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RAPPORTI DI FORZA

L’inversione di tendenza: dopo 122 punti di svantaggio in 7 anni, il Milan oggi davanti al Napoli

NAPLES, ITALY - NOVEMBER 22: Piotr Zielinski of S.S.C. Napoli battles for possession with Ismael Bennacer of A.C. Milan during the Serie A match between SSC Napoli and AC Milan at Stadio San Paolo on November 22, 2020 in Naples, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Oggi il Milan ha 12 punti in classifica più del Napoli (alla fine della scorsa stagione sono stati 4), dopo che nelle ultime 7 stagioni (2012-2019) aveva accumulato uno svantaggio di ben 122 punti. Un'inversione di tendenza spiegabile con...

Redazione DDD

di Max Bambara -

Nell’era moderna del calcio, il Milan ha vissuto sempre nelle parti altissime della classifica, vincendo scudetti e Champions League, mentre il Napoli ha avuto parecchi problemi societari prima di trovare stabilità ed ha iniziato a veleggiare nuovamente in alta classifica soltanto da una decina d’anni. E così, negli ultimi 7 anni, a molti è parsa singolare la competitività del Napoli e la non competitività del Milan. Infatti dalla stagione 2012-2013, il Napoli si è sempre piazzato davanti in classifica rispetto al Milan, pur avendo meno ricavi della società rossonera, sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista dei diritti televisivi, sia dal punto di vista degli incassi da stadio. Merito senza dubbio delle intuizioni e degli slanci del presidente De Laurentiis, ma anche demerito del Milan, incartatosi su sé stesso negli anni del crepuscolo berlusconiano e di una ripartenza non semplice dopo ben due cambi societari.

NAPLES, ITALY - NOVEMBER 22: Fabian of S.S.C. Napoli battles for possession with Franck Kessie of A.C. Milan during the Serie A match between SSC Napoli and AC Milan at Stadio San Paolo on November 22, 2020 in Naples, Italy. Sporting stadiums around Italy remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Nella scorsa stagione, per la prima volta, c’è stato un segnale di discontinuità. Il Napoli infatti è arrivato sotto di una posizione rispetto al Milan (sesti i rossoneri, settimi i napoletani staccati di 4 punti) ma, soprattutto nel girone di ritorno della stessa stagione, la media punti rossonera è stata nettamente superiore rispetto a quella napoletana. In questa stagione sportiva si sta confermando questa inversione di tendenza. Oggi infatti, dopo 21 giornate di campionato (oltre metà stagione quindi) il Milan è primo in classifica con ben 12 punti di vantaggio sul Napoli che è sesto insieme all’Atalanta. La squadra partenopea deve però recuperare una partita contro la Juventus allo Stadium. Impossibile comunque, al di là della partita in meno giocata in campionato rispetto al Milan, non evidenziare come il Napoli abbia ridimensionato le sue ambizioni sportive mentre, di contro, la società rossonera abbia iniziato un processo di crescita progressivo, lineare ed importante.

Il Milan, negli ultimi 7 anni, aveva preso 122 punti di distanza dal Napoli (la media è di circa 17-18 punti a stagione); un Napoli che era riuscito a proporre un modello gestionale avanzato e sostenibile, in cui ad un bilancio sano si accompagnava una sinergia di mercato molto forte fra presidenza e staff tecnico, che consentiva di scegliere giocatori adatti ad un progetto di chiara impronta identitaria. Non a caso il Napoli allenato da Maurizio Sarri, a cavallo fra la stagione 2015-2016 e la stagione 2017-2018, non è riuscito nell’impresa di vincere lo scudetto (andandoci vicino per ben due volte), ma è stato una squadra capace di dare un’impronta di gioco forte e marcata, rappresentando un’isola felice della Serie A e riscuotendo i complimenti da parte di tutti gli sportivi. Il Napoli degli ultimi anni ha sostanzialmente vissuto su scelte di mercato azzeccate, garantite dall’autofinanziamento del club, possibile grazie a due cessioni estremamente remunerative come quelle di Edinson Cavani (nel 2013) e di Gonzalo Higuain (nel 2016) che, insieme, hanno portato oltre 150 milioni di euro al club del presidente Aurelio De Laurentiis. Quelle cessioni furono figlie di intuizioni di mercato azzeccate, forse persino geniali. Cavani tuttora rimane il grande rimpianto di Zamparini il quale lo cedette senza capire che il giocatore uruguayano non aveva ancora raggiunto il picco massimo di rendimento e che la posizione che più lo esaltava era quella di centravanti. Higuain sembrava un giocatore in fase involuta al Real Madrid, oscurato da Benzema che per anni è stato il partner offensivo ideale per Cristiano Ronaldo. Il Pipita invece, a Napoli, è riuscito a trovare serenità, ispirazione, dimensione agonistica e soprattutto quel feeling umorale con la piazza che ha permesso ad un giocatore nevrile come lui di esprimersi al massimo.

Finite le cessioni remunerative e chiusa l’utopia sarriana, il Presidente De Laurentiis ha dovuto affrontare una realtà nuova, in cui la magia iniziava a svanire e gli interpreti nuovi, scelti per dare continuità ad un certo tipo di calcio, si dimostravano puntualmente non all’altezza dei più illustri predecessori. Negli ultimi tre anni il Napoli ha ceduto Reina, Albiol, Allan, Jorginho, Hamsik e Callejon. Ha perso Ghoulam (mai più tornato ai livelli precedenti l’infortunio al ginocchio), ha visto invecchiare Mertens senza trovargli un’alternativa tecnica credibile ed ha provato in tutti i modi, senza successo, a vendere Koulibaly a cifre decisamente fuori mercato. In più, nell’ultima sessione di mercato estiva, il club partenopeo è andato in Francia a fare una operazione atipica. Mai prima d’ora il Napoli aveva messo 70 milioni di euro sul tavolo per un giocatore di valore come Osimhen, ma totalmente inadatto ad un campionato tatticamente evoluto come la Serie A. Errore di concetto (ossia dal punto di vista tecnico e della capacità di adattamento alla Serie A) e di strategia (dato che finora il Napoli aveva venduto bene i suoi attaccanti e non era mai andato a strapagare nessuno). A ciò si aggiunga che Ospina, Manolas, Fabian Ruiz, Demme, Lobotka e Lozano non si sono rivelati degni sostituti degli illustri partenti.

Prigioniero del passato e di un tipo di gestione societaria nel frattempo diventata stantia, perché umorale, paternalistica, finanche vittimistica nei suoi eccessi provinciali, De Laurentiis ha preferito non riconoscere gli errori, bensì scaricare la colpa sugli allenatori di turno. Quindici mesi fa Carlo Ancelotti, oggi Rino Gattuso, giunto ormai al capolinea della sua esperienza napoletana. Di contro il Milan, sui tanti errori di questi anni ha saputo ragionare, ponderare, crescere. La società rossonera ha avuto anche momenti di scontro un anno fa, dai quali ne è però uscita rafforzata, consolidando sé stessa e le proprie energie, valorizzandosi senza dare troppo nell’occhio. In molti guardano oggi con sorpresa a quanto sta facendo il Milan perché il Milan si è ricostruito con pazienza, senza fare proclami, senza sbandierare sé stesso e soprattutto senza scaricare colpe sull’allenatore di turno: lo Stefano Pioli di oggi è lo stesso allenatore che 13 mesi fa veniva travolto 5-0, insieme a tutta la squadra, dal rullo bergamasco della truppa di Gasperini.

Non era uno sprovveduto Stefano Pioli un anno fa, così come probabilmente non è uno stregone illuminato adesso; anche un allenatore preparato e con entusiasmo ha bisogno di trovare l’ambiente giusto, una società sana che lavora all’unisono ed un gruppo di giocatori che avverte questo clima. Tutto ciò oggi manca totalmente a Napoli. La gestione portata avanti negli ultimi anni da De Laurentiis è umorale, paternalistica, solitaria ed ondivaga; di contro la gestione scelta dal Milan guidato dal fondo Elliott è l’esatto opposto: ragionata, condivisa, univoca nelle scelte, celere nelle decisioni, mai influenzabile da fattori esterni, lucida anche dinanzi agli umori della piazza. L’inversione di tendenza, dopo 122 punti di distacco accumulati dal Milan in 7 campionati non può che essere spiegata con un’analisi di questo tenore, analizzando chiaramente come i due club abbiano intercettato in maniera diversa il cambiamento, il Napoli rimanendo legato ad una gestione antica, ed il Milan cogliendo l’occasione per darsi una dimensione nuova.

 

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