge palla, attacca lo spazio con tempi giusti. Tre gol e due assist nelle ultime cinque partite non sono un caso. È un attaccante che sta imparando a essere “nove” alla Juventus, con ferocia e continuità. Lo “sbam” che Spalletti chiedeva ora arriva, e arriva nei momenti pesanti.

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E poi ci sono i soliti, ormai non più sorprendenti: Yildiz, alieno per talento e leggerezza, capace di fare la cosa giusta anche quando prova a sbagliare; McKennie, jolly totale, interprete perfetto di un’idea di calcio in cui il sacrificio diventa valore aggiunto. Spalletti arriva persino a immaginarlo centravanti, segno di una squadra che ha trovato equilibrio e soluzioni interne, senza bisogno di inseguire ossessioni di mercato.

Questa vittoria tiene la Juventus pienamente in corsa per il quarto posto: rosicchia punti a Roma, Milan e allo stesso Napoli, rimette i bianconeri davanti al Como e rafforza soprattutto una convinzione interna. Non è ancora una grande squadra, ma è una squadra che sa cosa vuole diventare.

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E dall’altra parte? Per il Napoli lo Stadium chiude una settimana da incubo. Le assenze c’erano, è vero, come c’erano anche a San Siro contro l’Inter. Ma lo spirito no, quello era diverso. Lì il Napoli aveva dato segnali di reazione, di compattezza. Qui no. E forse qualcosa si è rotto prima, nel pareggio amaro di Copenaghen. Una partita che, al di là degli infortuni, ha inciso sulla tenuta mentale del gruppo. La delusione per un discorso qualificazione che, in ottica playoff, avrebbe potuto cambiare tutto: arrivare a Torino con un volto diverso, con una fiducia diversa.

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Conte appare sconsolato, svuotato. Reagisce poco, diversamente da quanto fatto a San Siro. Rispetto allo scorso anno il suo ex pubblico lo fischia per un passato che pesa.

Tuttavia è bene ricordare di non sputare nel piatto in cui si è mangiato. Vale nel calcio come nella vita, vale per qualsiasi storia d’amore. Conte alla Juventus è stato tutto: giocatore, capitano, allenatore, simbolo. I fischi raccontano una ferita mai rimarginata, ma forse anche una memoria corta. Perché le storie finiscono, sì, ma ciò che è stato non si cancella.