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NON PUO' FINIRE TUTTO IN CACIARA...

Mancini e Ventura: differenze sostanziali

Mancini e Ventura: differenze sostanziali

Dopo la mancata qualificazione degli azzurri al Mondiale in Qatar, troppo superficiali sono stati gli accostamenti fra Mancini e Ventura.

Redazione DDD

di Max Bambara -

Entrambi eliminati ad un playoff. Mancini, tuttavia, aveva costruito un percorso che aveva portato alla vittoria degli Europei; Ventura, invece, non è mai riuscito a dare una prospettiva di ampio respiro alla Nazionale italiana. Gianpiero Ventura nel novembre del 2017 era un allenatore che aveva commesso parecchi errori. Non solo nelle scelte tecniche, ma anche e soprattutto nei rapporti con il gruppo, nell’approccio comunicativo, nell’incapacità di gestire un carattere troppo sensibile alle pressioni di un ruolo delicato come quello di C.T. Divenne il comodo capro espiatorio di una nazione che ha sempre bisogno di un colpevole per sentirsi più tranquilla. Si arrivò a dire che con qualsiasi altro allenatore l’Italia si sarebbe qualificata alla fase finale dei Mondiali di Russia. Non era vero e certe considerazioni erano irrispettose del professionista. Gianpiero Ventura era semplicemente inadeguato al ruolo di C.T. perché non aveva alle spalle una carriera federale (in stile Cesare Maldini), non era un ex gloria del calcio italiano e non aveva mai avuto esperienze in panchina in piazze che ambivano a lottare per l’alta classifica. La sua dimensione era la bassa Serie A italiana con qualche salvezza tranquilla e le solite, immancabili, polemiche a fine partita che tanto connotano il calcio nostrano.

 (Photo by Claudio Villa - Inter/FC Internazionale via Getty Images )

(Photo by Claudio Villa - Inter/FC Internazionale via Getty Images )

Roberto Mancini, invece, sin da subito ha avuto un profilo diverso e continua a mantenerlo anche oggi dopo una sconfitta inspiegabile come quella contro la Macedonia del Nord, che ha tolto agli azzurri la possibilità di sedere al banco delle 36 squadre che, fra qualche mese, si giocheranno il titolo mondiale in Qatar. Mancini è un allenatore che da giocatore ha vinto con le maglie di Sampdoria e Lazio. Da allenatore ha vinto sia in Italia, sia in Inghilterra. Il suo percorso con la Nazionale non può essere ricondotto agli ultimi mesi negativi nei quali l’Italia si è incartata su sé stessa e non è riuscita a battere Irlanda, Svizzera e Macedonia. Le colpe di Mancini sono quelle tipiche dei grandi C.T. che si legano emotivamente al proprio gruppo di uomini e poi ne rimangono traditi. Accadde anche ad Enzo Bearzot ai Mondiali in Messico del 1986 e a Marcello Lippi ai Mondiali in Sudafrica del 2010. In fondo, fra non andare al Mondiale e andarci per raccogliere due miseri punticini con Paraguay e Nuova Zelanda c’è soltanto un volo d’aereo di differenza. Fra Ventura e Mancini poi la dissomiglianza non è soltanto di curriculum e di physique du role. C’è una vittoria di un titolo europeo che all’Italia mancava dal 1968 che traccia un solco considerevole. Quel titolo non è stato il frutto del caso e della buona sorte come, troppo semplicisticamente, viene invece fatto passare dal punto di vista mediatico. Quella vittoria fu il risultato di una scelta di metodo molto seria e di un’applicazione ferrea da parte del gruppo a disposizione del tecnico di Jesi. Qualità queste che, dopo i festeggiamenti di luglio, sono sparite nell’oblio. La pancia piena è il peggior stimolatore di motivazioni in giocatori che, forse, sono stati leggermente pompati mediaticamente, al di là del loro reale valore. Il campo è un giudice equo, ma severissimo. Non regala nulla. Se ti toglie qualcosa, poi te la restituisce. L’Italia non aveva giocatori da pallone d’oro 8 mesi fa. Non ha giocatori da oratorio adesso. Per il futuro sarà necessario rientrare in quel circolo virtuoso che era stato intrapreso nei due anni precedenti la vittoria degli Europei. Attenzione però a mettere sullo stesso piano Mancini e Ventura. Procedura troppo semplicistica e non rispettosa di quanto ha detto il campo nel lungo periodo. Le vittorie casuali non esistono. Bisogna saper riconoscere i meriti e capire le cause di un crollo inaspettato. Altrimenti, tutto finisce in caciara. E, nel caos, il buonsenso lascia il passo alle analisi frettolose e superficiali.

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